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🌐 Lo sceicco Mohammed bin Rashid Al Maktoum, sovrano di Dubai nonché vicepresidente e primo ministro degli Emirati Arabi Uniti, è stato visto passeggiare da Hyde Park verso Knightsbridge. Visitare la capitale britannica durante la stagione estiva è una tradizione estiva per molti facoltosi arabi, che si tramanda di...

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Il video è di ieri: mentre la Knesset approva in prima lettura il disegno di legge che introduce la pena di morte per i prigionieri palestinesi accusati di “terrorismo”, Itamar Ben Gvir entra in Aula con un vassoio e distribuisce dolci ai deputati della coalizione. Applausi, pacche, clima da festeggiamenti: la politica che celebra l’eliminazione come programma di governo. La votazione si è chiusa 39 a 16: è il primo passaggio di tre, ma il segnale è già chiarissimo. Il testo — bandiera del partito kahanista di Ben Gvir, Otzma Yehudit — punta a rendere eseguibile la condanna capitale per chi uccide israeliani con movente “nazionale”. Una formula elastica che, in un sistema che pratica detenzione amministrativa e processi militari per palestinesi, spalanca la porta all’arbitrio. Il governo ha spinto sull’acceleratore: nelle settimane scorse il premier ha dato copertura politica, e la Commissione Sicurezza nazionale ha mandato il provvedimento in Aula. Oggi il primo sì. Ben Gvir non è un passante. È il ministro condannato in passato per incitamento all’odio, l’uomo che ha costruito consenso su punizioni esemplari e umiliazioni carcerarie. Nel giorno in cui un Parlamento occidentale riapre la strada alla pena di morte etnica, lui porta i pasticcini. Il punto non è il gesto folkloristico: è la pedagogia del potere. Si normalizza l’idea che la sovranità si affermi con il boia, che la giustizia sia vendetta, che la vita palestinese valga meno di un applauso. Questo non è “ordine pubblico”. È l’ennesimo tassello di uno Stato che si autoassolve mentre moltiplica eccezioni, tribunali speciali, diritti differenziali. Oggi la festa è per un primo voto; domani potrebbe essere per la prima esecuzione. In mezzo ci sono le famiglie che attendono notizie dai penitenziari, i corpi senza processo, Gaza e Cisgiordania ridotte a un esperimento di dominio. Tenetevi l’immagine: un ministro con il vassoio in mano, i seggi della Knesset sullo sfondo e la platea che ride. È la cartolina di uno Stato che ha smesso di vergognarsi. E che trasforma la morte in dolcezza parlamentare.

Giulio Cavalli

102,776 просмотров • 9 месяцев назад

Hakim El Karoui, saggista francese che ha insegnato anche in Tunisia ed Egitto: “Prima della questione palestinese, erano gli Stati arabi coalizzati, nel 1948, per fare la guerra a Israele. Era diventata una questione dei nazionalisti arabi. E poi è arrivata la guerra del '67, hanno perso. Da quella data, gli Arabi non hanno più fatto nulla. Gli Egiziani hanno firmato un accordo nel 1978, 1979. E poi dopo, c'è stata la destabilizzazione del Libano. Prima, c'era stata la destabilizzazione della Giordania e degli Stati della regione, per loro, è molto semplice. I Palestinesi sono un problema. Sono un problema, sono un rischio maggiore che ha quasi distrutto il Libano, che ha distrutto in parte, che ha quasi distrutto la Giordania. Gli Egiziani hanno sempre detto: mai da noi. Dopo, c'è stato a lungo il sostegno dei paesi del Golfo. Si sono ritirati poco a poco. Prima perché hanno avuto la sensazione di essere traditi dai Palestinesi nel 1991, al momento della guerra in Iraq, quando Yasser Arafat aveva preso le parti di Saddam Hussein contro il Kuwait. Dopo, faranno ciò che ci si aspetta da loro, cioè pagheranno la ricostruzione. Sarà più o meno business friendly, la Riviera di Trump o qualcosa di un po' più tradizionale. I diplomatici arabi detestano i Palestinesi perché, per loro, hanno creato solo problemi. Considerano che siano dei bambini viziati, perché si è fatto enormemente per loro. E in effetti, la guerra a Gaza, è molto impressionante, non ha cambiato nulla. Non c'è uno Stato arabo che ha richiamato il suo ambasciatore. Tutti sono in stand-by, tutti guardano e c'è il boss della regione, è Netanyahu. Invece, ciò che è veramente nuovo e molto importante, è che hanno capito che colui che poteva destabilizzare la regione, non era l'Iran. Adesso, è Israele”.

Leonardo Panetta

21,191 просмотров • 11 месяцев назад

Ci sono club che si tifano. E poi c'è il Napoli. Il Napoli non è una squadra di calcio. È una madre. È la terra che ti ha visto nascere. È il profumo di casa. È la lingua che parli. Sono le radici che ti riportano sempre lì, anche quando sei dall'altra parte del mondo. Per milioni di persone il Napoli non è un passatempo. È appartenenza. Da cento anni attraversa famiglie intere. I nonni lo hanno raccontato ai figli. I figli lo hanno consegnato ai nipoti. Generazione dopo generazione, senza mai spezzare quel filo invisibile che lega un popolo ai suoi colori. Presidente De Laurentiis, a lei va riconosciuto un merito immenso. Ha restituito credibilità al Napoli. Lo ha riportato dove merita di stare. Ha costruito una società solida, rispettata e vincente. Programmare è giusto. Amministrare con intelligenza è giusto. Proteggere il futuro del club è giusto. Ma ci sono giorni in cui il cuore deve pesare quanto i numeri. E il centenario è uno di quei giorni. Perché una passione così non può vivere soltanto di equilibrio. Ha bisogno anche di coraggio. Di fuoco. Questa gente non chiede l'incoscienza. Chiede un sogno. Completi questa squadra. Le dia quell'ultima scintilla che può trasformare una grande stagione in qualcosa di eterno. Perché il Napoli, per noi, non è un'azienda. È casa. È la nostra terra. È la nostra mamma. E una mamma, dopo cento anni d'amore, merita di essere guardata negli occhi e sentirsi dire una sola cosa: Facciamola sognare ancora. Buon compleanno, Napoli. 100 anni di radici. 100 anni di appartenenza. 100 anni d'amore. Forza Magico Napoli Vinci Per Noi. Ancora. Ancora , AurelioDeLaurentiis . ANCORA! 🔹✍🏻⚽️🕴️ (Video : CalcioNapoli24.it )

FCAST7 🇵🇸

15,523 просмотров • 1 месяц назад

Questo pagliaccio è lo stesso che nel 2016 firmò un memorandum of understanding con la Repubblica Islamica del valore di 30 miliardi di euro (all'incirca). Commesse commerciali andate perdute a seguito della rottura dell'accordo nucleare da parte degli Stati Uniti (prima amministrazione Trump). È lo stesso personaggio che quando il presidente iraniano di allora (Rouhani) venne in visita a Roma fece coprire le statue rinascimentali di nudi nei palazzi istituzionali per non urtare la sensibilità della delegazione iraniana, come se la letteratura classica persiana non sia ricca (anche) di poemi a sfondo erotico. Di fatto, nessun iraniano richiese simile cortesia. È lo stesso personaggio che si è preso parecchi soldi facendo il conferenziere e promoter per Arabia Saudita, Emirati e Qatar. Luoghi in cui non mi pare che alla donna sia riservato un ruolo di primo piano nella società (ricordo che in Iran il 65% dei laureati sono donne). Ora, si può pensare quello che si vuole di Khamenei. Non mi interessa. Ma andrebbe ricordato che questo è in primo luogo un leader religioso, discendente dalla famiglia del Profeta dell'Islam. Uno che è stato incarcerato e torturato dalla Savak in più occasioni. È stato esiliato nelle località più remote dell'Iran. Ed in quelle occasioni (penso anche all'alluvione di Iranshar del 1978) si è guadagnato la fiducia di larga parte della popolazione iraniana. Fiducia che rimane tale anche oggi, nonostante alcuni cerchino inverosimilmente di parlare di "popolo iraniano", nella sua interezza, che si oppone al "regime". Niente di più falso e fuorviante, soprattutto alla luce del fatto che nessuno vuole segare il ramo dell'albero sul quale è seduto. Ha combattuto ed è stato gravemente ferito ad un braccio durante la guerra contro l'Iraq. Onestamente, non credo che tema le minacce di morte di una manica di ritardati il cui unico scopo è seguire la "moda geopolitica" idiota del momento, con contorno di idiozie fallaciane. Ancora, proviamo a paragonarlo al "leader" dell'Occidente: un palazzinaro, cresciuto all'ombra del padre, che ha costruito le sue fortune truffando il fisco, mentendo in tribunale, non pagando i suoi dipendenti e scegliendo la carriera politica per salvarsi dalla bancarotta, dopo aver condotto un reality show per dementi. Senza considerare le sue "amicizie" non esattamente limpide. Buona fortuna. Daniele Perra

giorgio bianchi

17,297 просмотров • 7 месяцев назад

Questa gente arriva in Italia con la lista dei diritti e delle pretese nel taschino. Rivendicando pure il privilegio di godere dei mezzi pubblici senza pagare il biglietto. È una impostazione mentale da criminale, è insofferenza alle regole, è disprezzo verso l’Italia e il suo popolo, è parassitismo, è arroganza, è assenza di responsabilità civile. Si dice sempre, per giustificare gli immigrati: “È colpa nostra se delinquono, non li abbiamo integrati”. Io dico: è colpa nostra, è vero, perché li abbiamo accolti trattandoli da innocenti profughi e avvalorando in loro l’idea malsana che tutto sia loro dovuto e che loro non debbano nulla. E attenzione: l’integrazione non è un processo che tocca a noi realizzare. È chi giunge da fuori a dovere manifestare la volontà di integrarsi, in primis rispettando le regole, cosa che manca. Non siamo noi a doverci integrare e adeguare a chi arriva. Rimettiamo le cose in ordine. Chi mostra il comportamento del soggetto in questo video deve essere essere rispedito a casa sua. Fine. Quando questo avverrà, noi potremo considerarci davvero uno Stato sovrano. Finché questo non avviene, siamo di fatto uno Stato molle, preda di masse di clandestini e delinquenti che la fanno da padroni, che stanno a piede libero, Stato che ogni tanto solleva un pochino la testa. Questi soggetti non meritano di stare in Italia nemmeno un’ora di più. Fare rispettare le regole e pretenderne l’osservanza da parte degli immigrati non costituisce razzismo. Non è abuso. È legalità. È ordine. È funzione essenziale dello Stato di diritto. MOVIMENTO DELLE BANDIERE 🇮🇹🇮🇹🇮🇹

Azzurra Barbuto

15,909 просмотров • 8 месяцев назад

L'ex direttore del principale quotidiano di centrosinistra in Italia sul perché Rubio, il governo Netanyahu e Meloni fanno bene a non riconoscere lo Stato di Palestina: «La reazione di Rubio, il segretario di Stato, è che è stato un grande show politico. Perché Rubio dice questo? Perché la convivenza fra israeliani e palestinesi oggi si basa sugli accordi di Oslo... firmati nel 1993 da Arafat, Rabin e Peres con Bill Clinton, prevedevano la divisione del territorio della Cisgiordania area A dei palestinesi, B di entrambi e C degli israeliani, fino alla nascita dello Stato palestinese al termine dei negoziati con Israele. Se la comunità internazionale riconosce lo Stato di Palestina, annulla gli accordi di Oslo. Quindi consente da un punto di vista legale a Israele di fare le annessioni. L'unico argine contro le annessioni israeliane in Cisjordania sono gli accordi di Oslo. Questa è la tesi dell'amministrazione americana, questa è la tesi di Israele, questa è la tesi dei tedeschi e credo che questo sia il motivo della posizione italiana. Il punto è se uno rinuncia a Oslo ci sono le annessioni. L'unico Stato che ai palestinesi serve da un punto di vista di riconoscimento è quello di Israele in base a Oslo. Se uno leva Oslo c'è la guerra. Il motivo per cui non c'è la guerra in Cisgiordania sono le rintese del 1993... La strada può essere quella e potrebbe essere un punto di incontro fra Trump e Macron e i paesi arabi di assumere il controllo della Cisgiordania finita la guerra, creare un'amministrazione araba e poi passarla. all'amministrazione palestinese, ma questo è un processo progressivo. L'accelerazione invece sullo Stato palestinese è pericolosissima perché legittima la possibilità di annessione da parte di Israele».

Paolo Mossetti

76,658 просмотров • 11 месяцев назад