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A tutte le #mamme...... #Resistenza_sempre

144,701 Aufrufe • vor 1 Jahr •via X (Twitter)

14 Kommentare

Profilbild von Bianca alla seconda. 🇮🇹❤️🏅
Bianca alla seconda. 🇮🇹❤️🏅vor 1 Jahr

Se non ci fossero le mamme, bisognerebbe inventarle!!

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Augusta Benedettivor 1 Jahr

Le mamme sono straordinare ogni giorno un Oscar per carico di lavoro enorme ...

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maria luisavor 1 Jahr

grazie❤️

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Rose 🧡vor 1 Jahr

sì è proprio così. altro che salti mortali

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Dani iovor 1 Jahr

Uniche siamo!!🔝

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ilaria angelinivor 1 Jahr

Oddio... Grazie mille

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Brunella C.vor 1 Jahr

Mothers of Palestine 🇵🇸 STOP the GENOCIDE

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MarcoGialloRosso💛❤️vor 1 Jahr

Io, padre di tre figli, la vivo tutti i giorni insieme a mia moglie e spesso da solo con loro.

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giammarco di filippovor 1 Jahr

Sono tutte belle le mamme del mondo...

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Daniavor 1 Jahr

Lei è il più sveglio della cucciolata? La *mia Italia*? Se non conosce con chi ha a che fare, tenga per sé queste elucubrazioni idiote!

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ANTONIOvor 1 Jahr

Un uomo in Kenya si è spacciato per avvocato, ha vinto 26 cause su 26—poi si è difeso in tribunale dopo essere stato scoperto... e ha vinto anche la sua causa.

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Nardò Delle Landevor 1 Jahr

Non puliscono le strade, non asfaltano, non potano gli alberi, non puliscono i parchi, non investono nelle scuole e negli ospedali. Si può sapere dove vanno a finire i nostri soldi?

Profilbild von ❤️‍🔥Siciliano Ergo Sum 🌋
❤️‍🔥Siciliano Ergo Sum 🌋vor 1 Jahr

È morta mia mamma. Grazie a tutti quelli che mi sono stati e mi sono vicini

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Timostenevor 1 Jahr

Mio padre è morto giovedì. Sono passati quattro giorni. Lo dico piano, quasi senza voce, come se le parole potessero spezzarsi mentre escono. È morto. Non c’è più. Non risponde al telefono. Non posso più chiedergli come sta oggi, se si ricorda come si sistemava quella presa del corridoio, se anche lui, alla mia età, si sentiva stanco così. Eppure ogni tanto il pensiero mi scappa: “lo chiamo dopo”. Poi mi blocco. Resto lì, col gesto a metà, e il vuoto si apre, senza preavviso. Ho più di cinquant’anni. Eppure non mi sento pronto. Non c’è preparazione possibile. Si crede di sapere cosa significa perdere un genitore finché non accade. E quando accade, cambia tutto. Si spezza qualcosa che reggeva dentro, qualcosa che non sapevi nemmeno di avere. Mi muovo, faccio quello che va fatto. Ma sotto, sotto c’è il silenzio. Quello vero. Quello irreversibile. Non è un dolore che si può raccontare con precisione. È una mancanza che si allarga come una macchia. Stamattina, ad esempio, ho pensato che gli sarebbe piaciuta questa luce. E subito dopo ho sentito quel vuoto acido allo stomaco. Perché non glielo potrò mai più raccontare. Non ci sarà un’altra occasione. È finito. L’ho visto entrare nel forno crematorio. Un’ora dopo c’era un’urna. Un mucchietto di cenere. Una targhetta con un numero. Ottantasei anni di vita, di memoria, di lavoro, d’amore… tutto lì dentro. E mi sono chiesto: è tutto qui? Nietzsche scriveva: «colui che ha un perché per vivere può sopportare quasi ogni come». Ma quando muore un padre, quel perché si frantuma. E resti tu. Solo. Senza direzione. Con un’urna in mano e troppe domande. E nessuna risposta. Si diventa il bordo dell’albero genealogico. Dopo di te, il nulla. Tocca a te, adesso. Tocca ai tuoi figli, un giorno, tenere in mano un’urna con un numero. Come io tengo la sua. Qualcuno, da qualche parte, ha scritto della morte come del tratto fondamentale dell’esistenza. Ma finché tuo padre è vivo, sono solo parole. Adesso no. Adesso è la mia pelle. Adesso è la mia voce che si spezza. E ho paura. Ho paura che ricordare ogni giorno lo tenga vivo. Ma ho anche paura che col tempo il suo volto si sfochi. Come una foto lasciata al sole. Una linea alla volta, un dettaglio alla volta, fino a diventare un’ombra vaga, un’impressione. Non so come si fa. Come si convive con l’assenza. Come si supera il bisogno improvviso di riascoltare la sua voce. Di raccontargli qualcosa di inutile. Di sentirsi ancora figlio. Vengono a trovarmi e mi dicono che il dolore si attenua. Che il tempo aiuta. Ma io non voglio che aiuti a dimenticare. Non voglio che la sua voce si faccia nebbia. Voglio ricordarlo nitido. Voglio che quello che ha lasciato in me, anche quando non lo capivo, anche quando mi faceva arrabbiare, resti vivo. E allora immagino che il lutto possa essere questo: non dimenticare. Ma imparare a vivere insieme alla mancanza. Farle posto. Lasciarle spazio. Non combatterla. Non ignorarla. Riconoscerla come parte di sé. Come una stanza nuova, silenziosa, che prima non esisteva. Rainer Maria Rilke scriveva che «la vera patria dell’uomo è l’infanzia». E io oggi sento che, con mio padre, è morta anche una parte di quella patria. La chiave di casa, da adesso, ce l’ho io. E tocca a me decidere cosa farne. Forse posso cederla a chi viene dopo. Ai miei figli. Non come eredità di dolore, ma come qualcosa che resta. La cura. La presenza. Le parole semplici. Anche quelle che non ho mai detto, ma che forse è ancora possibile dire. Adesso. Dite tutto, adesso. Anche le cose banali. Anche un “ho pensato a te stamattina”. Perché a un certo punto non le potrete più dire. E quel silenzio, credetemi, pesa come una montagna.

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