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Parliamo di quello che sta facendo Chivu e gli effetti sulla squadra. Facciamo prima una panoramica di cosa, quanto e come sta cercando di cambiare la vecchia Inter elencandone le caratteristiche. I centrocampisti erano il fulcro del possesso interista, quando riuscivano a connettersi, magari con la mezzala dal lato...

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Nel trasferirmi per un po’ solo su Instagram lascio alcune riflessioni. La prima è che ancora nessuno ha il coraggio di fare una riflessione sul ruolo della stampa in questa vicenda e domandarsi perché una notizia irrilevante e pure falsa era in home ovunque. Si preferisce scaricare le colpe più genericamente sui social brutti e cattivi, social che alla fine sono il perfetto capro espiatorio del giornalismo. Seconda riflessione. Da giorni i giornali soprattutto di destra parlano di METODO ricorrente, di cattiveria costante bla bla. Si dimenticano che il debunking è stato opera di una persona che si occupa di cibo e ristorazione, che non ha mai criticato nessuno, che non manganella, è sensibile e pacifica e non “brinda con me chiedendosi chi sarà il prossimo da sputtanare” (cit. Repubblica). Quello che non si può dire, è che ha avuto due sfortune: che la povera signora si sia suicidata (spero si capisca il senso) e che è il mio fidanzato. Se ogni volta che una persona finisce sulle cronache criticata per qualche motivo si suicidasse, i giornali dovrebbero chiudere. Però può succedere sempre, lo sappiamo, e succede più spesso di quanto le cronache raccontino. E non succede perché la shitstorm è troppo grossa. Questa è una semplificazione da bar. La bidella pendolare o la professoressa che aveva la relazione con lo studente si sarebbero dovute uccidere, allora. Il suicidio si inserisce in un quadro più complesso, purtroppo- salvo casi evidenti o eclatanti- non sempre immaginabile. Le critiche possono essere una concausa, il che non vuol dire che si può offendere o denigrare. Perfino la povera Cantone aveva pregressi dolorosi. In questo caso specifico, poi, si continua a parlare di gogna e valanghe di commenti, ma è semplicemente falso. C’erano pochi commenti, oggi forse sul mio fb (in cui avevo solo condiviso il post di Lorenzo) ne vedete di più perché sono quasi tutti insulti. A noi. Ed è falso che la signora sia stata aggredita o manganellata, basta leggere la manciata di post. Per inciso, se stabiliamo che i social sono cattivi per i commenti che innescano, mi chiedo: voi li avete mai letti i commenti sotto repubblica o corriere o qualsiasi sito? Ogni volta che qualche sito dedica un articolo a me, spesso stravolgendo parole per farmi sembrare Belzebù, sotto ci sono talmente tanti insulti che se fossi fragile sarei da tempo in una clinica psichiatrica. Ad essere ottimisti. Nessuno filtra o cancella. Io, per dire, nei limiti del possibile lo faccio. Si è poi detto che il debunking non lo deve fare chi non è giornalista. Qui però il non giornalista è forse l’unico ad aver scritto una cosa vera, con parole misurate e chiamando la signora per verificare . E poi, se i social sono roba diversa dal giornalismo, come mai il giornalismo attinge tutti i giorni dai social e a mani basse? Infine. Di questa signora morta non importa nulla a nessuno. Ognuno la sta usando per banchettare alla sua tavola. La politica (che mi usa per dire “la sinistraaaaa”. Ma sinistra a chi? Quale sinistra?). I colleghi a cui stavo poco simpatica (si sono presentati tutti all’appello, nessuno che abbia almeno finto di non godere per la morte della signora). I giornali stessi, che possono continuare con la narrazione rassicurante “non siamo mica noi! È la solita cattivona di Selvaggia!”. Da cui ovviamente si prendono notizie o distanza a seconda della comodità del momento. E le tv, ci mancherebbe. Chiudo dicendo che essere associati a suicidi con questa facilità SUI GIORNALI e questa goduria generale potrebbe uccidere molto più che una critica per aver raccontato una bugia, ma alla fine se mai si ammazzasse qualcuno si potrebbe sempre dare la colpa ai social. Gli unici, in questo caso, che avevano raccontato la verità. E se l’avevano raccontata con ferocia (invito a leggere il post di Lorenzo) la domanda con cui vi lascio è: come mai, prima del tragico gesto, nessuno se ne era lamentato?

Selvaggia Lucarelli

533,024 просмотров • 2 лет назад

🚨🚨🚨🪖🇮🇷🇺🇸🇮🇱 Buonanotte o buongiorno a tutti. Già lo sapete: quando il tipo di saluto è incerto, significa che la notte non ha portato consigli, ma nuovi pensieri. Ieri sera, nell’imminenza di un attacco annunciato - quello anticipato dal presidente Donald Trump - ci eravamo lasciati con tre domande. Vi avevo detto: le risposte che riceveremo chiariranno la futura traiettoria del Medio Oriente. Poche ore e una notte dopo: è successo. La notizia è che i protagonisti hanno scelto chiaramente la strada dell’escalation. Il primo quesito era il seguente: che tipo di attacco lanceranno gli americani? Dimostrativo o su larga scala? Prima risposta: si può dire abbiamo scelto una via di mezzo, mettendo nel mirino 20 obiettivi, perlopiù composti da batterie di difesa aerea e sistemi radar intorno allo Stretto di Hormuz. Proprio là dove è stato abbattuto dagli iraniani un elicottero d’attacco Apache. Cos’abbiamo qui? Una risposta professionale, attentamente calibrata, volta a ripristinare deterrenza senza causare un’intensificazione della guerra. Questo è ciò che dice il manuale. Ma il manuale contro i terroristi, contro i regimi animati da una forte ideologia, può essere smentito facilmente. Perché? Per capire bisogna arrivare alla seconda domanda: gli iraniani accetteranno di subire l’attacco statunitense, interpretandolo come un “pari e patta” o incendieranno la regione prendendo di mira gli Alleati e gli interessi americani nella regione? Quanto sta accadendo in questi minuti è molto chiaro: Kuwait, Bahrein, Giordania sono sotto attacco da parte della Repubblica Islamica. Fra i bersagli ci sono le basi aeree e navali americane in Medio Oriente incluso il quartier generale della Quinta Flotta della Marina in Bahrein e la Muwaffaq Salti Air Base in Giordania. Attenzione: i Guardiani della Rivoluzione sostengono di aver colpito 21 obiettivi. Perché è importante? Perché chiarisce il punto di vista di Teheran sotto il “nuovo” corso a guida pasdraran. In passato la Repubblica Islamica si sarebbe riservato il diritto di esercitare una rappresaglia “nei tempi e nei modi di nostra scelta”. Quante volte avete trovato una formula del genere? Quante volte poi non è successo niente? Oggi l’Iran non dimostra soltanto idee chiare e massima prontezza militare, ma anche spregiudicatezza. E lo fa scegliendo di assestare, simbolicamente, un colpo in più di quelli ricevuti. Per spiegarvi il significato di una mossa del genere utilizzo una metafora ciclistica. Siamo in salita: due corridori in fuga davanti a tutti. Uno prende l’iniziativa e attacca a ripetizione, deciso a fare il vuoto alle sue spalle. Ma l’altro, per quanto allo stremo, non si limita a stare a ruota. No, affianca chi lo precede, si fa vedere nello “specchietto“ retrovisore, per scoraggiare il rivale, per comunicare al compagno d’avventura che può alzarsi sulla sella quanto vuole, ma non si libererà di lui fino al traguardo. Ecco, l’Iran sta facendo esattamente questo: per quanto possa essere in difficoltà, per quanto i colpi americani e israeliani stiano facendo male, ha deciso di mostrarsi impermeabile a ogni offensiva. Piccolo spoiler: in questi casi difficilmente si taglia la striscia d’arrivo insieme. Uno dei due cede: quello che ha portato l’attacco può scoppiare, demoralizzato dalla reazione di chi segue. Ma a saltare pera aria può essere anche chi ha bluffato nella speranza di convincere l’avversario ad abbassare l’andatura, ché tanto nessun attacco sarebbe stato sufficiente. Avanza una terza domanda: Israele resterà a guardare o si unirà all’offensiva americana? Per il momento, gli israeliani sembrano essere rimasti in disparte. Non perché non abbiano il desiderio di rituffarsi nella mischia, ma perché ufficialmente quella in corso era una questione fra Iran e Stati Uniti. L’ordine di scuderia proveniente dalla Casa Bianca era probabilmente quello di non aggiungere altra carne al fuoco, nella speranza di ristabilire in fretta la tregua. Ma sono stati gli iraniani a pensare bene di mettere in crisi la strategia trumpiana. E allora? E allora ne deriva un quarto quesito, prima di lasciarvi al vostro primo caffè: Donald Trump e l’America, dinanzi ad attacchi che prendono di mira tutti gli Alleati del Golfo, possono dire “abbiamo scherzato”? Voi direte: possono farlo, è già successo. Ma il fatto che alle 5:00 di mattina io sia qui a premere il tasto “invio” per questo punto nave suggerisce che non sia stata una buona idea. Traduzione: non solo la guerra non è finita, ma la Repubblica Islamica sembra anche aver compreso che nello Studio Ovale c’è un presidente titubante all’idea di fare “tutto ciò che è necessario” per vincerla. E questo, di solito, è un bel problema. Ps: dietro questo punto nave ci sono una notte insonne e tanto impegno. A chi apprezza il mio lavoro chiedo di sostenerlo iscrivendosi al Blog: o regalando un abbonamento a una persona cara se si è già a bordo: È davvero importante per preservare questo spazio di informazione indipendente. Grazie a tutti. A più tardi.

Dario D'Angelo

19,044 просмотров • 2 месяцев назад

Qui a Londra, dove vivo, mi capita spesso di vedere degli homeless o degli artisti di strada che hanno il POS e ricevono così le offerte dei passanti, senza scambio di denaro contante, che qui quasi nessuno porta più con se. In Italia, dice l’osservatorio di una multinazionale dei pagamenti digitali, solo un consumatore su due paga digitalmente. C’è ancora della strada da fare, ma la digitalizzazione dei pagamenti è un processo inevitabile e inarrestabile. Nel mio quotidiano è già così. Da sempre non ho contanti in tasca e pago qualsiasi cosa, dalle caramelle al taxi ad acquisti più importanti, con l’orologio, nemmeno più con la carta, o a volte con il telefono. Anche i senza fissa dimora possono farlo, aprendo un conto presso una banca totalmente digitale, che richiede solo di scaricare un’app dal telefonino e di inserire pochi dati personali, senza altri dettagli né troppa burocrazia. Per fortuna anche in Italia, dice sempre l’osservatorio, cresce sensibilmente la percentuale di chi pensa che pagare digitalmente diventerà una consuetudine nel giro di qualche anno (l’82% contro il 70% del 2022). Restano aree in cui si fa fatica ad applicare questo modo di scambiarsi i soldi: gli acquisti nei piccoli negozi, per esempio, ma anche il pagamento di prestazioni occasionali, l’invio di denaro a qualcuno per le piccole spese e persino il pagamento di tasse, multe e tributi alla pubblica amministrazione. Diverse persone tendono ancora a usare le banconote e a fare la fila per pagare i bollettini o fare bonifici. Ma, nei prossimi anni, dovrebbero essere sempre meno. È un bene o un male che si vada in questa direzione? Più che altro è un dato di fatto. I pagamenti digitali sono stati inventati, si sono dimostrati efficaci, veloci e semplici e sono qui per restare. Un’invenzione non può essere disinventata. Nel mio caso, la vivo come una cosa positiva: è comodo pagare il parcheggio, senza dover cercare gli spiccioli, o acquistare qualcosa semplicemente sfiorando il cellulare.

M.Camisani-Calzolari

12,012 просмотров • 3 лет назад

🚨🪖🇺🇸 Si può discutere sul fatto che le sue idee e i suoi modi servissero sempre al meglio le cause che più aveva a cuore. O se invece non si rivelassero alle volte controproducenti. Ma nessuno può dubitare del fatto che Lindsey Graham sia stato uno dei più grandi sostenitori dell’idea di Occidente in America. Per capire basta poco: basta osservare le reazioni che arrivano in questi minuti, alla notizia della sua morte improvvisa, da Ucraina e Israele. Paesi alle prese con situazioni e pericoli diversi, ma accomunati da minacce di natura esistenziale e da un diffuso desiderio di vivere in pace, senza doversi preoccupare di chi vorrebbe cancellarli dalle mappe, oggi come ieri. Si può dire in questo senso che il senatore repubblicano sia morto da vivo. Era appena tornato dalla sua decima visita in Ucraina. E col suo modo di fare scenico, affinato in anni e anni di interazioni coi media, aveva annunciato che “circa 30 minuti fa, abbiamo raggiunto un accordo con la Casa Bianca su una versione del disegno di legge sulle sanzioni contro la Russia”, che una volta approvato avrebbe a suo dire fornito al presidente Trump “gli strumenti necessari per contribuire a porre fine a questa guerra”. Vibrazioni simili si avvertono in questi minuti anche fra Tel Aviv e Gerusalemme, dov’è chiara la percezione di aver perso il più grande amico di Israele al Congresso. È il segno dei tempi, ma anche un colpo improvviso che affliggerà ulteriormente lo stato di una “special relationship” già ai minimi termini come quella fra Stati Uniti e Israele. No, Graham non era un santo, era un personaggio controverso. Al di là delle posizioni politiche, su cui ognuno di voi avrà le proprie idee, i suoi modi potevano diventare alle volte bruschi, tradendo a tratti anche una certa arroganza. Chiedere per capire a Mette Frederiksen. Pochi mesi fa, in una stanza della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco - forum di cui Graham era ormai un veterano, ricevendo ogni anno un’accoglienza da star - venne apostrofata dal senatore repubblicano con l’espressione “piccola signora”, durante uno sfogo sul futuro della Groenlandia che non poteva certo trovare d’accordo il primo ministro danese. Graham era anche questo: capace di grandi sfuriate, ma un attimo dopo di sfoggiare il caldo sorriso tipico della gente del South Carolina. Non ha visto esaudito il desiderio di sopravvivere al regime iraniano ma se n’è andato nelle ore in cui gli Stati Uniti sono tornati a indebolirlo con nuovi raid aerei. È impossibile sopravvalutare l’influenza che ha esercitato dietro le quinte su Donald Trump, lo stesso leader che prima aveva osteggiato, poi definito “il più grande di tutti i presidenti”, una sorta di “Reagan Plus”, Reagan all’ennesima potenza. Se un po’ ho imparato a conoscere il modo di vivere l’amicizia di Trump, non sarei sorpreso se nelle prossime ore il presidente USA decidesse di “onorare” la memoria di Graham con un’azione spettacolare in Iran. Un assalto a Kharg Island, l’uccisione di un alto esponente del regime, un intenso bombardamento dalle parti Hormuz: non so dire cosa esattamente, ma per quanto irrazionale possa sembrare, mi aspetto una Casa Bianca più aggressiva - almeno nel breve termine - proprio “in memoria” di Graham. Chiudo con una piccola nota storica: se ne va l’ultimo dei “tre amigos”. Erano Graham, John McCain e il democratico (poi indipendente) Joe Lieberman: un terzetto famoso per collaborare su leggi destinate ad avere un forte impatto sulla politica estera statunitense. Una volta fu proprio McCain a raccontare come tutto ebbe inizio. Durante la spinta per l’impeachment dell’allora presidente Clinton, Graham - allora membro della Camera - stava presentando il caso ai senatori e secondo il racconto di McCain, “in un’occasione tra le più solenni, disse: ‘Sa, dalle mie parti, qualunque uomo che chiami una donna alle 2 del mattino non ha buone intenzioni’. Capii subito che Lindsey Graham era una persona con cui volevo passare del tempo”. Nemmeno la politica riuscì nell’impresa di dividerli: quando McCain espresse il voto decisivo contro una proposta di legge presentata proprio da Graham per riformare l’Affordable Care Act, affossando le possibilità repubblicane di abolire l’Obamacare, molti si chiesero se la loro amicizia avrebbe retto alla tempesta. A rispondere fu proprio Graham: “È uno dei miei amici più cari al mondo, e John McCain può fare quello che diavolo vuole: si è guadagnato questo diritto. A qualunque americano abbia un problema con il voto di John McCain, posso solo dire questo: John McCain era disposto a morire per questo Paese, e può votare come vuole. Per me non cambia nulla”. Anche in questo senso la sua morte rappresenta la fine di un’era. Il Congresso è da tempo un posto molto diverso da quello che è stato per decenni. La sua assenza, nei corridoi di Capitol Hill, si avvertirà nitidamente. Se hai apprezzato questo pezzo, ti chiedo di premiare il mio impegno. Iscriviti al Blog. Puoi farlo con un semplice clic: Ps: se leggi da iPhone non dimenticare di scaricare l’app del Blog cliccando qui: Il Blog di Dario D'Angelo Ti ringrazio.

Dario D'Angelo

88,235 просмотров • 1 месяц назад

Sta crollando tutto e credono di tenere insieme il muro che viene giù rafforzandolo con la melassa. Senza manco capire che oramai la melassa genera disgusto, vomito. A quel giullare del potere che è Benigni bisogna ricordare che la UE, quella reale e non quella dei suoi deliri, ha significato: 1) compressione salariale (ammesso dallo stesso Draghi) 2) smantellamento dello stato sociale, dei diritti alla salute, del lavoro. 3) soppressione della sovranità popolare, dato che la UE è servita a spostare le decisioni importanti verso centri sottratti al controllo democratico 4) svuotamento della democrazia, dato che tutte le decisioni erano prese altrove, e qualsiasi governo eletto si doveva muovere entro quelle coordinate (vi ricordate quei vermi cge giustificavano tutto con "ce lo chiede l'Europa"?) 5) crimini contro l'umanità in Grecia, perché tre lire non si potevano tirare fuori, mentre ora scopriamo che fare un baratro di debiti per favorire l'industria delle armi e salvare l'industria tedesca di può fare Ora ve ne venite fuori con quel guitto, o con discussioni su Ventotene. Ma lo avete letto? Un insieme di chiacchiere che mai nessuno ha preso sul serio, dato che la UE, nei suoi trattati fondativi, delinea una direzione opposta. Idee confuse, buone per fare propaganda, ma che si disfano non appena devi fare i conti con la realtà, con le differenze di cultura, di interessi, di tradizioni. Un manifesto che ignora del tutto la discussione sull'Europa che già all'epoca era ricca, sul rapporto tra culture nazionali e identità europea, sugli strati che compongono la storia dell'Europa. Si potrebbe parlare di quel manifesto, non con coloro che ne fanno un feticcio, quelli gne gne, oddio contessa, critica Spinelli. E chi è Spinelli? Mose? Perché lo hanno imbalsamato e trasformato in Mose', solo che le acque non si aprono e manna dal cielo non ne è venuta. Si potrebbe discutere, lo si faccia senza le regole celebrative, salottiere, da perditempo e da signora la contessa. Ma in fondo sarebbe del tutto inutile, è tempo perso, perché mai nessuno ha preso sul serio Spinelli. Spinelli e' sempre stato e sempre sarà un'arma di distrazione di massa. Serve a parlare del sesso degli angeli per non parlare della realtà. Qualcuno crede che Ursula bomber leyen lo abbia letto? Forse neanche sentito mai nominare. Il manifesto di Ventotene è un nulla che serve solo come foglia di fico per non parlare delle politiche antidemocratiche e antipopolari che hanno caratterizzato trent'anni di UE. Destra e sinistra ci costringono a parlare del nulla per non parlare della realtà, di un'Europa al servizio delle banche, vi ricordate Draghi? Spinelli serve alla Meloni come serve a Fornaro: un'evasione nel mondo delle ideologie, per coprire quello che sta accadendo. Parliamo di un manifesto di cent'anni fa per non parlare delle sfide attuali. Il guitto Benigni serve a questo: a nascondere la realtà sotto una massa di retorica. Il potere sta perdendo la testa, capisce che sta crollando tutto, e allora ha scatenato una guerra di propaganda che manco le SS. Tutto inutile, perché, signori, siamo al capolinea e tra poco si scende. Il castello sta crollando perché i costruttori erano pessimi, perché l'edificio è senza fondamenta. Perché la UE nasce come tentativo di cancellare l'Europa, i suoi strati, le sue radici, le sue differenze, la sua ricchezze, per annullare la tradizione Europea. E noi, eredi dell'Europa e della sua cultura, difendiamo l'Europa contro quella macchina per fare il vuoto che è la UE. - Vincenzo Costa

Sabrina F.

19,523 просмотров • 1 год назад

Sono sufficientemente amico dell’Ucraina per non rischiare di essere frainteso quando scrivo di essere tra i tanti che non concordano con la rimozione di Mykhailo Fedorov dal Ministero della difesa. Ho profondo rispetto per le dinamiche politiche interne di un paese sovrano, ma ritengo che questa mossa, compiuta nell’ambito di un rimpasto probabilmente necessario, rischi di causare più problemi di quanti ne risolva e di risultare incomprensibile al popolo, che, infatti, si sta già mobilitando. Si sa che all’origine dell’avvicendamento c’è lo scontro tra lo stesso Fedorov ed il Comandante in capo Oleksandr Syrsky e che gran parte delle questioni ruotano attorno alle commesse della Difesa, a loro volta collegate a due diverse concezioni della guerra. Facendo tesoro della sua esperienza da Ministro per l’Innovazione tecnologica, Fedorov ha premuto per un approccio asimmetrico e digitale. La sua filosofia parte dalla constatazione che con il costo di un singolo proiettile d'artiglieria tradizionale si possono acquistare 10 droni FPV ad alta precisione. Ha quindi spinto massicciamente per deviare fondi verso la produzione domestica di droni, guerra elettronica (EW) e software di tracciamento dati. Ha anche creato un "marketplace" digitale (DOT-Chain) dove le brigate al fronte possono ordinare direttamente i droni di cui hanno bisogno in base all'efficacia reale registrata sul campo (attraverso piattaforme di tracciamento dati come DELTA). Questo elimina la burocrazia centrale e premia i produttori ucraini più innovativi, un sistema che ha stimolato lo sviluppo tecnologico, fatto nascere centinaia di start-up e assicurato all’Ucraina un primato assoluto nel settore. Syrsky e lo Stato Maggiore ritengono che, per quanto utili, i droni non possano sostituire la potenza di fuoco pesante e la tenuta della linea di fronte che solo l'artiglieria convenzionale e i sistemi missilistici pesanti possono garantire. Va da sé che Fedorov, centralizzando presso il Ministero gli acquisti, ha sottratto ricchi appalti ad imprese storicamente vicine all’apparato militare, ma ha anche puntato tutto sulla trasparenza dei conti e sulla tracciabilità dei flussi, sbloccando fondi per 60 miliardi di grivne e diventando per questo estremamente popolare sia in patria che tra gli alleati. Fedorov era la migliore garanzia sia per i governi nazionali sia per l’UE del corretto impiego dei fondi per la difesa. Come ho scritto in un recente post, pubblicando questa stessa foto, Fedorov ha riscritto le regole della guerra. E aggiungo che è diventato anche per questo uno dei volti internazionali di un’Ucraina che vuole guardare avanti, al futuro, all’innovazione, alla trasparenza e al merito. Ha semmai commesso l’errore di sottovalutare il peso ineludibile che in un paese in guerra hanno le forze armate. Qualcosa si sta muovendo. Già ieri sera sparuti gruppi di manifestanti sono scesi in strada per contestare la scelta di Zelensky, come in una democrazia sana è giusto che accada e personalmente mi auguro di rivedere le piazze piene di gente con cartelli in mano che ricordino sempre a chi governa che il potere appartiene al popolo e che nell’interesse del popolo ogni decisione deve essere presa. Chiudo questo post con WE WILL WIN. Non perché sia necessariamente in tema, ma perché è quello che, come si vede da questo breve video, Fedorov ha scritto sulla mia bandiera. #SlavaUkraïni

Marco Setaccioli

22,160 просмотров • 1 месяц назад

🚨🚨🚨🪖🇺🇸🇮🇷🇮🇱🇧🇭🇰🇼🇶🇦🇯🇴 Buongiorno o buonanotte a tutti, a seconda di quando leggerete questo punto nave. Quante bandiere. Che succede? Succede che stiamo avendo un piccolo assaggio di cosa voglia dire “fine del cessate il fuoco” in Medio Oriente. Donald Trump ha mantenuto la sua promessa: le Forze Armate americane hanno attaccato l’Iran. Lo hanno fatto con forza, non per scherzo, attraverso una serie di raid ad alta intensità e su larga scala. A sud - da Bandar Abbas all’isola di Lavan - sono stati colpiti porti, radar collocati sulla costa, sistemi di difesa aerea e altri obiettivi di carattere navale. A nord - per la prima volta dalla pausa di primavera - gli Stati Uniti hanno invece colpito due ponti ferroviari, distrutti attraverso l’utilizzo di missili da crociera. Cos’abbiamo qui? Una rappresaglia alle azioni di bullismo marittimo andate in scena da parte dell’Iran nei giorni scorsi, un braccio di ferro pensato per chiarire ai Guardiani della Rivoluzione che nello Stretto di Hormuz deve essere ripristinata la “libertà di navigazione”, non la libertà dei pasdaran di fare il bello e il cattivo tempo. Di più: il tentativo della Casa Bianca di convincere Teheran che gli Stati Uniti non temono di tornare a una fase di guerra ad alta intensità. La brutta notizia è che la Repubblica Islamica sembra avere altre idee. Poco fa, a bordo dell’Air Force One, Donald Trump ha alternato i suoi consueti due registri. La frase che li riassume e li tiene insieme perfettamente è la seguente: “L'Iran ha chiamato poco fa. Vogliono fare un accordo così disperatamente. Non so proprio se ne sono degni. Non so se manterranno l'accordo. Quello è il problema”. Bene. Ma allora cosa sono queste allerte che raggiungono i residenti nei Paesi del Golfo sui telefoni proprio adesso? Bahrein, Qatar, Giordania, Kuwait. In questi frangenti arrivano reports di lanci missilistici diffusi da parte degli iraniani. Ci sono anche impatti certificati nei pressi di obiettivi statunitensi in Medio Oriente (è il caso del quartier generale della Quinta Flotta della Marina a Manama, in Bahrein). E allora, come sopra: cos’abbiamo qui? Risposta: una contro-rappresaglia che ha un unico obiettivo, dimostrare che Teheran non si si piega. Piccolo spoiler: l’Iran riuscirà nel suo intento, a meno che gli Stati Uniti non decidano di (ri)gettarsi a capofitto nella contesa. Domanda: quando sapremo che è successo? C’è un indicatore chiaro e molto semplice da monitorare: il ritorno nell’agone da parte di Israele. Fino a quando lo Stato ebraico resterà ai margini, sapremo che gli Stati Uniti sperano ancora di risolvere la pratica in qualche modo con le buone. Se vedremo decollare i caccia israeliani, se assisteremo a un ritorno dello Stato ebraico nell’equazione di guerra, capiremo invece che Donald Trump ha messo da parte ogni ingenuità rispetto alla possibilità di fidarsi delle promesse di Teheran. Cosa accadrebbe poi è tema interessante, da sviluppare con calma, non di certo in un punto nave delle 3:00 o 4:00 di notte. Ma intanto eccoci, con missili che squarciano i cieli di un’altra notte infuocata in Medio Oriente. C’è chi aveva davvero creduto alla tregua, c’è chi ci aveva parlato addirittura di “pace“. Il guaio è che non erano solo commentatori e giornalisti, il problema è che il primo a farlo era stato il presidente degli Stati Uniti. La (buona) notizia è che questo regime è così arrogante e integralista da aver iniziato a fargli cambiare idea. Come sempre, vi terrò aggiornati. Grazie a chi ha avuto la pazienza di leggere questo aggiornamento. Ancora di più a chi sta salendo a bordo, a chi premia il mio impegno: PS: vi ricordo sempre che chi legge da iPhone ha anche la possibilità di scaricare l’app del Blog: Grazie ancora. A più tardi.

Dario D'Angelo

11,351 просмотров • 1 месяц назад

🚨🪖🇺🇦🇷🇺🇨🇳🇹🇼🇮🇱🇺🇸 🪖🇺🇦🇷🇺 Buongiorno a tutti. Arrivano notizie drammatiche dall’Ucraina. La città di Lviv, quella che in Italia siamo abituati a conoscere come Leopoli, ha vissuto questa notte l’attacco più brutale dall’inizio della guerra. Oltre 4 ore di bombardamenti ininterrotti. Un bilancio di vittime ancora in via di definizione. Le forze di difesa hanno tentato di opporsi per come possibile, ma le esplosioni causate da droni e missili (anche un Kinzhal) hanno tuonato per tutta la notte, scuotendo la città e i suoi abitanti, provocando blackout estesi in diversi quartieri. Colonne di fumo nerissimo continuano a levarsi verso il cielo anche in questi minuti, mentre il sindaco esorta i residenti a tenere le finestre chiuse e a restare in luoghi “sicuri”, sempre che ve ne sia qualcuno. Perché è importante? Perché Lviv non è una città vicina al fronte. Al contrario: è la “capitale” dell’Ucraina occidentale, la più grande e importante dell’Ovest del Paese. Un bombardamento di questa natura non è giustificato da ragioni tattiche, ma solo psicologiche. Putin vuole dimostrare che può colpire ovunque, che senza una resa esiste il rischio non ci sia più un’Ucraina da difendere. Non solo: Lviv dista una cinquantina di km dal territorio polacco. Se tende un orecchio, la NATO può già sentire il suono della guerra. 🪖🇷🇺🇨🇳🇹🇼 Qualche mese fa - come spesso accade - fecero discutere le parole del Segretario Generale della NATO, Mark Rutte. L’ex primo ministro olandese ammise: “Se Xi Jinping dovesse attaccare Taiwan, la prima cosa che farebbe sarebbe assicurarsi di fare una telefonata al suo junior partner in questa vicenda, Vladimir Vladimirovich Putin, che si trova a Mosca, dicendogli: “Ehi, sto per farlo, e ho bisogno che tu tenga occupati gli occidentali in Europa attaccando il territorio della NATO””. Questo è il “worst case scenario” che l’Occidente sarebbe chiamato ad affrontare. Non siamo ancora a questo punto, ma non bisogna fingere di non vedere. Abbiamo prove di una collaborazione inquietante. Oltre 800 pagine di contratti e allegati ottenuti dal gruppo hacktivista Black Moon rivelano la decisione russa di sostenere Pechino nella preparazione dell’invasione dell’isola “ribelle, ricambiando con le lezioni apprese (a proprie spese) in Ucraina il sostegno garantito dalla Repubblica Popolare Cinese in termini di accesso a prodotti a duplice uso decisivi per la propria industria bellica e di export nel campo energetico. I documenti in questione dettagliano i piani russi di equipaggiare e addestrare un battaglione aviotrasportato dell’Esercito Popolare di Liberazione, che potrebbe svolgere un ruolo decisivo nella conquista di Taiwan. In particolare, Mosca prevede di fornire alle forze aviotrasportate cinesi 37 veicoli da combattimento della fanteria anfibi BMD-4M, 11 BTR-MDM aviotrasportati, 11 cannoni semoventi leggeri anticarro Sprut-SDM1 e un numero non specificato di veicoli da comando e osservazione aviotrasportati. Perché è importante? Perché si tratta di piattaforme che si rivelerebbero particolarmente utili per il combattimento nel terreno accidentato di Taiwan. I documenti rivelano anche i piani russi per addestrare le forze aviotrasportate cinese su atterraggi, manovre e controllo del fuoco: si tratta delle unità che, secondo i piani di Pechino, dovrebbero infiltrarsi a Taiwan, colpire obiettivi sensibili civili e militari, condurre azioni di sabotaggio e sostenere la conquista di hub logistici chiave. Insomma, è evidente: la collaborazione è già in uno stadio avanzato. 🪖🇮🇱🇺🇸 Chiudiamo questo punto nave domenicale con le ultime da Gaza. Il discorso di ieri sera di Bibi Netanyahu rappresenta un piccolo grande capolavoro politico. Tutti sanno che Netanyahu è stato “incastrato” da Trump. Anche Bibi lo sa. Anzi, è il primo a saperlo. Ma se non puoi vincere una battaglia, il primo obiettivo è non perdere la guerra. Ieri il primo ministro israeliano ha fatto questo. Ha ribaltato il tavolo della narrazione: questo accordo diplomatico è il nostro, è il mio, è ciò a cui abbiamo lavorato negli ultimi due anni. Si tratta di una verità soltanto parziale: è vero che Netanyahu ha preso a spallate l’Asse del Male, è vero che senza pressione militare Hamas non avrebbe mai fatto concessioni, ma è vero anche che sulla linea del traguardo Bibi avrebbe sperato di ricevere da Trump maggiore aderenza al suo stesso piano. E che nelle prossime ore, in Egitto, si giocherà una partita diplomatica in cui l’organizzazione terroristica palestinese saprà di poter sfruttare a proprio vantaggio il cuneo esistente fra lo Stato ebraico e la Casa Bianca. Al tavolo del negoziato, Israele dovrà cercare allora di far valere la carta più potente nel proprio mazzo, quella che l’Occidente più gli ha contestato: la forza militare, il fatto di controllare gli snodi cruciali nella Striscia, di avere le proprie truppe già alle porte della più grande roccaforte di Hamas. Non è un aspetto banale. Ma c’è un dato di cui tenere conto: i colloqui si svolgeranno senza la pressione del fuoco. A Gaza, su richiesta di Trump, oggi vige infatti qualcosa di molto vicino a un cessate il fuoco unilaterale. Questo cosa significa? Che Hamas ha interesse nel rallentare il processo. Ogni giorno senza una svolta è un giorno in cui i terroristi possono tentare di riorganizzarsi. Israele lo sa. Per questo spingerà per un negoziato all’insegna della velocità. Senza risultati concreti - traduco: senza il rilascio degli ostaggi già nella settimana che sta iniziando - chiederà a Trump carta bianca per entrare a Gaza City, dove circa 900mila del milione di residenti stimato nelle scorse settimane hanno ormai evacuato la città. Promemoria: se Hamas perde Gaza City perde la capitale del suo impero del terrore. Tutto si tiene. Ci sono punti di forza e debolezze da ogni lato. Vedremo chi sarà più capace, e più forte, nel negoziato. Se hai apprezzato questo punto nave, ti chiedo di sostenere il mio impegno quotidiano in maniera concreta. Puoi sostenere il Blog iscrivendoti ora: Qui se leggi da iPhone: o qui se leggi da qualunque altro dispositivo: Se invece sei già a bordo da tempo, ti chiedo una mano per sostenere le molte spese che uno spazio indipendente come questo è chiamato ad affrontare. Puoi farlo attraverso una piccola donazione: Ti ringrazio.

Dario D'Angelo

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