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Ana Sayfaya Dön

Altro cortocircuito tra narrazione progressista e realtà. In Iran, le donne bruciano il velo in piazza, nel corso delle proteste contro il regime. Forse non é esattamente quel simbolo di libertà, come abbiamo cominciato a raccontare in Occidente.

56,332 görüntüleme • 7 ay önce •via X (Twitter)

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Benzer Videolar

Trump ha detto che nominerà Tulsi Gabbard direttrice dell’agenzia che coordina tutte le agenzie di spionaggio degli Stati Uniti, compresa la Cia. Gabbard è una politica americana che nel 2017 è andata in Siria per incontrare in segreto il dittatore Bashar el Assad e i cui interventi pubblici vengono doppiati in russo e trasmessi dai canali televisivi di Mosca tanto sono aderenti alla propaganda putinista e utili alla retorica del Cremlino. Gabbard ha detto che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è un despota. Nel 2017 era andata ad Aleppo per partecipare a una visita guidata (dal regime) nella città, distrutta dai bombardamenti del governo di Damasco e dell’aviazione del suo migliore alleato Putin. Nel suo reportage per un pubblico americano, Gabbard aveva raccontato i mutilati negli ospedali e il dolore dei parenti delle vittime, ma era riuscita a non citare mai i responsabili dell’assedio di Aleppo, della distruzione di Aleppo e degli oltre trentamila morti tra gli abitanti della città, cioè i suoi accompagnatori. Una volta tornata a casa, aveva confezionato un video in cui rimproverava il suo paese per la guerra che aveva come obiettivo un “regime change”, ma i filmati che aveva inserito nello spot mostravano bombardamenti siriani e russi, non americani. Nel 2012, quando è iniziata la guerra in Siria, il presidente degli Stati Uniti era Barack Obama, che aveva fissato la linea rossa: non permetteremo ad Assad di usare le armi chimiche. Poi Assad aveva usato le armi chimiche contro i siriani e non gli era successo niente. Immune alla realtà, Gabbard aveva continuato a ripetere che l’obiettivo di Obama era il regime change a Damasco. Quando Trump era approdato alla Casa Bianca, Gabbard aveva accusato pure lui di “finanziare i terroristi” pur di far fuori Assad. Tulsi Gabbard potrebbe sembrare un’ingenua che si è fidata delle fonti sbagliate, eppure aveva fatto un viaggio in Siria anche nel 2015, all’epoca non era accompagnata dagli uomini del regime ma da Mouaz Moustafa, un civile e un attivista, il direttore della task force per le emergenze. Lui le aveva presentato i parenti dei bambini morti sotto i barili bomba di Assad, in quel caso lei non s’era commossa e sui suoi canali social con milioni di seguaci a quelle voci non aveva dato spazio. È difficile immaginare un dialogo tra gli informatori della Cia nei regimi (in Siria, in Iran, in Russia), gli alleati degli Stati Uniti sparsi per il mondo, a cominciare da Kyiv, e Tulsi Gabbard. Provate a pensare come deve sentirsi oggi un dissidente siriano in Siria, che si è fidato degli Stati Uniti e ha passato informazioni, i cui dati sono conservati nei registri delle agenzie d’intelligence che Gabbard sta per andare a coordinare. (Se vi state chiedendo questo: sì, Gabbard appoggia i bombardamenti israeliani contro la Striscia di Gaza.)

Cecilia Sala

44,112 görüntüleme • 1 yıl önce

C’è una differenza elementare, ma evidentemente ormai introvabile, tra colpire un regime e copiare un regime. Le sanzioni alla Russia servono a questo: colpire il regime. Ridurne la forza economica, limitarne la capacità di finanziare la guerra, far pagare un prezzo all’aggressore. Se uno le allenta, non compie un gesto neutrale, né pragmatico: aiuta Putin. Gli mette fiato, soldi, margine. E siccome la Russia non sta organizzando un festival letterario ma invadendo un paese sovrano, la questione sarebbe perfino semplice. Un conto però è sanzionare uno Stato aggressore. Un altro è pretendere di cancellare dalla Biennale di Venezia gli artisti russi in quanto russi. Qui non si colpisce il potere: si colpisce la libertà. E soprattutto si finisce per fare esattamente ciò che fanno i regimi, che infatti censurano gli artisti, li selezionano per appartenenza, li puniscono per identità, li ammettono o li escludono non per ciò che dicono ma per il timbro sul passaporto. La scelta di aprire l’Esposizione agli artisti russi, e insieme a quelli iraniani, palestinesi e israeliani, sta qui: l’arte si può amare, detestare, contestare, deridere. Ma non censurare. Chi censura l’arte è la Russia. Motivo in più per fare il contrario. Si può dunque essere inflessibili contro Putin e favorevoli alla scelta di Pietrangelo Buttafuoco senza avvertire la minima contraddizione, per la semplice ragione che la contraddizione non c’è. Anzi, c’è il contrario: c’è coerenza. Perché se davvero si pensa che il regime russo sia un nemico della libertà, allora lo si combatte dove va combattuto, cioè sul terreno politico, economico e strategico, non imitando i suoi riflessi polizieschi nel campo dell’arte. Le sanzioni servono contro chi fa la guerra. La censura serve a chi ha paura della libertà. E una democrazia dovrebbe saper distinguere almeno questo.

Davide Faraone

34,705 görüntüleme • 5 ay önce