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Giovane, talento puro 💥 Arriva a #BallandoConLeStelle direttamente dal torneo #BallandoOnTheRoad e... boom! 💃✨ Chi l'avrebbe mai detto? La nuova generazione del ballo è qui! #NikitaPerotti

32,534 次观看 • 1 年前 •via X (Twitter)

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Forse non avete ascoltato bene questo servizio, Forse non avete capito chi sono le persone che hanno indagato su #Sempio, sono degli Analisti investigatori di altissimo livello che non possono essere paragonati né a Palmegiani, Garofano né a Sapone 😒 con tutto il rispetto 🙏 Per chi deride questa indagine dovrebbe tapparsi e sciacquarsi la bocca! Hanno fatto una ricostruzione impeccabile. Basta vedere anche solo un particolare e cioè quello dove #Sempio scrive praticamente tutto e tutti i santi giorni parlando anche del suo amico suicida ma non c’è niente su Chiara, ma come? La sorella del tuo migliore amico e non scrivi niente? Neanche un pensiero?😒 Di quel periodo non scrive niente ma trovano delle pagine strappate solo di quel periodo e poi scrive “bruciato tutto” Perciò potrebbe aver scritto su Chiara ma lui ha cancellato tutto bruciato e strappato tutto. È come quando si è sicuri di chi è il colpevole ma lo devi provare. Ma qui oltre a questa indagine investigative abbiamo anche del dna e la 33 è un movente. Così è per la procura. Perciò il loro compito è di analizzare DNA, impronte, sangue, capelli, fibre studiare la scena del crimine ricostruire la timeline degli eventi individuare incongruenze e salti temporali esaminare chat, telefoni, computer, telecamere verificare alibi e spostamenti confrontare tracce e reperti fare ricostruzioni dinamiche di un delitto o incidente. Merita rispetto questa nuova indagine! #Garlasco

DeaNera 🦂🍓

14,908 次观看 • 3 个月前

C’è qualcosa di profondamente stonato in questa storia. Non tanto l’avidità, quella è antica quanto il mondo, ma la sua eleganza. La sua precisione. La sua puntualità quasi scientifica. I mercati si muovono prima delle decisioni. Qualcuno compra, qualcuno vende, qualcuno scommette miliardi con un tempismo che non è intuito, è conoscenza. Poi, qualche minuto dopo, arriva l’annuncio. E tutto diventa logico, spiegabile, inevitabile. Ma solo dopo. Prima no. Prima è un privilegio. Come funziona? In modo semplice, quasi banale. Se io so, davvero lo so, non lo immagino, che tra dieci minuti verrà annunciata una pausa in un attacco militare, posso scommettere sul fatto che i mercati saliranno. Compro futures sugli indici, cioè contratti che guadagnano se la Borsa sale. Oppure vendo petrolio prima che il prezzo scenda. Quando la notizia diventa pubblica, i mercati si muovono davvero. E io incasso. Non perché sono stato bravo, ma perché sono arrivato prima. È qui che nasce il sospetto: perché questi movimenti avvengono sistematicamente pochi minuti prima degli annunci di Donald Trump. Non ore prima, non giorni prima. Minuti. Un anticipo così preciso non è fiuto. È informazione. Si dirà: non ci sono prove. Ed è vero. Ma ci sono coincidenze che, sommate, smettono di essere casuali e diventano quantomeno imbarazzanti. E soprattutto c’è un contesto: controlli ridotti, uffici che indagavano su frodi finanziarie ridimensionati, meno occhi a guardare dove passano i soldi. Quando si spegne la luce, non è mai per caso. Fin qui, l’America. Poi c’è l’Italia, che non gioca ma paga. Perché quando qualcuno scommette sul petrolio e il prezzo si muove, quel movimento arriva fino al distributore sotto casa. Quando la finanza anticipa una crisi o una tregua, i prezzi dell’energia oscillano subito. E l’energia entra in tutto: trasporti, cibo, bollette. Così una scommessa fatta a New York diventa uno scontrino più caro a Palermo o a Milano. E mentre qualcuno guadagna sull’anticipo delle notizie, milioni di famiglie italiane vivono sull’anticipo dello stipendio che non basta. Loro giocano sui futures. Noi sui centesimi. In questo quadro, colpisce la disinvoltura con cui Giorgia Meloni continua a considerare Trump un alleato solido, quasi un modello di riferimento. È legittimo, naturalmente. Ma resta una domanda sospesa: alleato di chi? Perché se il modello è un sistema in cui pochi sembrano sapere tutto prima, e molti scoprono tutto dopo, al distributore, alla cassa, nella rata del mutuo, allora il problema non è solo politico. È morale. E alla fine la distanza è tutta qui: tra chi compra il futuro e chi prova semplicemente ad arrivarci.

Davide Faraone

10,286 次观看 • 4 个月前

Nel trasferirmi per un po’ solo su Instagram lascio alcune riflessioni. La prima è che ancora nessuno ha il coraggio di fare una riflessione sul ruolo della stampa in questa vicenda e domandarsi perché una notizia irrilevante e pure falsa era in home ovunque. Si preferisce scaricare le colpe più genericamente sui social brutti e cattivi, social che alla fine sono il perfetto capro espiatorio del giornalismo. Seconda riflessione. Da giorni i giornali soprattutto di destra parlano di METODO ricorrente, di cattiveria costante bla bla. Si dimenticano che il debunking è stato opera di una persona che si occupa di cibo e ristorazione, che non ha mai criticato nessuno, che non manganella, è sensibile e pacifica e non “brinda con me chiedendosi chi sarà il prossimo da sputtanare” (cit. Repubblica). Quello che non si può dire, è che ha avuto due sfortune: che la povera signora si sia suicidata (spero si capisca il senso) e che è il mio fidanzato. Se ogni volta che una persona finisce sulle cronache criticata per qualche motivo si suicidasse, i giornali dovrebbero chiudere. Però può succedere sempre, lo sappiamo, e succede più spesso di quanto le cronache raccontino. E non succede perché la shitstorm è troppo grossa. Questa è una semplificazione da bar. La bidella pendolare o la professoressa che aveva la relazione con lo studente si sarebbero dovute uccidere, allora. Il suicidio si inserisce in un quadro più complesso, purtroppo- salvo casi evidenti o eclatanti- non sempre immaginabile. Le critiche possono essere una concausa, il che non vuol dire che si può offendere o denigrare. Perfino la povera Cantone aveva pregressi dolorosi. In questo caso specifico, poi, si continua a parlare di gogna e valanghe di commenti, ma è semplicemente falso. C’erano pochi commenti, oggi forse sul mio fb (in cui avevo solo condiviso il post di Lorenzo) ne vedete di più perché sono quasi tutti insulti. A noi. Ed è falso che la signora sia stata aggredita o manganellata, basta leggere la manciata di post. Per inciso, se stabiliamo che i social sono cattivi per i commenti che innescano, mi chiedo: voi li avete mai letti i commenti sotto repubblica o corriere o qualsiasi sito? Ogni volta che qualche sito dedica un articolo a me, spesso stravolgendo parole per farmi sembrare Belzebù, sotto ci sono talmente tanti insulti che se fossi fragile sarei da tempo in una clinica psichiatrica. Ad essere ottimisti. Nessuno filtra o cancella. Io, per dire, nei limiti del possibile lo faccio. Si è poi detto che il debunking non lo deve fare chi non è giornalista. Qui però il non giornalista è forse l’unico ad aver scritto una cosa vera, con parole misurate e chiamando la signora per verificare . E poi, se i social sono roba diversa dal giornalismo, come mai il giornalismo attinge tutti i giorni dai social e a mani basse? Infine. Di questa signora morta non importa nulla a nessuno. Ognuno la sta usando per banchettare alla sua tavola. La politica (che mi usa per dire “la sinistraaaaa”. Ma sinistra a chi? Quale sinistra?). I colleghi a cui stavo poco simpatica (si sono presentati tutti all’appello, nessuno che abbia almeno finto di non godere per la morte della signora). I giornali stessi, che possono continuare con la narrazione rassicurante “non siamo mica noi! È la solita cattivona di Selvaggia!”. Da cui ovviamente si prendono notizie o distanza a seconda della comodità del momento. E le tv, ci mancherebbe. Chiudo dicendo che essere associati a suicidi con questa facilità SUI GIORNALI e questa goduria generale potrebbe uccidere molto più che una critica per aver raccontato una bugia, ma alla fine se mai si ammazzasse qualcuno si potrebbe sempre dare la colpa ai social. Gli unici, in questo caso, che avevano raccontato la verità. E se l’avevano raccontata con ferocia (invito a leggere il post di Lorenzo) la domanda con cui vi lascio è: come mai, prima del tragico gesto, nessuno se ne era lamentato?

Selvaggia Lucarelli

533,002 次观看 • 2 年前

La Georgetown University cancella la relatrice Francesca Albanese dall'elenco degli studiosi dell'Ateneo. Dopo la foto con Hannoun e le polemiche sulla cittadinanza onoraria a Bologna, l'università americana prende le distanze dalla diplomatica. "Quello che Israele fa da quando si è costituito è esistere come Stato militare. Con quella militarizzazione Israele ha creato un'industria". Con queste parole lo scorso 5 luglio Francesca Albanese, relatrice speciale dell'Onu per i Territori palestinesi, parlava sul Lago di Como, a Lenno, durante un evento pro-Palestina. In quell'occasione ebbe modo di conoscere proprio lui, Mohamed Hannoun, adesso accusato di essere il capo della cellula di Hamas in Italia. Fin da subito, con qualche imbarazzo, la diplomatica corse ai ripari: "Alla gente che mi chiede di fare una foto non chiedo il pedigree o se sono incensurati", dichiarò ai giornalisti. Ora, però, tocca a lei incassare una nuova presa di distanza, questa volta direttamente da Washington. L'Università di Georgetown, la più antica degli Stati Uniti, ha scelto di cancellarla dall'elenco ufficiale degli studiosi affiliati. Una decisione arrivata in seguito al rapporto di Hillel Neuer, direttore dell'organizzazione che monitora l'Onu: "Le università non devono diventare rifugi sicuri per chi abusa della propria piattaforma per diffondere odio", ha detto. Insomma, Francesca Albanese continua a incassare prese di distanza. Prima dalla sinistra, spaccata sulla sua cittadinanza onoraria a Bologna e imbarazzata per le parole con cui definì l'aggressione squadrista alla redazione della Stampa. Ora anche dal mondo accademico. Tra chi la candida al premio Nobel e chi le toglierebbe l'incarico alle Nazioni Unite, comincia a esserci anche chi preferisce far finta di non conoscerla.

🖤 🇮🇹 𝘨𝘪𝘨𝘪 𝘱𝘰𝘥𝘥𝘢 👣🐾 🇮🇹 🖤

14,308 次观看 • 7 个月前

Qui, la mia corrispondenza di questa mattina 10 gennaio 2025 in onda su Radio Radicale: - La Repubblica islamica iraniana sta massacrando a porte chiuse i manifestanti. L’interruzione delle linee telefoniche e di Internet serve al regime per isolare il paese dal mondo esterno e per poter compiere in tal modo gli orribili crimini a porte chiuse. - Il piano della Repubblica islamica di sedare le proteste sin dal loro insorgere è ormai fallito anche perché vi sarebbero delle defezioni all’interno dell’apparato paramilitare e dei guardiani della rivoluzione. - Gruppi di mercenari sciiti al soldo di #Khamenei, fatti giungere dall’#Iraq, dall’#Afghanistan e dal #Libano sparano colpi di mitragliatrici a fuoco vivo direttamente sui manifestanti. - Ali Salehi, il procuratore di Teheran del cosiddetto Tribunale rivoluzionario islamico ha affermato che i manifestanti saranno puniti con la morte. Sono accusai di “moharebeh”, cioè di “aver mosso guerra contro dio”, cioè contro lo stato islamico. - Le esilaranti smagiassate di #AliKhamenei, caratteristica dei leader mediorientali. -Non si tratta più di mere proteste per la catasfrofica condizione economica in cui il regime teocratico ha fatto precipitare il paese, stiamo assistendo a una insurrezione popolare su scala nazionale. - I giovani stanno via via stanno abbattendo tutti i simboli religiosi, dalle statue dei Qasem Soleimani, l'ex comandante delle Forze Qods delle guardie rivoluzionarie, alle effigie di #Khomeini e #Khamenei. - Questa a cui assistiamo è una resistenza civile dal basso che sta sfidando il cuore della teologia politica della Repubblica Islamica più efficacemente di qualsiasi partito o opposizione organizzata. - E intanto il principe in esilio Reza #Pahlavi, tanto invocato in queste manifestazioni per guidare la transizione verso la democrazia, sarà a Mar-a-Lago martedì 13 gennaio per incontrare Trump e Netanyahu. - Ma il possibile ritorno del nazionalismo persiano inquieta le numerose minoranze etniche e religiose del paese dal momento che la componente persiana non è assimilabile a tutto l’Iran, ma solo ad una parte, i persiani rappresentano solo poco più della metà del paese. Radio Radicale #Turchia

Mariano Giustino

12,764 次观看 • 7 个月前

A chi strilla che il Governo italiano non ha mosso un dito per la Palestina, ricordo che: • l'Italia e' stato il primo paese per aiuti umanitari nella striscia di Gaza • abbiamo curato piu' di 200 bambini e accolto oltre 1.200 persone • spedito 300 tonnellate di aiuti alimentari e sanitari • inviato una nave militare-ospedale per curare i feriti in loco e inviato altre navi per scortare gli Italiani imbarcati nella flotilla. Chiedo quale altra nazione abbia fatto altrettanto. A chi ci dice che non abbiamo preso una posizione politica chiara e che saremmo "complici del genocidio" e che avremmo "le mani sporche di sangue", aizzando così in maniera irresponsabile matti e delinquenti, ricordo che la proposta del governo italiano di risoluzione del conflitto tra Israele ed Hamas (alla base della proposta di pace di Trump) consiste in: • liberazione della striscia di Gaza dalla presenza di Hamas • riconsegna delle armi • un piano per la ricostruzione della Palestina • l'impegno di Israele a ritirarsi da Gaza • rilascio immediato degli ostaggi • amnistia per i membri di Hamas che desisteranno e collaboreranno in questo percorso • governo tecnico palestinese, con una riforma dell'Autorita' nazionale palestinese che permetta davvero di riprendere il governo della striscia e costruire un percorso di autodeterminazione di quel popolo • l'impegno di Israele a non annettere ne' Gaza ne' la Cisgiordania. Questo è quello che abbiamo fatto e che proponiamo noi. Questa proposta non piace guarda caso ad Hamas e all'ala più dura del governo israeliano. Purtroppo non piace neppure a pd, m5s e avs che oggi in Aula non ce l'hanno votata, chissà perchè. L'opposizione, la cgil e i centri sociali che cosa vogliono? Che le nostre navi sfondino il blocco navale israeliano e che ci facciano entrare in guerra? E dal momento in cui non dovessimo obbedire a tali diktat, minacciano di spaccare e bloccare tutto. Vi è chiaro adesso il ricatto al popolo e al governo italiano? D'altra parte, che fosse una iniziativa politica violenta e non umanitaria noi lo avevamo capito già da tempo, ma oggi un parlamentare dei 5 stelle ce lo ha detto in faccia. Rispetto per chi, in buona fede e per empatia nei confronti dei palestinesi ha manifestato pacificamente negli ultimi giorni, ma la realtà è questa. Mi auguro che la sinistra adesso la smetta, perchè quando si appicca un incendio non si sa mai come andrà a finire e se si riuscirà a spegnerlo.

Rossano Sasso

19,939 次观看 • 10 个月前

🧵L'uomo che arranca disperato alla ricerca di acqua è il professor Ghanem Al-Attar, uno dei più illustri costituzionalisti del Medio Oriente. L'ho visto comparire in molti video dove si distingue per il suo modo accurato nel vestire, spesso in giacca, alle volte in camicia, mai malvestito. In un campo di sterminio, sotto le bombe, senz'acqua, senza cibo, senza un tetto, senza diritti, il professor Al-Attar trova la forza e l'orgoglio di vestirsi in modo "civile". Non è un vezzo, è una sfida rivolta al carnefice. Il professor Al-Attar è il signor Steinlauf raccontato dal grande Primo Levi. Una storia già vissuta. In "Se questo è un uomo" racconta Levi che dopo poche settimane dalla sua reclusione ad Auschwitz prese l'abitudine di non lavarsi. Frequentava i bagni solo per le funzioni fisiologiche. Un giorno fu avvicinato dal sig. Steinlauf: "Perché non ti lavi?" chiese al giovane Levi. "Perché dovrei? Forse vivrò più a lungo? Anzi, è uno spreco di energie" rispose Levi. Scrive Levi: "Il cinquantenne Steinlauf termina di lavarsi, si asciuga con la giacca di tela che poi infilerà e mi somministra una lezione non dimenticata allora né poi" "Sai a cosa serve il campo di concentramento? dice Steinlauf. A disumanizzarci, a ridurci come bestie, questo vogliono. E noi, bestie non dobbiamo diventare" "Siamo schiavi, privi di ogni diritto, esposti a ogni offesa, votati a morte quasi certa ma una facoltà ci è rimasta, e dobbiamo difenderla con ogni vigore perché è l'ultima: la facoltà di negare il nostro consenso" "Dobbiamo lavarci la faccia senza sapone, nell'acqua sporca, e asciugarci nella giacca, dobbiamo farlo per dignità e per proprietà, dobbiamo camminare dritti, senza strascicare gli zoccoli, non perché così prescrive il regolamento, ma per restare vivi, per non cominciare a morire". "Negare il nostro consenso" ammonisce il signor Steinlauf. "Non ci inchineremo mai davanti a nessuno, tranne davanti a Dio" dice il professor Al-Attar nel video a dx.

Gianluca Martino

58,904 次观看 • 1 年前

C’è un posto in Italia dove, se devi prendere un aereo, non devi fare il segno della croce prima di cliccare “acquista”. Non è un miracolo, è la Sardegna. Lì funziona così: vivi su un’isola, devi andare a Roma o a Milano, e sai già quanto spenderai. Non “più o meno”, non “dipende”, non “vediamo che succede martedì alle 3 di notte”. Sai. Punto. Cinquanta, sessanta, settanta euro. Anche ad agosto, a Natale, a Pasqua, quando il resto del Paese entra nella stagione delle rapine con carta di credito. E no, non è teoria. È pratica. Un residente sardo che volerà da Linate ad Alghero a Ferragosto prossimo pagherà una base tariffaria di 114 euro andata e ritorno. Tradotto: 57 euro a tratta, più tasse aeroportuali. Prezzo fisso. Sempre. Ferragosto compreso, cioè il momento in cui nel resto d’Italia i prezzi fanno yoga e si allungano fino all’inverosimile. Non è il socialismo, è semplicemente una politica pubblica fatta con un’idea chiara: la mobilità è un diritto, non una lotteria. E mentre in Sardegna il prezzo è scritto prima, altrove si scrive dopo. A matita. E la matita ce l’hanno le compagnie. Prendiamo invece un palermitano che torna a casa per Ferragosto. Gli è andata pure bene: volo non ancora pieno. Base tariffaria: 419 euro. A questa cifra vanno sottratti i 37 euro massimo andata e ritorno del ridicolo sconto siculo. Se invece aspetti che il volo si riempia, perché magari lavori, hai una vita, non puoi prenotare a febbraio per agosto, scatta la magia: da Linate a Palermo la base arriva a 323 euro, senza bagaglio. Se vuoi portarti una valigia, sali a 360, 385. Andata e ritorno? Superi tranquillamente i 770 euro più tasse. Più di New York in bassa stagione. Solo che invece di Manhattan atterri a Punta Raisi. La chiamano continuità territoriale. Nome un po’ burocratico, ma sostanza molto concreta: lo Stato, anzi, la Regione Sardegna, fa una cosa banalissima che in Italia sembra rivoluzionaria: scrive le regole prima. Stabilisce le rotte, gli orari, il numero minimo di voli e soprattutto il prezzo massimo per i residenti. Poi mette tutto a gara. Una gara vera. Le compagnie accettano quelle condizioni o stanno fuori. Fine. Tradotto: il pubblico decide, il privato esegue. E funziona così bene che adesso quella tariffa è stata estesa perfino ai parenti di primo grado dei residenti. Cioè: non solo ti garantisco il diritto a muoverti, ma riconosco che anche i legami familiari fanno parte della mobilità. Una cosa quasi commovente, in un Paese dove di solito ci si ricorda delle famiglie solo nei comizi. Poi c’è l’altra isola. La Sicilia. Dove la politica è più creativa. Nel senso artistico del termine: inventa cose che non esistono. Qui niente regole, niente tetti ai prezzi. Qui si va di bonus, sconti, trovate. Il Sicilia Express, che sembra un treno d’epoca e invece è una metafora perfetta, e gli sconti sui voli. Bellissimi. Sulla carta. Peccato che funzionino così: tu dai un contributo al cittadino, il prezzo del biglietto sale, e alla fine chi incassa è la compagnia. Il cittadino paga comunque tanto, ma con la consolazione psicologica dello “sconto”. Una specie di Black Friday pubblico: prima alzi il prezzo, poi fai lo sconto, e tutti felici. Tranne chi paga. In Sardegna hanno risolto il problema alla radice: il prezzo si decide prima. In Sicilia si è deciso di inseguirlo dopo. E il prezzo, si sa, corre più veloce della politica. Il risultato è molto semplice, quasi brutale: in Sardegna sai quanto paghi prima di partire. In Sicilia lo scopri alla fine, come quando arriva il conto al ristorante e fai finta di cercare qualcosa in tasca. È la differenza tra governare e arrangiarsi. Tra mettere regole e raccontare soluzioni. La continuità territoriale sarda non è perfetta, certo. Non protegge i non residenti, lascia il turismo in balia del mercato. Ma almeno ha un’idea di fondo: chi vive su un’isola non deve essere punito. In Sicilia, invece, si è partiti dall’annuncio. E quando parti dall’annuncio, di solito arrivi al conto.

Davide Faraone

12,213 次观看 • 4 个月前

🚨🪖🇺🇸🇮🇷 "HELP IS ON THE WAY" Facciamo una cosa. Senza impegno, fra una notizia e l'altra, pubblicherò gli aggiornamenti più interessanti dei trasferimenti di asset verso il Medio Oriente. Iniziamo da questo: gli Stati Uniti stanno dispiegando 6 E-3 AWACS in Europa come fase di transito prima di un probabile trasferimento in Medio Oriente. Non ho mai amato gli OSINT che parlano un linguaggio troppo tecnico, incomprensibile ai più. Allora tenterò di spiegare la situazione nella maniera più semplice possibile. In questo caso abbiamo un grande aereo capace di fare da occhi e cervello nel cielo. Questo aereo può vedere altri velivoli, droni o missili a più di 320 km di distanza. Al suo interno, operatori specializzati agiscono come fossero una torre di controllo volante: monitorano lo spazio aereo, avvisano se arriva un pericolo, dicono ai caccia dov’è meglio andare. L’E-3 è insomma una sorta di direttore d’orchestra. Senza di lui la musica della guerra può risultare caotica, andare fuori tempo. Ora, la domanda che i lettori del Blog conoscono bene: perché è importante? Perché dispiegare ben 6 esemplari di questi aerei in Iran invia un messaggio potente. Ricordiamo: l’Iran non è Gaza, non è il Libano. È un Paese vastissimo. Secondo la dottrina NATO, soltanto per coprire la costa meridionale e il confine occidentale, gli Stati Uniti hanno bisogno di dispiegare almeno quattro velivoli E-3 AWACS. Qui ne abbiamo potenzialmente 6. Capite bene che un movimento del genere suggerisce la preparazione a una campagna imponente. Vi terrò aggiornati in risposta a questo primo post. Il nome per questa rubrica improvvisata è scontato: "HELP IS ON THE WAY". Ps: chi apprezza il mio impegno, può sostenerlo in tre modi. 1) Iscrivendosi al Blog: 2) Scaricando l'app iPhone (soluzione consigliata nel caso dovessimo trovarci nella condizione di aprire una diretta): 3) Per chi è già a bordo, attraverso una donazione: E grazie a tutti, come sempre.

Dario D'Angelo

54,629 次观看 • 5 个月前

C’è un momento, nella vita di ogni governo, in cui smetti di essere alleato e diventi arredamento. Non decidi, non incidi, non disturbi: stai lì. Fai scena. Poi arriva Donald Trump, alza la voce, riscrive pure la storia, Afghanistan compreso, e scopre che gli italiani stavano “nelle retrovie”. Cinquantaquattro caduti trasformati in una nota a piè di pagina. E tu, governo italiano, che fai? Niente. Silenzio. Una compostezza da salotto buono: non si contraddice l’ospite. Oggi però il ministro Crosetto si sveglia e spiega che Trump avrebbe bisogno in America di collaboratori “più coraggiosi”, gente che gli dica quando sbaglia. Una scena quasi commovente. Peccato che l’unico posto dove questo coraggio non si sia mai visto è proprio qui, in Italia. Il coraggio degli altri. Sempre quello. Nel frattempo, mentre si distribuiscono consigli a Washington, gli italiani fanno i conti a casa. Gasolio a 2,14 euro al litro, sconti evaporati, prezzi che tornano a bussare come nel 2022. Il famoso “aiutino” del governo è durato meno di una promessa elettorale: prima alzano le accise per anni, poi le abbassano per qualche settimana e pretendono pure il grazie. Il gioco delle tre carte, ma con il pieno. E naturalmente la colpa è del mondo. Della guerra, delle tensioni, dei mercati. Tutto vero. Manca solo un dettaglio: chi quelle tensioni le alimenta, chi decide da solo, chi gioca a fare lo sceriffo globale senza avvisare nessuno. L’amico Trump. Quello da non disturbare. Quello che si può criticare solo quando i sondaggi lo mollano. Quello che domenica a braccetto con la Meloni tiferà per Orbán nelle elezioni ungheresi, lo stesso che blocca tutti i santi giorni i processi di rafforzamento dell’Unione Europea. Nel frattempo l’Europa, tra mille incertezze, prova almeno a esistere. Parla di difesa comune, di autonomia strategica. L’Italia invece resta lì, in mezzo: né dentro né fuori, né con coraggio né con dignità. Una tiepidezza così ostinata da sembrare una linea politica. E allora sì, ha ragione Crosetto: servono persone che dicano a Trump quando sbaglia. Magari iniziamo con qualcuno che trovi il coraggio di dirlo qui. In italiano. A voce alta.

Davide Faraone

21,565 次观看 • 4 个月前

Sta crollando tutto e credono di tenere insieme il muro che viene giù rafforzandolo con la melassa. Senza manco capire che oramai la melassa genera disgusto, vomito. A quel giullare del potere che è Benigni bisogna ricordare che la UE, quella reale e non quella dei suoi deliri, ha significato: 1) compressione salariale (ammesso dallo stesso Draghi) 2) smantellamento dello stato sociale, dei diritti alla salute, del lavoro. 3) soppressione della sovranità popolare, dato che la UE è servita a spostare le decisioni importanti verso centri sottratti al controllo democratico 4) svuotamento della democrazia, dato che tutte le decisioni erano prese altrove, e qualsiasi governo eletto si doveva muovere entro quelle coordinate (vi ricordate quei vermi cge giustificavano tutto con "ce lo chiede l'Europa"?) 5) crimini contro l'umanità in Grecia, perché tre lire non si potevano tirare fuori, mentre ora scopriamo che fare un baratro di debiti per favorire l'industria delle armi e salvare l'industria tedesca di può fare Ora ve ne venite fuori con quel guitto, o con discussioni su Ventotene. Ma lo avete letto? Un insieme di chiacchiere che mai nessuno ha preso sul serio, dato che la UE, nei suoi trattati fondativi, delinea una direzione opposta. Idee confuse, buone per fare propaganda, ma che si disfano non appena devi fare i conti con la realtà, con le differenze di cultura, di interessi, di tradizioni. Un manifesto che ignora del tutto la discussione sull'Europa che già all'epoca era ricca, sul rapporto tra culture nazionali e identità europea, sugli strati che compongono la storia dell'Europa. Si potrebbe parlare di quel manifesto, non con coloro che ne fanno un feticcio, quelli gne gne, oddio contessa, critica Spinelli. E chi è Spinelli? Mose? Perché lo hanno imbalsamato e trasformato in Mose', solo che le acque non si aprono e manna dal cielo non ne è venuta. Si potrebbe discutere, lo si faccia senza le regole celebrative, salottiere, da perditempo e da signora la contessa. Ma in fondo sarebbe del tutto inutile, è tempo perso, perché mai nessuno ha preso sul serio Spinelli. Spinelli e' sempre stato e sempre sarà un'arma di distrazione di massa. Serve a parlare del sesso degli angeli per non parlare della realtà. Qualcuno crede che Ursula bomber leyen lo abbia letto? Forse neanche sentito mai nominare. Il manifesto di Ventotene è un nulla che serve solo come foglia di fico per non parlare delle politiche antidemocratiche e antipopolari che hanno caratterizzato trent'anni di UE. Destra e sinistra ci costringono a parlare del nulla per non parlare della realtà, di un'Europa al servizio delle banche, vi ricordate Draghi? Spinelli serve alla Meloni come serve a Fornaro: un'evasione nel mondo delle ideologie, per coprire quello che sta accadendo. Parliamo di un manifesto di cent'anni fa per non parlare delle sfide attuali. Il guitto Benigni serve a questo: a nascondere la realtà sotto una massa di retorica. Il potere sta perdendo la testa, capisce che sta crollando tutto, e allora ha scatenato una guerra di propaganda che manco le SS. Tutto inutile, perché, signori, siamo al capolinea e tra poco si scende. Il castello sta crollando perché i costruttori erano pessimi, perché l'edificio è senza fondamenta. Perché la UE nasce come tentativo di cancellare l'Europa, i suoi strati, le sue radici, le sue differenze, la sua ricchezze, per annullare la tradizione Europea. E noi, eredi dell'Europa e della sua cultura, difendiamo l'Europa contro quella macchina per fare il vuoto che è la UE. - Vincenzo Costa

Sabrina F.

19,523 次观看 • 1 年前

Qui a Hebron, nel 1929, durante la rivolta araba ai tempi del mandato britannico della Palestina, ci fu un massacro: 67 ebrei ammazzati, quasi tutti disarmati, e le sinagoghe ridotte in cenere. I figli israeliani dei sopravvissuti al massacro si ricordano che, cento anni fa, la famiglia di Issa Amro nascose in casa propria i vicini ebrei per salvarli. Oggi Issa Amro è l’attivista non violento più famoso della Palestina – “ed è merito del motore di ricerca di Yahoo”, mi dice. Nel 2003, durante la seconda Intifada, si stava laureando in Ingegneria elettronica quando l’amministrazione militare israeliana ha chiuso la sua università. Quel giorno Issa ha aperto il pc e ha digitato: “How to start a revolution?”. Il primo risultato che gli è apparso sullo schermo è stata una pagina su Martin Luther King – e qui starebbe il merito di Yahoo. Issa Amro non ha mai imbracciato un’arma e non ha mai lanciato una pietra. Ma ha distribuito le telecamere ai palestinesi della zona e li ha convinti a filmare le aggressioni che subiscono dai coloni. Ha insegnato loro a dare fastidio. Li ha convinti a denunciare, anche se non si fidano del sistema, per lasciare una traccia della versione dei palestinesi. Issa Amro è stato arrestato decine di volte, una di queste – “le 12 ore peggiori della mia vita” – il 7 ottobre 2023. I soldati lo hanno trascinato nella piccola base in cima alla collina, che vediamo tirando su il naso dal cortile di casa sua. Lo hanno legato stretto e lo hanno bendato, gli hanno dato un po’ di bastonate. Uno gli ha appoggiato una pistola alla tempia, con il caricatore vuoto, e ha sparato. Un altro ha tirato fuori il pene dai pantaloni e lo ha appoggiato alla guancia di Issa. I soldati gli hanno chiesto: e dove sono ora i tuoi amici israeliani attivisti di sinistra? Poi hanno invitato nella base alcuni bambini, donne e uomini della colonia a farsi i selfie accanto a Issa sfigurato e in catene. Quel tipo testardo che ha sempre la risposta pronta, che rinfaccia ai soldati e ai coloni le leggi israeliane che vìolano e che lui conosce meglio di loro, finalmente s’era spaventato e stava in silenzio. La mia conversazione con Issa si ascolta nella puntata 753, Chora Media

Cecilia Sala

18,782 次观看 • 1 年前

«La Banca Centrale Europea non potrebbe né andare in bancarotta né rimanere senza soldi anche se dovesse subire perdite per quanto riguarda la montagna di obbligazioni da molti miliardi di euro che ha acquistato nell'ambito dei suoi programmi di stimolo. In qualità di unico emittente dell'euro, l'Eurosistema sarà sempre in grado di generare liquidità aggiuntiva se necessario. Quindi, per definizione, la BCE non può fallire né rimanere senza soldi». A dirlo è stata la presidente della BCE, Christine Lagarde. I milioni di poveri, di disoccupati, di inattivi, la carenza di posti letto negli ospedali, di medici, di infermieri, il crollo dei ponti per la mancata manutenzione da parte dei privati ai quali è stato svenduto un monopolio naturale, i tetti delle scuole che cadono a pezzi, i mancati interventi davanti all'esplosione dei costi energetici non sono colpa del destino cinico e baro. Sono frutto di deliberate scelte politiche. Quando ci dicono che mancano i soldi, semplicemente mentono. Una Banca Centrale sotto il controllo del Tesoro può fare tecnicamente qualsiasi cosa: può essere un prestatore di ultima istanza per tenere sotto controllo i tassi di interesse sui Titoli di Stato di un Paese. Può accettare una perpetuità, cioè un titolo di Stato irredimibile e a tasso zero. Può cancellare i titoli di Stato che ha in pancia. Può accreditare la valuta emessa direttamente sul conto della tesoreria di Stato senza richiedere a fronte di tale accredito l’emissione di altro debito. Si tratta esclusivamente di volontà politica. L’Italia, a differenza di altri Paesi come la Germania, non ha mai fatto default sul proprio debito. L’Italia ha pagato dal divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro quasi 3.000 miliardi di interessi passivi sul debito. L’Italia ha fatto 26 anni di avanzi primari dal 1992 (circa 1.000 miliardi di euro). L’Italia è da sempre contribuente netta della UE (cica 120 miliardi di euro negli ultimi 20 anni) e continua a esserlo anche col Recovery Fund (un MES non riformato che ce l'ha fatta). Il problema non è la mancanza di soldi, ma la cessione della sovranità, non solo monetaria, ma anche politica e fiscale, attraverso il vincolo esterno. A farlo è stata la peggior classe politica della storia d'Italia. Quella degli ultimi 40 anni. Per questo è necessario lavorare passo dopo passo affinché l’Italia riacquisti la propria sovranità rompendo le catene del vincolo esterno.

Gilberto Trombetta

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🚨⚽🇺🇸🇧🇪🇪🇺 È la storia delle ultime 24 ore. Ma la sensazione è che continuerà a esserlo ben oltre il triplice fischio della sfida fra Stati Uniti e Belgio in programma questa notte alle 2:00 (ora italiana) al Lumen Field di Seattle. Perché? Perché dietro la sospensione della squalifica di Folarin Balogun, l’attaccante USA espulso durante i sedicesimi di finale contro la Bosnia, emerge un intreccio di politica e potere che il mondo dello sport pare deciso a non tollerare in maniera silenziosa. Partiamo dai fatti, come sempre. E in questo caso da ciò che accade sul terreno di gioco. Palla in avanti verso Balogun: la punta USA si piazza davanti al difensore avversario, Muharemovic, per proteggere la sfera. Il giocatore bosniaco tenta l’anticipo e l’americano, nel contrasto, ricade con il piede sulla caviglia del marcatore. Di certo non c’è intenzionalità: Balogun, in quelle frazioni di secondo, non può né vedere né immaginare che sotto di lui finirà una parte del corpo dell’avversario. Al massimo può essergli contestata l’imprudenza del gesto atletico: Muharemovic è infatti riuscito a portarsi almeno con la gamba davanti alla punta statunitense, per quanto sia difficile stabilire chi dei due fosse meglio posizionato sul pallone. L’arbitro sul momento lascia correre, ma richiamato al VAR si concentra su un fermo immagine in particolare: il piede di Balogun schiaccia effettivamente la caviglia di Muharemovic. Decisione: rosso diretto per l’americano. Secondo “The Athletic”, quello registrato nel match fra gli Stati Uniti e i giustizieri dell’Italia al playoff di Zenica è un “errore di giudizio”. Il VAR, da protocollo, non avrebbe mai dovuto richiamare il fischietto: le linee guida dell’IFAB, l’organismo che scrive le regole del gioco, sono chiare nell’affermare che i replay al rallentatore dovrebbero essere usati per valutare il punto di contatto, la posizione di un fallo, se il pallone è entrato o meno. Ma quando si tratta di chiarire l’intensità di un fallo è la velocità normale, l’occhio umano dell’arbitro, a fare testo. Questo per dire che sì, la squalifica di Balogun da un ottavo di finale mondiale sarebbe stata probabilmente un’ingiustizia. Non la prima, non l’ultima, andata in scena sul rettangolo verde. Ed è proprio qui che esplode il bubbone. Per la prima volta nella storia dei Mondiali di calcio, la FIFA sceglie infatti di applicare l’articolo 27 del codice disciplinare, quello in base al quale l’organo giudiziario può decidere di sospendere, in tutto o in parte, l'esecuzione di un provvedimento disciplinare. È una specie di condizionale. Torni in gioco, ma se commetti un’altra infrazione di natura e gravità simili la “grazia” viene revocata e la sanzione “sarà applicata senza pregiudizio per eventuali sanzioni aggiuntive imposte per la nuova infrazione". Ci sono precedenti in questo senso? Uno. Cristiano Ronaldo rifila una gomitata all’irlandese O’Shea durante una partita di qualificazione ai Mondiali: scattano 3 giornate di squalifica, ma 2 vengono sospese così da non metterne a repentaglio la partecipazione ai Mondiali. È lo stesso meccanismo di cui beneficia Balogun, che sconterà sì la sua giornata di squalifica, ma la vedrà sospesa per un anno. E allora? E allora lo scandalo è tale non solo per l’importanza dell’evento, ma per il dietro le quinte che sembrerebbe aver innescato la decisione della FIFA. Secondo quanto riportato da POLITICO, già pochi minuti dopo l’espulsione di Balogun, la Casa Bianca è entrata in azione. È stato il direttore esecutivo della White House FIFA World Cup Task Force, Andrew Giuliani, a informare il presidente Trump della sanzione inflitta alla stella statunitense. Giuliani, il segretario al Commercio Howard Lutnick e alti funzionari della federazione calcistica a stelle e strisce - tutti presenti di persona alla partita contro la Bosnia - cominciano a stilare piani per contestare la decisione presa in campo dall’arbitro, pur consapevoli che i ricorsi accolti contro i cartellini rossi ai Mondiali sono estremamente rari. Nello spazio di quattro giorni, questo assunto viene smentito dalla cronaca. Giovedì, Trump telefona al presidente della FIFA, Gianni Infantino, chiedendo al dirigente calcistico, divenuto negli anni suo amico e frequente visitatore dello Studio Ovale, informazioni sui regolamenti. Infantino avrebbe ascoltato con attenzione le rimostranze di Trump, ma senza fare promesse di sorta. Nel frattempo, il team legale della U.S. Soccer prepara formalmente e presenta il ricorso alla FIFA, con Giuliani e Lutnick pronti a mettere a disposizione della causa anche avvocati della Casa Bianca per assistere nell’analisi legale, se necessario. Sempre Giuliani insieme a Scott Goodwin - un gestore di hedge fund che ha contribuito personalmente a pagare lo stipendio dell’allenatore degli Stati Uniti, Mauricio Pochettino - crea una sorta di dossier sull’arbitro brasiliano Raphael Claus, il fischietto che ha mostrato il cartellino rosso a Balogun. Persino alti funzionari governativi esaminano i precedenti dell’arbitro verdeoro: una prova di quanta attenzione sia stata destinata alla ricerca di ogni possibile argomento capace di rafforzare il ricorso. Ieri la risposta della FIFA: c’è la sospensione della squalifica di Balogun. Una scelta che la federazione ha definito indipendente e presa dalla sua commissione disciplinare composta da 18 membri, senza chiarire però se sia arrivata al termine di una votazione. Poco dopo l’annuncio, Trump e Infantino si sentono di nuovo. Il presidente USA loda la FIFA urbi et orbi per avere rimediato a una grave ingiustizia, mentre il mondo del calcio insorge. La federazione belga annuncia di stare valutando “ogni possibile opzione” per “salvaguardare i legittimi diritti di tutte le squadre partecipanti e proteggere i principi fondamentali del fair play nel nostro sport, sia in questa Coppa del Mondo FIFA sia nelle future edizioni del torneo”. Formula che di fatto anticipa la presentazione di un ricorso urgente che, a poche ore dal calcio d’inizio, sembra avere poche possibilità di essere accolto. A muoversi è anche la UEFA, l'Unione Europea delle Federazioni Calcistiche Europee, secondo cui la FIFA - con la decisione di ieri - “ha oltrepassato una linea rossa”. In un comunicato durissimo, il massimo organo calcistico del Vecchio Continente conclude: “Quando la certezza delle regole non è più garantita da chi è chiamato a custodirle, l'integrità del gioco viene messa a rischio e la credibilità della competizione risulta compromessa. Inoltre, una decisione di questo tipo crea un precedente all'interno del torneo in corso: situazioni analoghe dovranno ora ricevere lo stesso trattamento, con un inevitabile danno per la competizione”. Resta l’impressione di un’invasione di campo che fa male alla credibilità e allo spirito del gioco. Di più: lo scontro politico fra Stati Uniti ed Europa si sposta anche sul rettangolo verde. Piccola utopia: se Pochettino scegliesse deliberatamente di giocare senza Balogun farebbe probabilmente un gesto da gran signore. Se hai apprezzato questa ricostruzione, ti chiedo di sostenere il mio impegno. Puoi farlo iscrivendoti al Blog: e (se leggi da iPhone) scaricando l’app: Il Blog di Dario D'Angelo Ti ringrazio per l’attenzione.

Dario D'Angelo

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Qui a Londra, dove vivo, mi capita spesso di vedere degli homeless o degli artisti di strada che hanno il POS e ricevono così le offerte dei passanti, senza scambio di denaro contante, che qui quasi nessuno porta più con se. In Italia, dice l’osservatorio di una multinazionale dei pagamenti digitali, solo un consumatore su due paga digitalmente. C’è ancora della strada da fare, ma la digitalizzazione dei pagamenti è un processo inevitabile e inarrestabile. Nel mio quotidiano è già così. Da sempre non ho contanti in tasca e pago qualsiasi cosa, dalle caramelle al taxi ad acquisti più importanti, con l’orologio, nemmeno più con la carta, o a volte con il telefono. Anche i senza fissa dimora possono farlo, aprendo un conto presso una banca totalmente digitale, che richiede solo di scaricare un’app dal telefonino e di inserire pochi dati personali, senza altri dettagli né troppa burocrazia. Per fortuna anche in Italia, dice sempre l’osservatorio, cresce sensibilmente la percentuale di chi pensa che pagare digitalmente diventerà una consuetudine nel giro di qualche anno (l’82% contro il 70% del 2022). Restano aree in cui si fa fatica ad applicare questo modo di scambiarsi i soldi: gli acquisti nei piccoli negozi, per esempio, ma anche il pagamento di prestazioni occasionali, l’invio di denaro a qualcuno per le piccole spese e persino il pagamento di tasse, multe e tributi alla pubblica amministrazione. Diverse persone tendono ancora a usare le banconote e a fare la fila per pagare i bollettini o fare bonifici. Ma, nei prossimi anni, dovrebbero essere sempre meno. È un bene o un male che si vada in questa direzione? Più che altro è un dato di fatto. I pagamenti digitali sono stati inventati, si sono dimostrati efficaci, veloci e semplici e sono qui per restare. Un’invenzione non può essere disinventata. Nel mio caso, la vivo come una cosa positiva: è comodo pagare il parcheggio, senza dover cercare gli spiccioli, o acquistare qualcosa semplicemente sfiorando il cellulare.

M.Camisani-Calzolari

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Trump ha detto che nominerà Tulsi Gabbard direttrice dell’agenzia che coordina tutte le agenzie di spionaggio degli Stati Uniti, compresa la Cia. Gabbard è una politica americana che nel 2017 è andata in Siria per incontrare in segreto il dittatore Bashar el Assad e i cui interventi pubblici vengono doppiati in russo e trasmessi dai canali televisivi di Mosca tanto sono aderenti alla propaganda putinista e utili alla retorica del Cremlino. Gabbard ha detto che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è un despota. Nel 2017 era andata ad Aleppo per partecipare a una visita guidata (dal regime) nella città, distrutta dai bombardamenti del governo di Damasco e dell’aviazione del suo migliore alleato Putin. Nel suo reportage per un pubblico americano, Gabbard aveva raccontato i mutilati negli ospedali e il dolore dei parenti delle vittime, ma era riuscita a non citare mai i responsabili dell’assedio di Aleppo, della distruzione di Aleppo e degli oltre trentamila morti tra gli abitanti della città, cioè i suoi accompagnatori. Una volta tornata a casa, aveva confezionato un video in cui rimproverava il suo paese per la guerra che aveva come obiettivo un “regime change”, ma i filmati che aveva inserito nello spot mostravano bombardamenti siriani e russi, non americani. Nel 2012, quando è iniziata la guerra in Siria, il presidente degli Stati Uniti era Barack Obama, che aveva fissato la linea rossa: non permetteremo ad Assad di usare le armi chimiche. Poi Assad aveva usato le armi chimiche contro i siriani e non gli era successo niente. Immune alla realtà, Gabbard aveva continuato a ripetere che l’obiettivo di Obama era il regime change a Damasco. Quando Trump era approdato alla Casa Bianca, Gabbard aveva accusato pure lui di “finanziare i terroristi” pur di far fuori Assad. Tulsi Gabbard potrebbe sembrare un’ingenua che si è fidata delle fonti sbagliate, eppure aveva fatto un viaggio in Siria anche nel 2015, all’epoca non era accompagnata dagli uomini del regime ma da Mouaz Moustafa, un civile e un attivista, il direttore della task force per le emergenze. Lui le aveva presentato i parenti dei bambini morti sotto i barili bomba di Assad, in quel caso lei non s’era commossa e sui suoi canali social con milioni di seguaci a quelle voci non aveva dato spazio. È difficile immaginare un dialogo tra gli informatori della Cia nei regimi (in Siria, in Iran, in Russia), gli alleati degli Stati Uniti sparsi per il mondo, a cominciare da Kyiv, e Tulsi Gabbard. Provate a pensare come deve sentirsi oggi un dissidente siriano in Siria, che si è fidato degli Stati Uniti e ha passato informazioni, i cui dati sono conservati nei registri delle agenzie d’intelligence che Gabbard sta per andare a coordinare. (Se vi state chiedendo questo: sì, Gabbard appoggia i bombardamenti israeliani contro la Striscia di Gaza.)

Cecilia Sala

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