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@ladoria1 • 22,396 subscribers

Pandemente di livello, campionessa di altalena, portatrice sana di coda di cavallo, cameriera e maestra di vita ma non so contare.

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Il volto della madre di Alberto Stasi dice molte cose. In quella faccia non c'è solo il dolore. C'è la misura esatta dell'ingiustizia che lo ha generato. La sua faccia racconta la vita di Alberto, una vita fatta di un'ora e dieci minuti alla settimana, in cui condensare tutto ciò che si è stati prima. Ma racconta anche il tempo di Alberto. Quello passato, quello presente, e perfino una traccia di quello futuro, o della speranza che quel futuro trovi finalmente il suo tempo. E anche giustizia. (Coraggio, mamma di Alberto) #Garlasco

Il volto della madre di Alberto Stasi dice molte cose. In quella faccia non c'è solo il dolore. C'è la misura esatta dell'ingiustizia che lo ha generato. La sua faccia racconta la vita di Alberto, una vita fatta di un'ora e dieci minuti alla settimana, in cui condensare tutto ciò che si è stati prima. Ma racconta anche il tempo di Alberto. Quello passato, quello presente, e perfino una traccia di quello futuro, o della speranza che quel futuro trovi finalmente il suo tempo. E anche giustizia. (Coraggio, mamma di Alberto) #Garlasco

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Dunque. La bravissima Martina Maltagliati, biografa ufficiale di Andrea Sempio (Ma poi, chi è Sempio? Mi pare sia indagato dalla Procura per qualcosa ma voi vi ricordate cosa perché io mi ricordo solo della CARTELLA MILITARE di Stasi ma di Sempio, no), ci informa che IL MEDESIMO non si è "disfatto" del computer. No, ma poi che verbo sconsiderato, cara Martina, cioè "disfarsi", tu lo sai, è un verbo riflessivo un po' viscido, di quelli che lasciano sempre una scia semantica pericolosa perché non indica solo un'azione materiale ma porta con sé un'intenzione. Comunque, l'ha buttato, dai, meglio così. Tra dicembre 2024 e gennaio 2025 cioè qualche mese prima di essere indagato (marzo) e molto prima della perquisizione (maggio). Quindi, tecnicamente, prima che qualsiasi accusa formale prenda corpo. Bene. Poi però c'è un dettaglio che bussa piano alla porta del mio cervello limbico, oh ma insiste eh, sarà contenta una certa criminologa. Noi sappiamo che gli investigatori frequentavano i rifiuti in quel di Garlasco sicuramente dal 2023. Con dedizione, metodo e una certa costanza, specie col favore delle tenebre. E allora la suggestione nasce da sola: chissà se quel computer, è rimasto lì? È stato raccolto? È stato guardato? Non lo sappiamo. Chissà se anche Ghandi se lo pone, questo dubbio. Chissà se, ogni tanto, guarda un cassonetto e pensa: "E se…?" #Garlasco

Dunque. La bravissima Martina Maltagliati, biografa ufficiale di Andrea Sempio (Ma poi, chi è Sempio? Mi pare sia indagato dalla Procura per qualcosa ma voi vi ricordate cosa perché io mi ricordo solo della CARTELLA MILITARE di Stasi ma di Sempio, no), ci informa che IL MEDESIMO non si è "disfatto" del computer. No, ma poi che verbo sconsiderato, cara Martina, cioè "disfarsi", tu lo sai, è un verbo riflessivo un po' viscido, di quelli che lasciano sempre una scia semantica pericolosa perché non indica solo un'azione materiale ma porta con sé un'intenzione. Comunque, l'ha buttato, dai, meglio così. Tra dicembre 2024 e gennaio 2025 cioè qualche mese prima di essere indagato (marzo) e molto prima della perquisizione (maggio). Quindi, tecnicamente, prima che qualsiasi accusa formale prenda corpo. Bene. Poi però c'è un dettaglio che bussa piano alla porta del mio cervello limbico, oh ma insiste eh, sarà contenta una certa criminologa. Noi sappiamo che gli investigatori frequentavano i rifiuti in quel di Garlasco sicuramente dal 2023. Con dedizione, metodo e una certa costanza, specie col favore delle tenebre. E allora la suggestione nasce da sola: chissà se quel computer, è rimasto lì? È stato raccolto? È stato guardato? Non lo sappiamo. Chissà se anche Ghandi se lo pone, questo dubbio. Chissà se, ogni tanto, guarda un cassonetto e pensa: "E se…?" #Garlasco

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Che gli vuoi dire ❤️

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Prima di tutto voglio sgombrare il campo da qualsiasi equivoco. Condanno fermamente le parole e l'atteggiamento del fotografo. Quel tipo di linguaggio, quella postura nei confronti di una persona per il lavoro che svolge, non mi appartengono e non trovano alcuna giustificazione. Non importa quale sia quel lavoro. Nessuno dovrebbe essere umiliato, insultato o trattato con disprezzo per il mestiere che ha scelto di fare. E proprio perché questo per me è un punto fermo, posso occuparmi di quello che invece trovo interessante in questa storia. Beatrice Segreti lavora su OnlyFans. E su questo non voglio entrare. Credo che ognuno abbia il diritto di vivere, lavorare e rappresentarsi come crede. Il punto è un altro. Da quando essere molto seguiti sui social basta per avere qualcosa a che fare con il cinema? Quando lei dice "mi guardate attraverso uno schermo, quindi in un certo senso c'entro con il cinema", pronuncia quasi involontariamente la formula perfetta della nostra epoca. Confonde il mezzo con l'opera, l'esposizione con il talento e soprattutto la visibilità con il valore. Per capire quanto siamo lontani dall'idea originaria della Mostra del Cinema di Venezia basta tornare al 1932, quando nasce all’interno della Biennale. E già questo dice moltissimo. Non nasce semplicemente per far vedere dei film. Nasce dall'idea che il cinema sia un'arte da selezionare, presentare, discutere e valorizzare. C'erano naturalmente anche ragioni economiche, politiche e turistiche. Non era certo un monastero consacrato alla purezza dell'arte. Ma la differenza fondamentale secondo me è questa. Un tempo la notorietà gravitava intorno all'opera. Oggi sempre più spesso è l'opera a gravitare intorno alla notorietà. Essere guardati attraverso uno schermo non significa appartenere al cinema. Un regista costruisce un'opera, un'attrice interpreta, uno sceneggiatore costruisce una narrazione, un direttore della fotografia costruisce un'immagine, un montatore costruisce tempo e senso. Essere guardati su uno schermo non è una disciplina artistica. Altrimenti io, che ogni tanto faccio una videochiamata, prima o poi dovrei vincere il Leone d'Oro. Ma è proprio lo smartphone ad aver cambiato tutto. Oggi una sola persona può essere contemporaneamente autrice, protagonista, produttrice, distributrice e ufficio stampa di se stessa. E così si è rovesciato anche il percorso che portava alla notorietà. Prima veniva l'opera, poi la selezione, il pubblico e infine la notorietà. Oggi sempre più spesso viene prima la visibilità. La visibilità produce notorietà e la notorietà produce accesso. E arriviamo al red carpet. Una volta si arrivava lì perché c'era qualcosa da mostrare. Oggi sempre più spesso ci si arriva perché bisogna mostrarsi. È una sillaba, ma dentro quella sillaba c'è un cambio d'epoca. Il red carpet stesso è diventato una fabbrica di contenuti. Fotografie, reel, stories, outfit, polemiche, engagement. E allora si produce un curioso rovesciamento. Non è più soltanto l'influencer ad avere bisogno della Mostra del Cinema. È anche la Mostra del Cinema ad avere bisogno dell'influencer. Perché porta attenzione e oggi l'attenzione è capitale. Soldi, grano, pecunia. Se ne possiedi abbastanza, puoi trasformarla in accesso alla moda, alla televisione, alla musica, al cinema, all’editoria. Ed è così che finiscono per confondersi due cose profondamente diverse, la visibilità e la competenza. È un bene? È un male? È "Non lo so"? (Sembro la parodia di una famosa criminologa...) Boh. Mi interessa osservare quello che sta accadendo. Nel 1932 Venezia inventava un luogo nel quale lo schermo rendeva visibile un'opera. Quasi un secolo dopo rischiamo di essere arrivati al punto in cui basta essere visibili su uno schermo per considerare se stessi l'opera. E credo che nei festival dei prossimi anni ne vedremo sempre di più. Un saluto da Elisabetta. #Venezia83 #BiennaleCinema2026 #LaBiennaleDiVenezia.

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132,448 просмотров • 1 месяц назад

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“A Chiara, che qualcuno ha voluto togliermi troppo presto”. 27 marzo 2008 C'è un punto, spesso ignorato perché troppo semplice, che torna con ostinazione ogni volta che si osserva questa storia senza la lente deformante del sospetto: l'amore. Un amore noto, visibile, riconosciuto da chi li frequentava. Inizialmente anche dalla mamma di Chiara. L'avvocato Lovati ha sempre detto con una chiarezza quasi disarmante che Chiara e Alberto si amavano. Non c'era il rumore di fondo di una relazione in frantumi, non c'erano crepe segrete. Nessun dubbio serio, nessuna ombra concreta di conflitti insanabili. Nulla. Lo sentite il peso di questa parola? E' una parola che non dialoga, che non descrive un'assenza, la produce. E' un avverbio di negazione assoluta. Non c'era un problema fra Alberto e Chiara. Erano due ragazzi che stavano insieme da anni e che avevano imparato a muoversi l'uno nello spazio dell'altra con naturalezza. E poi c'è quella sera. L'ultima. Non la sera di una scoperta oscena, non la miccia di una furia improvvisa. La ricostruzione paziente di Porta e Occhetti toglie di mezzo, con la forza dei fatti, l'ennesima narrazione tossica: Chiara non aveva visto file pornografici, non aveva affrontato Alberto in una lite feroce, non aveva scavato in una vergogna capace di trasformarsi in morte il giorno dopo. Aveva fatto qualcosa di infinitamente più intimo. Aveva letto la sua tesi. L'aveva controllata, corretta, migliorata. Aveva prestato attenzione alle parole di lui, alla struttura dei pensieri, come si fa quando si desidera che l'altro riesca, perché il successo dell'altro, quando ci si ama, non è una minaccia ma un'estensione di sé. Questo è amore, nella sua forma più silenziosa, è cura e complicità senza bisogno di dichiarazioni. Un sentimento che guarda avanti, che immagina una vita insieme, che si costruisce nei dettagli, nelle correzioni a margine, nelle frasi riscritte, nel tempo regalato in un agosto passato a casa insieme, invece di andare in vacanza con la famiglia. Raccontare questo non significa edulcorare, né assolvere per principio. Significa restituire verità a Chiara. Per anni è stata descritta come una donna lucida e forte che avrebbe scelto, inspiegabilmente, di restare accanto a un uomo dipinto come instabile, opaco, problematico. Ma una donna intelligente, curiosa, viva, una donna che non subiva, che non taceva, non avrebbe accettato per quattro anni una relazione fatta di paura o squilibrio. Restituire l'ultima giornata per ciò che probabilmente fu, simile a tante altre, cambia tutto. Non due figure intrappolate in un dramma annunciato, ma due persone immerse in un sentimento delicato, forse persino invidiabile. Un amore che, proprio perché quieto e autentico, poteva generare fastidio, rancore, perfino odio in chi, in quel momento, felice non era. Forse è da qui che si deve ripartire. Per restituire. Perché rendere giustizia a Chiara significa anche non tradire ciò che era, non violentare il suo sentimento per adattarlo a una storia che ha bisogno di un colpevole più che di verità. #Garlasco #zonabianca #Garlascopoli #ore14

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54,859 просмотров • 9 месяцев назад

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Sono distesa nel mio confortevole letto e ascolto con una certa distrazione gli interventi dell'avvocato Angela Taccia. Nel frattempo penso all'avvocato Catacomba, e me lo immagino a casa davanti alla televisione mentre si maledice per aver assunto questo incarico. Ma questa è un'altra storia. Dov'ero rimasta? Ah sì. A un certo punto, la mia distratta attenzione viene riaccesa da un'affermazione della Taccia: Andrea nel 2018 si sarebbe sentito davvero male durante l'interrogatorio, tanto che fu chiamata un'ambulanza; ambulanza di cui, dice, esiste perfino il certificato, mentre Cassese non ne avrebbe fatto menzione a verbale. Dunque, conclude, il verbale di Cassese è falso. Fermi tutti. A parte il fatto che di Cassese abbiamo ormai capito il talento singolare nel redigere verbali creativi, la mia memoria, senza neppure consultare fascicoli, si mette improvvisamente sull'attenti e mi restituisce con precisione un'altra dichiarazione della stessa Angela Taccia: quella in cui l'ambulanza semplicemente non esisteva, perché Andrea non si era sentito male. E noi eravamo kattivi. E allora, da spettatrice che guarda da casa, senza avere il fascicolo ma conservando ancora un minimo di istinto logico, mi viene una domanda molto semplice: come fa una cosa prima a non esistere e poi a diventare prova? Proverbio del giorno:"Quando una cosa prima non esiste e poi diventa prova, il dubbio non riguarda l'ambulanza ma il racconto". Paurina eh. #Garlasco #Lostatodellecose #Sempio

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