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Sembrerebbe c’entrare poco con la #separazione_delle_carriere e la #riforma_della_giustizia, invece il nocciolo della questione è tutta in questi 50”. Per fortuna non tutti i PM sono come questo cafone con deliri di onnipotenza. Il fatto, però, è che hanno molto potere. Troppo.

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Hakim El Karoui, saggista francese che ha insegnato anche in Tunisia ed Egitto: “Prima della questione palestinese, erano gli Stati arabi coalizzati, nel 1948, per fare la guerra a Israele. Era diventata una questione dei nazionalisti arabi. E poi è arrivata la guerra del '67, hanno perso. Da quella data, gli Arabi non hanno più fatto nulla. Gli Egiziani hanno firmato un accordo nel 1978, 1979. E poi dopo, c'è stata la destabilizzazione del Libano. Prima, c'era stata la destabilizzazione della Giordania e degli Stati della regione, per loro, è molto semplice. I Palestinesi sono un problema. Sono un problema, sono un rischio maggiore che ha quasi distrutto il Libano, che ha distrutto in parte, che ha quasi distrutto la Giordania. Gli Egiziani hanno sempre detto: mai da noi. Dopo, c'è stato a lungo il sostegno dei paesi del Golfo. Si sono ritirati poco a poco. Prima perché hanno avuto la sensazione di essere traditi dai Palestinesi nel 1991, al momento della guerra in Iraq, quando Yasser Arafat aveva preso le parti di Saddam Hussein contro il Kuwait. Dopo, faranno ciò che ci si aspetta da loro, cioè pagheranno la ricostruzione. Sarà più o meno business friendly, la Riviera di Trump o qualcosa di un po' più tradizionale. I diplomatici arabi detestano i Palestinesi perché, per loro, hanno creato solo problemi. Considerano che siano dei bambini viziati, perché si è fatto enormemente per loro. E in effetti, la guerra a Gaza, è molto impressionante, non ha cambiato nulla. Non c'è uno Stato arabo che ha richiamato il suo ambasciatore. Tutti sono in stand-by, tutti guardano e c'è il boss della regione, è Netanyahu. Invece, ciò che è veramente nuovo e molto importante, è che hanno capito che colui che poteva destabilizzare la regione, non era l'Iran. Adesso, è Israele”.

Leonardo Panetta

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La Global Sumud Flotilla è stata intercettata dall’esercito israeliano Gli abbordaggi richiederanno ancora tempo, ma tutti gli equipaggi sono in posizione, pronti a favorire le operazioni. Non è un imprevisto, era previsto: da mesi si sono esercitati anche per questo. Perché non sono esagitati, non sono avventurieri in gita: sono donne e uomini che rappresentano la parte migliore di questo mondo, quella che crede nel valore delle missioni civili e della non violenza. La Global Sumud Flotilla aveva due obiettivi dichiarati. Il primo: aprire gli occhi del mondo su Gaza, sottolineando la complicità dei governi che da anni tollerano e sostengono il blocco mentre si consuma un genocidio. Questo obiettivo è stato raggiunto. Oggi nessuno può più dire di non sapere, nessuno può più nascondersi dietro il silenzio. Gaza è diventata il termometro dell’umanità e della democrazia: lo specchio di un mondo in cui la forza piega la legge e il diritto internazionale viene trattato come un ostacolo. Il secondo obiettivo era aprire un canale umanitario permanente. Questo, per ora, è fallito a metà. Il mondo sa che Gaza ha fame, che Gaza ha bisogno di cure, e ha ascoltato i governi — come quello italiano — mentire, balbettare di corridoi umanitari che esistono solo nelle dichiarazioni, che non sfamano e non curano. È bene dirlo con chiarezza: quella della Global Sumud Flotilla è una missione politica. Non c’è nulla di più politico che liberare gli oppressi, salvare i bambini, sfamare gli affamati. La politica non è fatta solo di palazzi e di trattative: è anche decidere di stare dalla parte della vita. La missione in mare è finita. Ma la missione continua a terra, con chi non si arrende e con chi chiede di bloccare tutto finché i governi non saranno costretti a guardare Gaza negli occhi. Perché la verità, stanotte, è passata comunque. #LaSveglia per La Notizia

Giulio Cavalli

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