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🚨🚨🚨🪖🇺🇸🇮🇷🇮🇱🇧🇭🇰🇼🇶🇦🇯🇴 Buongiorno o buonanotte a tutti, a seconda di quando leggerete questo punto nave. Quante bandiere. Che succede? Succede che stiamo avendo un piccolo assaggio di cosa voglia dire “fine del cessate il fuoco” in Medio Oriente. Donald Trump ha mantenuto la sua promessa: le Forze Armate americane hanno attaccato l’Iran. Lo hanno fatto con forza, non per scherzo, attraverso una serie di raid ad alta intensità e su larga scala. A sud - da Bandar Abbas all’isola di Lavan - sono stati colpiti porti, radar collocati sulla costa, sistemi di difesa aerea e altri obiettivi di carattere navale. A nord - per la prima volta dalla pausa di primavera - gli Stati Uniti hanno invece colpito due ponti ferroviari, distrutti attraverso l’utilizzo di missili da crociera. Cos’abbiamo qui? Una rappresaglia alle azioni di bullismo marittimo andate in scena da parte dell’Iran nei giorni scorsi, un braccio di ferro pensato per chiarire ai Guardiani della Rivoluzione che nello Stretto di Hormuz deve essere ripristinata la “libertà di navigazione”, non la libertà dei pasdaran di fare il bello e il cattivo tempo. Di più: il tentativo della Casa Bianca di convincere Teheran che gli Stati Uniti non temono di tornare a una fase di guerra ad alta intensità. La brutta notizia è che la Repubblica Islamica sembra avere altre idee. Poco fa, a bordo dell’Air Force One, Donald Trump ha alternato i suoi consueti due registri. La frase che li riassume e li tiene insieme perfettamente è la seguente: “L'Iran ha chiamato poco fa. Vogliono fare un accordo così disperatamente. Non so proprio se ne sono degni. Non so se manterranno l'accordo. Quello è il problema”. Bene. Ma allora cosa sono queste allerte che raggiungono i residenti nei Paesi del Golfo sui telefoni proprio adesso? Bahrein, Qatar, Giordania, Kuwait. In questi frangenti arrivano reports di lanci missilistici diffusi da parte degli iraniani. Ci sono anche impatti certificati nei pressi di obiettivi statunitensi in Medio Oriente (è il caso del quartier generale della Quinta Flotta della Marina a Manama, in Bahrein). E allora, come sopra: cos’abbiamo qui? Risposta: una contro-rappresaglia che ha un unico obiettivo, dimostrare che Teheran non si si piega. Piccolo spoiler: l’Iran riuscirà nel suo intento, a meno che gli Stati Uniti non decidano di (ri)gettarsi a capofitto nella contesa. Domanda: quando sapremo che è successo? C’è un indicatore chiaro e molto semplice da monitorare: il ritorno nell’agone da parte di Israele. Fino a quando lo Stato ebraico resterà ai margini, sapremo che gli Stati Uniti sperano ancora di risolvere la pratica in qualche modo con le buone. Se vedremo decollare i caccia israeliani, se assisteremo a un ritorno dello Stato ebraico nell’equazione di guerra, capiremo invece che Donald Trump ha messo da parte ogni ingenuità rispetto alla possibilità di fidarsi delle promesse di Teheran. Cosa accadrebbe poi è tema interessante, da sviluppare con calma, non di certo in un punto nave delle 3:00 o 4:00 di notte. Ma intanto eccoci, con missili che squarciano i cieli di un’altra notte infuocata in Medio Oriente. C’è chi aveva davvero creduto alla tregua, c’è chi ci aveva parlato addirittura di “pace“. Il guaio è che non erano solo commentatori e giornalisti, il problema è che il primo a farlo era stato il presidente degli Stati Uniti. La (buona) notizia è che questo regime è così arrogante e integralista da aver iniziato a fargli cambiare idea. Come sempre, vi terrò aggiornati. Grazie a chi ha avuto la pazienza di leggere questo aggiornamento. Ancora di più a chi sta salendo a bordo, a chi premia il mio impegno: PS: vi ricordo sempre che chi legge da iPhone ha anche la possibilità di scaricare l’app del Blog: Grazie ancora. A più tardi.

Dario D'Angelo

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