Video yükleniyor...

Video Yüklenemedi

Ana Sayfaya Dön

Il mondo è impazzito, va a fuoco ma il Capibara non lo sa e si gode il momento Sii un capibara Almeno per un momento

28,830 görüntüleme • 1 yıl önce •via X (Twitter)

0 Yorum

Yorum bulunmuyor

Orijinal gönderinin yorumları burada görünecek

Benzer Videolar

E niente, stavo facendo colazione con estrema calma. Sapete, la domenica. Schermo acceso a caso sul table tennis. “Tanto al momento non ci sono azzurri in gara”. Faccio partire la macchinetta del caffè mentre a Parigi si scaldano lo svedese Anton Kallberg, 18esima testa di serie, e il congolese Saheed Idowu, classificato oltre il centesimo posto. Un 64esimo di finale, sulla carta non c’è partita. Non vorremmo ragionare per stereotipi ma, ci tocca: lo svedese è biondo, smilzo, algido, probabilmente non ha sorriso neanche dopo aver limonato la prima volta. Il congolese è un filo su di chili, bello carico, caratteriale e simpaticone del tipo che ci andresti a bere una birretta sulla fiducia. I loro rispettivi tecnici, banalmente, sono la loro copia carbone, ma un tot più vecchi. Si comincia. (Breve ripasso delle regole: si giocano mini partite, si arriva a 11, chi conquista per primo 4 mini partite passa il turno). Lo svedese è una iena, sbaglia pochissimo, il congolese è teso, impacciato, sudato come Bonolis al gioco finale. La partita fila via veloce, il pubblico (palazzetto strapieno) se ne fotte abbastanza e guarda altro, io inzuppo un biscotto nel caffè con discreta indifferenza: 11-7. Son tentato di cambiare canale, ma do una speranza a Saheed, nel frattempo rimbrottato dal suo coach. Si riparte e la storia non cambia: Kallberg pare uscito da una catena di montaggio Ikea, sbaglia niente, il suo avversario fatica a stargli dietro ma ora combatte. E si carica. E approfitta di un rarissimo calo di attenzione del biondastro: 11-13! Clamoroso al Cibali parigino. Il pubblico inizia a prestare attenzione, io pure. Ma è tempo sprecato: il robot scandinavo si pappa il babà africano: 11-4, 11-6 e complessivo 3-1. La sfida è segnata, troppa differenza tecnica e tattica. Il coach congolese guarda il suo ragazzo come per dire “‘A Sa’, stamo affà na figura emmerd”. Inizia la quinta mini partita e ti aspetti una cosa veloce, stretta di mano e arrivederci, ma qui si accende la luce: Saheed si ribella e inizia a picchiare con una lucidità e carica bestiale. Pare Fantozzi nella leggendaria sfida a biliardo a casa Catellani e “Mi permette un colpo?”. A ogni punto Saheed urla come un lupo maremmano per convincersi che si-può-fare! Nello sguardo dello svedese solo un minimo fastidio, fatto sta che il pubblico, come per magia, inizia a scandire il nome del colosso di Brazzaville: Sah-eed! Sah-eed! E Saheed non tradisce: 12-14 6-11, complessivo 3-3. Si va alla sfida finale! Ora il palazzetto è realmente rovente, tutto dalla parte del francofono. Il mobiletto Ikea pare un filo sbullonato, Saheed perde litrate di sudore che la pezzuola di spugna fatica a contenere. Si procede punto a punto, a ogni sferzata del congolese viene giù tutto, quando il punto arriva da Stoccolma è tutto un “nooo!”. All’improvviso lo schermetto mi avvisa: “Azzurri in gara! Cambia canale pirla!”, ma non lo farei per niente al mondo: “Colcazzo giro! Daje Saheed! Sfondiamo ‘sto armadietto svedese!”. Ma sull’incredibile 8-9 per Saheed vien fuori il ranking, Anton si trasforma in un assassino a sangue freddo e sbaglia nulla: 9-9, 10-9, match point. Saheed recita tutti i santi del Congo, prova a farsi forza, cerca il suo coach che lo guarda come per dire: “‘A Sa, se fai ‘sto miracolo ti porto al Moulin Rouge”. Niente miracolo, niente favola: Saheed sbaglia e per la prima volta il biondo esulta per davvero, l’eroe di Brazzaville è sconfitto e abbassa lo sguardo. Cala il silenzio, ma solo per un attimo: “Sa-heed! Sa-heeed! Sa-heeeeed!”. I tifosi presenti al palazzetto celebrano il loro idolo, lo ringraziano per questi 59 minuti serratissimi di pura passione, lui esce a braccia alzate come Rocky Balboa in “Rocky I”, io fisso devastato lo schermo mentre Saheed imbocca il tunnel seguito dal suo coach e scompare per sempre negli spogliatoi. Penso: “Non lo rivedrò mai più”. E subito dopo: “Minchia, che colazione…”. Le Olimpiadi.

Fabrizio Biasin

72,668 görüntüleme • 2 yıl önce

L’Italia è più di una nazione, è un’idea forgiata nel fuoco della storia, un baluardo di onore che si erge tra le rovine di un passato glorioso e le sfide di un presente inquieto. L’onore italiano non è solo una parola, ma un codice vissuto, un giuramento silenzioso che si tramanda di generazione in generazione. È l’onore del contadino che piega la schiena sotto il sole per strappare il frutto alla terra, del soldato che offre la vita per difendere un ideale, dell’artigiano che scolpisce la bellezza con mani callose. È la dignità di chi non si arrende, di chi tiene alta la testa anche quando il destino colpisce duro. Questo onore è il sangue che scorre nelle vene di un popolo che ha sempre saputo rialzarsi, dalle invasioni barbariche al Risorgimento, fino ai giorni nostri. La Patria, poi, non è solo un confine tracciato su una mappa, è un tempio sacro, un abbraccio che unisce il mare di Sicilia alle cime delle Alpi. È la madre che ha generato Dante, Michelangelo, Leonardo, giganti che hanno insegnato al mondo cosa significhi creare, sognare, lottare. La Patria italiana è un canto epico che risuona nelle piazze di pietra, nei borghi aggrappati alle colline, nelle città che portano i segni di mille battaglie. Amarla significa onorare i suoi martiri, uomini e donne che hanno dato tutto per un’Italia libera, giusta, sovrana. È un legame viscerale, un fuoco che non si spegne, perché la Patria non chiede: essa chiama, e il vero italiano risponde. I Valori italiani sono radicati in una tradizione che affonda le sue radici nell’antica Roma e si è nutrita del cristianesimo, della famiglia, della comunità. La famiglia è il primo altare, il rispetto per gli anziani, l’amore per i figli, il calore di una tavola imbandita dove nessuno è straniero. C’è la generosità, quel gesto spontaneo di condividere il poco che si ha; c’è la capacità di trasformare il dolore in arte, la miseria in speranza. E c’è la Bellezza, non solo quella dei paesaggi o dei monumenti, ma quella dell’anima...un italiano non si accontenta del mediocre, cerca l’eccellenza, che sia in un piatto di pasta o in un verso poetico. Gli Ideali italiani, infine, sono la bussola di una nazione che ha sempre guardato oltre l’orizzonte. La libertà, conquistata a caro prezzo, è un ideale che non si negozia, l’italiano ha sempre combattuto contro le catene, fisiche o morali. La giustizia, eredità di un popolo che ha dato al mondo il diritto romano, è un faro che illumina anche le ombre più oscure. E poi c’è l’unità, non come uniformità, ma come armonia delle diversità, il Nord laborioso, il Centro cuore pulsante, il Sud terra di passione, un mosaico che solo insieme diventa eterno. Essere italiano non è solo nascere in questa terra: è portare nel cuore l’onore di chi ci ha preceduto, la patria come missione, i valori come scudo e gli ideali come spada. È un giuramento non scritto, un orgoglio che non si piega, una fiamma che arde nel tempo. Oggi, 17 marzo, ricordiamo tutto questo, non solo un’unità politica, ma un’unità di spirito, un destino che ci rende ciò che siamo.

IL RISOLUTORE ®️🇮🇹

171,535 görüntüleme • 1 yıl önce