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Ana Sayfaya Dön

una sera qualunque abbiamo sentito per l'ultima volta “dirige l'orchestra il maestro Beppe Vessicchio” senza saperlo 💔

205,675 görüntüleme • 8 ay önce •via X (Twitter)

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Benzer Videolar

🧵L'uomo che arranca disperato alla ricerca di acqua è il professor Ghanem Al-Attar, uno dei più illustri costituzionalisti del Medio Oriente. L'ho visto comparire in molti video dove si distingue per il suo modo accurato nel vestire, spesso in giacca, alle volte in camicia, mai malvestito. In un campo di sterminio, sotto le bombe, senz'acqua, senza cibo, senza un tetto, senza diritti, il professor Al-Attar trova la forza e l'orgoglio di vestirsi in modo "civile". Non è un vezzo, è una sfida rivolta al carnefice. Il professor Al-Attar è il signor Steinlauf raccontato dal grande Primo Levi. Una storia già vissuta. In "Se questo è un uomo" racconta Levi che dopo poche settimane dalla sua reclusione ad Auschwitz prese l'abitudine di non lavarsi. Frequentava i bagni solo per le funzioni fisiologiche. Un giorno fu avvicinato dal sig. Steinlauf: "Perché non ti lavi?" chiese al giovane Levi. "Perché dovrei? Forse vivrò più a lungo? Anzi, è uno spreco di energie" rispose Levi. Scrive Levi: "Il cinquantenne Steinlauf termina di lavarsi, si asciuga con la giacca di tela che poi infilerà e mi somministra una lezione non dimenticata allora né poi" "Sai a cosa serve il campo di concentramento? dice Steinlauf. A disumanizzarci, a ridurci come bestie, questo vogliono. E noi, bestie non dobbiamo diventare" "Siamo schiavi, privi di ogni diritto, esposti a ogni offesa, votati a morte quasi certa ma una facoltà ci è rimasta, e dobbiamo difenderla con ogni vigore perché è l'ultima: la facoltà di negare il nostro consenso" "Dobbiamo lavarci la faccia senza sapone, nell'acqua sporca, e asciugarci nella giacca, dobbiamo farlo per dignità e per proprietà, dobbiamo camminare dritti, senza strascicare gli zoccoli, non perché così prescrive il regolamento, ma per restare vivi, per non cominciare a morire". "Negare il nostro consenso" ammonisce il signor Steinlauf. "Non ci inchineremo mai davanti a nessuno, tranne davanti a Dio" dice il professor Al-Attar nel video a dx.

Gianluca Martino

58,904 görüntüleme • 11 ay önce

🚨🪖🇺🇸🇮🇷 "HELP IS ON THE WAY" Facciamo una cosa. Senza impegno, fra una notizia e l'altra, pubblicherò gli aggiornamenti più interessanti dei trasferimenti di asset verso il Medio Oriente. Iniziamo da questo: gli Stati Uniti stanno dispiegando 6 E-3 AWACS in Europa come fase di transito prima di un probabile trasferimento in Medio Oriente. Non ho mai amato gli OSINT che parlano un linguaggio troppo tecnico, incomprensibile ai più. Allora tenterò di spiegare la situazione nella maniera più semplice possibile. In questo caso abbiamo un grande aereo capace di fare da occhi e cervello nel cielo. Questo aereo può vedere altri velivoli, droni o missili a più di 320 km di distanza. Al suo interno, operatori specializzati agiscono come fossero una torre di controllo volante: monitorano lo spazio aereo, avvisano se arriva un pericolo, dicono ai caccia dov’è meglio andare. L’E-3 è insomma una sorta di direttore d’orchestra. Senza di lui la musica della guerra può risultare caotica, andare fuori tempo. Ora, la domanda che i lettori del Blog conoscono bene: perché è importante? Perché dispiegare ben 6 esemplari di questi aerei in Iran invia un messaggio potente. Ricordiamo: l’Iran non è Gaza, non è il Libano. È un Paese vastissimo. Secondo la dottrina NATO, soltanto per coprire la costa meridionale e il confine occidentale, gli Stati Uniti hanno bisogno di dispiegare almeno quattro velivoli E-3 AWACS. Qui ne abbiamo potenzialmente 6. Capite bene che un movimento del genere suggerisce la preparazione a una campagna imponente. Vi terrò aggiornati in risposta a questo primo post. Il nome per questa rubrica improvvisata è scontato: "HELP IS ON THE WAY". Ps: chi apprezza il mio impegno, può sostenerlo in tre modi. 1) Iscrivendosi al Blog: 2) Scaricando l'app iPhone (soluzione consigliata nel caso dovessimo trovarci nella condizione di aprire una diretta): 3) Per chi è già a bordo, attraverso una donazione: E grazie a tutti, come sempre.

Dario D'Angelo

54,629 görüntüleme • 4 ay önce

🚨🪖🇺🇦🇷🇺🇨🇳🇹🇼🇮🇱🇺🇸 🪖🇺🇦🇷🇺 Buongiorno a tutti. Arrivano notizie drammatiche dall’Ucraina. La città di Lviv, quella che in Italia siamo abituati a conoscere come Leopoli, ha vissuto questa notte l’attacco più brutale dall’inizio della guerra. Oltre 4 ore di bombardamenti ininterrotti. Un bilancio di vittime ancora in via di definizione. Le forze di difesa hanno tentato di opporsi per come possibile, ma le esplosioni causate da droni e missili (anche un Kinzhal) hanno tuonato per tutta la notte, scuotendo la città e i suoi abitanti, provocando blackout estesi in diversi quartieri. Colonne di fumo nerissimo continuano a levarsi verso il cielo anche in questi minuti, mentre il sindaco esorta i residenti a tenere le finestre chiuse e a restare in luoghi “sicuri”, sempre che ve ne sia qualcuno. Perché è importante? Perché Lviv non è una città vicina al fronte. Al contrario: è la “capitale” dell’Ucraina occidentale, la più grande e importante dell’Ovest del Paese. Un bombardamento di questa natura non è giustificato da ragioni tattiche, ma solo psicologiche. Putin vuole dimostrare che può colpire ovunque, che senza una resa esiste il rischio non ci sia più un’Ucraina da difendere. Non solo: Lviv dista una cinquantina di km dal territorio polacco. Se tende un orecchio, la NATO può già sentire il suono della guerra. 🪖🇷🇺🇨🇳🇹🇼 Qualche mese fa - come spesso accade - fecero discutere le parole del Segretario Generale della NATO, Mark Rutte. L’ex primo ministro olandese ammise: “Se Xi Jinping dovesse attaccare Taiwan, la prima cosa che farebbe sarebbe assicurarsi di fare una telefonata al suo junior partner in questa vicenda, Vladimir Vladimirovich Putin, che si trova a Mosca, dicendogli: “Ehi, sto per farlo, e ho bisogno che tu tenga occupati gli occidentali in Europa attaccando il territorio della NATO””. Questo è il “worst case scenario” che l’Occidente sarebbe chiamato ad affrontare. Non siamo ancora a questo punto, ma non bisogna fingere di non vedere. Abbiamo prove di una collaborazione inquietante. Oltre 800 pagine di contratti e allegati ottenuti dal gruppo hacktivista Black Moon rivelano la decisione russa di sostenere Pechino nella preparazione dell’invasione dell’isola “ribelle, ricambiando con le lezioni apprese (a proprie spese) in Ucraina il sostegno garantito dalla Repubblica Popolare Cinese in termini di accesso a prodotti a duplice uso decisivi per la propria industria bellica e di export nel campo energetico. I documenti in questione dettagliano i piani russi di equipaggiare e addestrare un battaglione aviotrasportato dell’Esercito Popolare di Liberazione, che potrebbe svolgere un ruolo decisivo nella conquista di Taiwan. In particolare, Mosca prevede di fornire alle forze aviotrasportate cinesi 37 veicoli da combattimento della fanteria anfibi BMD-4M, 11 BTR-MDM aviotrasportati, 11 cannoni semoventi leggeri anticarro Sprut-SDM1 e un numero non specificato di veicoli da comando e osservazione aviotrasportati. Perché è importante? Perché si tratta di piattaforme che si rivelerebbero particolarmente utili per il combattimento nel terreno accidentato di Taiwan. I documenti rivelano anche i piani russi per addestrare le forze aviotrasportate cinese su atterraggi, manovre e controllo del fuoco: si tratta delle unità che, secondo i piani di Pechino, dovrebbero infiltrarsi a Taiwan, colpire obiettivi sensibili civili e militari, condurre azioni di sabotaggio e sostenere la conquista di hub logistici chiave. Insomma, è evidente: la collaborazione è già in uno stadio avanzato. 🪖🇮🇱🇺🇸 Chiudiamo questo punto nave domenicale con le ultime da Gaza. Il discorso di ieri sera di Bibi Netanyahu rappresenta un piccolo grande capolavoro politico. Tutti sanno che Netanyahu è stato “incastrato” da Trump. Anche Bibi lo sa. Anzi, è il primo a saperlo. Ma se non puoi vincere una battaglia, il primo obiettivo è non perdere la guerra. Ieri il primo ministro israeliano ha fatto questo. Ha ribaltato il tavolo della narrazione: questo accordo diplomatico è il nostro, è il mio, è ciò a cui abbiamo lavorato negli ultimi due anni. Si tratta di una verità soltanto parziale: è vero che Netanyahu ha preso a spallate l’Asse del Male, è vero che senza pressione militare Hamas non avrebbe mai fatto concessioni, ma è vero anche che sulla linea del traguardo Bibi avrebbe sperato di ricevere da Trump maggiore aderenza al suo stesso piano. E che nelle prossime ore, in Egitto, si giocherà una partita diplomatica in cui l’organizzazione terroristica palestinese saprà di poter sfruttare a proprio vantaggio il cuneo esistente fra lo Stato ebraico e la Casa Bianca. Al tavolo del negoziato, Israele dovrà cercare allora di far valere la carta più potente nel proprio mazzo, quella che l’Occidente più gli ha contestato: la forza militare, il fatto di controllare gli snodi cruciali nella Striscia, di avere le proprie truppe già alle porte della più grande roccaforte di Hamas. Non è un aspetto banale. Ma c’è un dato di cui tenere conto: i colloqui si svolgeranno senza la pressione del fuoco. A Gaza, su richiesta di Trump, oggi vige infatti qualcosa di molto vicino a un cessate il fuoco unilaterale. Questo cosa significa? Che Hamas ha interesse nel rallentare il processo. Ogni giorno senza una svolta è un giorno in cui i terroristi possono tentare di riorganizzarsi. Israele lo sa. Per questo spingerà per un negoziato all’insegna della velocità. Senza risultati concreti - traduco: senza il rilascio degli ostaggi già nella settimana che sta iniziando - chiederà a Trump carta bianca per entrare a Gaza City, dove circa 900mila del milione di residenti stimato nelle scorse settimane hanno ormai evacuato la città. Promemoria: se Hamas perde Gaza City perde la capitale del suo impero del terrore. Tutto si tiene. Ci sono punti di forza e debolezze da ogni lato. Vedremo chi sarà più capace, e più forte, nel negoziato. Se hai apprezzato questo punto nave, ti chiedo di sostenere il mio impegno quotidiano in maniera concreta. Puoi sostenere il Blog iscrivendoti ora: Qui se leggi da iPhone: o qui se leggi da qualunque altro dispositivo: Se invece sei già a bordo da tempo, ti chiedo una mano per sostenere le molte spese che uno spazio indipendente come questo è chiamato ad affrontare. Puoi farlo attraverso una piccola donazione: Ti ringrazio.

Dario D'Angelo

247,215 görüntüleme • 9 ay önce

Grande spazio nei commenti oggi al flop della manifestazione di Napoli, di cui onestamente mi interessa poco. Mi interessa molto di più la mancanza di indignazione rispetto alle parole-gravissime e molto pericolose- che Giuseppe Conte ha scandito dal palco: la minaccia russa sarebbe una costruzione politica per giustificare il riarmo. Non è una sorpresa il putinismo di Conte, ma è una assoluta novità il fatto che queste affermazioni vengano fatte da un palco ufficiale del Campo Largo senza che questo generi una presa di distanza degli altri leader presenti. In tutta Europa affermazioni del genere causerebbero la reazione immediata dei leader democratici che ricorderebbero, immediatamente che per l’intelligence di mezzo mondo la Russia rappresenta una minaccia strategica concreta e di lungo periodo. A Napoli invece, ancora una volta, Schlein ha fatto finta di niente, e come sempre si finge morta. Riproporre fedelmente la narrazione del Cremlino è dunque una posizione tollerata dal Campo largo? Dovevano mostrarci l’alternativa e ci hanno mostrato ancora una volta che sono capaci di ingoiare tutto pur di tenere insieme i brandelli di una coalizione che non esiste e che è distante anni luce da posizioni europeiste e riformiste. Nessun imbarazzo del Pd, ma anche di tutti quelli che ci raccontano di voler fare la “gamba” riformista lì dentro? Io sono allibita e molto preoccupata: il silenzio di fronte ad affermazioni così gravi è complicità, cari amici. E allora io vi chiedo di indignarvi, di reagire, di prendere le distanze. La storia dei democratici italiani non merita questo epilogo. Di certo non chiamatelo mai più centrosinistra, il campo largo è strutturalmente e definitivamente altro.

Pina Picierno

207,210 görüntüleme • 7 gün önce

IL GIORNO IN CUI L’EUROPA POTEVA ESSERE SALVATA (E GLI USA LO IMPEDIRONO) C’è un video che andrebbe trasmesso ogni sera in prima serata, al posto delle fiction sui preti e le maestre: Pratica di Mare, 2002. Berlusconi in mezzo a Bush e Putin. Ride, stringe mani, costruisce ponti mentre altri pensavano a scavare trincee. Quel giorno, la Guerra Fredda finiva davvero. Ma a qualcuno non conveniva.Gli Stati Uniti non hanno mai voluto un’Europa forte, indipendente, pacificata. Una Germania con la tecnologia e una Russia con le materie prime? L’incubo americano. Silvio lo aveva capito: "La Russia non è il nemico." Per questo l’hanno ridicolizzato, processato, abbattuto. Non era un buffone: era troppo avanti.E allora via: divide et impera. ➡️ La guerra in Ucraina? Una guerra per procura. ➡️ La NATO che ci trascina in un conflitto che non è nostro. ➡️ Il gas americano pagato quattro volte quello russo. ➡️ Le armi, i morti, il PIL che crolla.Così si spezza un continente. Così si affama un popolo. Così si distrugge un’alleanza naturale. Il risultato? Putin vola verso Pechino, e noi ci troviamo con i pantaloni abbassati a comprare gas liquefatto e democrazia a rate.Europa: stai marcendo sotto oligarchi senza patria e politici senza palle. La Germania rialza la testa? Bene. Ma stavolta, chi comanda? Berlino o Washington? E Silvio? L’unico che aveva osato dire la verità. Lo hanno chiamato pagliaccio. In realtà era l’ultimo statista. 🔁 Condividi se hai capito cosa abbiamo perso. 💬 Commenta se anche tu vuoi un’Italia sovrana e protagonista, non serva del Pentagono. 📽️ Riguarda quel video: la storia che non ci hanno voluto far scrivere. #Berlusconi #PraticaDiMare #FineDellaGuerraFredda #EuropaTradita #SilvioAvevaRagione

DR. CINISMO

32,613 görüntüleme • 11 ay önce

Dedico il reel di oggi alla dottoressa del PS dell'ospedale #Gemelli che lo scorso anno, mentre ero ancora ricoverata al Pronto soccorso in cui fui costretta a restare per TRE LUNGHISSIMI GIORNI su una lettiga, senza una coperta, senza un cuscino (si, eravamo tutti trattati così, in una situazione di promiscuità assurda e con poche e disattente cure), con una gamba distrutta da una frattura grave (decretato dal primario di ortopedia che mi ha poi operata per sei ore e mezza per ricostruire il danno e che poi intervistai per il settimanale Visto) ed ero in attesa di essere trasportata in reparto per subire un intervento che appunto, duró 6,5 ore, mi disse: "Sa, lei resterà SICURAMENTE con un difetto fisico, di deambulazione"... Con quella frase commise parecchi errori gravissimi: - mise in dubbio la mia capacità mentale e fisica di ripresa (la poveretta non mi conosce...) - mise in dubbio, più che altro, le GRANDI capacità tecniche e chirurgiche del primario di ortopedia, dottor Giulio Maccauro, (che tempo dopo intervistai per il settimanale Visto) che fece un lavoro evidentemente incredibile sul mio femore distrutto da una frattura spiroide periprotesica disassata - tentó di spaventare una persona che aveva appena subito un gravissimo incidente e che si trovava ancora in uno dei peggiori PS d'Italia (lo diciamo tutti noi che ci siamo finiti ricoverati) Lo fece con uno scopo, ci stavamo lamentando TUTTI, MA CON EDUCAZIONE, delle terribili condizioni del Pronto Soccorso, tra sporcizia, mancanza di umanità e cure (lasciare i pazienti pure senza mangiare, ma è solo una delle "cosette" che si vivono in quel PS...) e tutto il resto... Io le stavo parlando pacatamente della Carta dei Diritti del malato, lei con un sorrisetto mi disse: "Si...si...lei è una di quelle che SVENTOLANO LA CARTA DEI DIRITTI DEL MALATO"... Le feci osservare che non doveva sorridere in maniera sfottente, come fece, ma evidentemente è una di quelle persone avvezze a ridere con e dei pazienti ricoverati Io quindisventolo, secondo la gentile dottoressa... La poveretta, però, non sapeva a chi stesse dicendo questa cattiveria: se l'avesse detta a una persona fragile l'avrebbe uccisa, avrebbe creato un problema psicologico, avrebbe spaventato a morte una persona Invece...eccomi qua. Con alcuni amici delle FF.OO. e delle associazioni militari di cui faccio parte, abbiamo deciso tempo fa di andare a trovarla per farle vedere che si sbagliava e che certe frasi NON DEVE A DIRLE, A NESSUNO. Non si fa, semplicemente. Non si devono dire certe cattiverie alle persone che sono ricoverate in PS, con fratture gravi, in attesa di poter finalmente salire in reparto e subire, come nel mio caso, un delicatissimo intervento del primario, durato SEI ORE E MEZZO. Provate a pensare se avesse detto una cosa simile a una persona FRAGILE: non si sarebbe più alzata da una sedia a roelle...

Emilia Urso Anfuso - Giornalista investigativa

40,380 görüntüleme • 1 yıl önce

🚨🪖🇺🇸 Si può discutere sul fatto che le sue idee e i suoi modi servissero sempre al meglio le cause che più aveva a cuore. O se invece non si rivelassero alle volte controproducenti. Ma nessuno può dubitare del fatto che Lindsey Graham sia stato uno dei più grandi sostenitori dell’idea di Occidente in America. Per capire basta poco: basta osservare le reazioni che arrivano in questi minuti, alla notizia della sua morte improvvisa, da Ucraina e Israele. Paesi alle prese con situazioni e pericoli diversi, ma accomunati da minacce di natura esistenziale e da un diffuso desiderio di vivere in pace, senza doversi preoccupare di chi vorrebbe cancellarli dalle mappe, oggi come ieri. Si può dire in questo senso che il senatore repubblicano sia morto da vivo. Era appena tornato dalla sua decima visita in Ucraina. E col suo modo di fare scenico, affinato in anni e anni di interazioni coi media, aveva annunciato che “circa 30 minuti fa, abbiamo raggiunto un accordo con la Casa Bianca su una versione del disegno di legge sulle sanzioni contro la Russia”, che una volta approvato avrebbe a suo dire fornito al presidente Trump “gli strumenti necessari per contribuire a porre fine a questa guerra”. Vibrazioni simili si avvertono in questi minuti anche fra Tel Aviv e Gerusalemme, dov’è chiara la percezione di aver perso il più grande amico di Israele al Congresso. È il segno dei tempi, ma anche un colpo improvviso che affliggerà ulteriormente lo stato di una “special relationship” già ai minimi termini come quella fra Stati Uniti e Israele. No, Graham non era un santo, era un personaggio controverso. Al di là delle posizioni politiche, su cui ognuno di voi avrà le proprie idee, i suoi modi potevano diventare alle volte bruschi, tradendo a tratti anche una certa arroganza. Chiedere per capire a Mette Frederiksen. Pochi mesi fa, in una stanza della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco - forum di cui Graham era ormai un veterano, ricevendo ogni anno un’accoglienza da star - venne apostrofata dal senatore repubblicano con l’espressione “piccola signora”, durante uno sfogo sul futuro della Groenlandia che non poteva certo trovare d’accordo il primo ministro danese. Graham era anche questo: capace di grandi sfuriate, ma un attimo dopo di sfoggiare il caldo sorriso tipico della gente del South Carolina. Non ha visto esaudito il desiderio di sopravvivere al regime iraniano ma se n’è andato nelle ore in cui gli Stati Uniti sono tornati a indebolirlo con nuovi raid aerei. È impossibile sopravvalutare l’influenza che ha esercitato dietro le quinte su Donald Trump, lo stesso leader che prima aveva osteggiato, poi definito “il più grande di tutti i presidenti”, una sorta di “Reagan Plus”, Reagan all’ennesima potenza. Se un po’ ho imparato a conoscere il modo di vivere l’amicizia di Trump, non sarei sorpreso se nelle prossime ore il presidente USA decidesse di “onorare” la memoria di Graham con un’azione spettacolare in Iran. Un assalto a Kharg Island, l’uccisione di un alto esponente del regime, un intenso bombardamento dalle parti Hormuz: non so dire cosa esattamente, ma per quanto irrazionale possa sembrare, mi aspetto una Casa Bianca più aggressiva - almeno nel breve termine - proprio “in memoria” di Graham. Chiudo con una piccola nota storica: se ne va l’ultimo dei “tre amigos”. Erano Graham, John McCain e il democratico (poi indipendente) Joe Lieberman: un terzetto famoso per collaborare su leggi destinate ad avere un forte impatto sulla politica estera statunitense. Una volta fu proprio McCain a raccontare come tutto ebbe inizio. Durante la spinta per l’impeachment dell’allora presidente Clinton, Graham - allora membro della Camera - stava presentando il caso ai senatori e secondo il racconto di McCain, “in un’occasione tra le più solenni, disse: ‘Sa, dalle mie parti, qualunque uomo che chiami una donna alle 2 del mattino non ha buone intenzioni’. Capii subito che Lindsey Graham era una persona con cui volevo passare del tempo”. Nemmeno la politica riuscì nell’impresa di dividerli: quando McCain espresse il voto decisivo contro una proposta di legge presentata proprio da Graham per riformare l’Affordable Care Act, affossando le possibilità repubblicane di abolire l’Obamacare, molti si chiesero se la loro amicizia avrebbe retto alla tempesta. A rispondere fu proprio Graham: “È uno dei miei amici più cari al mondo, e John McCain può fare quello che diavolo vuole: si è guadagnato questo diritto. A qualunque americano abbia un problema con il voto di John McCain, posso solo dire questo: John McCain era disposto a morire per questo Paese, e può votare come vuole. Per me non cambia nulla”. Anche in questo senso la sua morte rappresenta la fine di un’era. Il Congresso è da tempo un posto molto diverso da quello che è stato per decenni. La sua assenza, nei corridoi di Capitol Hill, si avvertirà nitidamente. Se hai apprezzato questo pezzo, ti chiedo di premiare il mio impegno. Iscriviti al Blog. Puoi farlo con un semplice clic: Ps: se leggi da iPhone non dimenticare di scaricare l’app del Blog cliccando qui: Il Blog di Dario D'Angelo Ti ringrazio.

Dario D'Angelo

87,359 görüntüleme • 3 gün önce

🚨🚨🚨🪖🇮🇷🇺🇸🇮🇱 Buonanotte o buongiorno a tutti. Già lo sapete: quando il tipo di saluto è incerto, significa che la notte non ha portato consigli, ma nuovi pensieri. Ieri sera, nell’imminenza di un attacco annunciato - quello anticipato dal presidente Donald Trump - ci eravamo lasciati con tre domande. Vi avevo detto: le risposte che riceveremo chiariranno la futura traiettoria del Medio Oriente. Poche ore e una notte dopo: è successo. La notizia è che i protagonisti hanno scelto chiaramente la strada dell’escalation. Il primo quesito era il seguente: che tipo di attacco lanceranno gli americani? Dimostrativo o su larga scala? Prima risposta: si può dire abbiamo scelto una via di mezzo, mettendo nel mirino 20 obiettivi, perlopiù composti da batterie di difesa aerea e sistemi radar intorno allo Stretto di Hormuz. Proprio là dove è stato abbattuto dagli iraniani un elicottero d’attacco Apache. Cos’abbiamo qui? Una risposta professionale, attentamente calibrata, volta a ripristinare deterrenza senza causare un’intensificazione della guerra. Questo è ciò che dice il manuale. Ma il manuale contro i terroristi, contro i regimi animati da una forte ideologia, può essere smentito facilmente. Perché? Per capire bisogna arrivare alla seconda domanda: gli iraniani accetteranno di subire l’attacco statunitense, interpretandolo come un “pari e patta” o incendieranno la regione prendendo di mira gli Alleati e gli interessi americani nella regione? Quanto sta accadendo in questi minuti è molto chiaro: Kuwait, Bahrein, Giordania sono sotto attacco da parte della Repubblica Islamica. Fra i bersagli ci sono le basi aeree e navali americane in Medio Oriente incluso il quartier generale della Quinta Flotta della Marina in Bahrein e la Muwaffaq Salti Air Base in Giordania. Attenzione: i Guardiani della Rivoluzione sostengono di aver colpito 21 obiettivi. Perché è importante? Perché chiarisce il punto di vista di Teheran sotto il “nuovo” corso a guida pasdraran. In passato la Repubblica Islamica si sarebbe riservato il diritto di esercitare una rappresaglia “nei tempi e nei modi di nostra scelta”. Quante volte avete trovato una formula del genere? Quante volte poi non è successo niente? Oggi l’Iran non dimostra soltanto idee chiare e massima prontezza militare, ma anche spregiudicatezza. E lo fa scegliendo di assestare, simbolicamente, un colpo in più di quelli ricevuti. Per spiegarvi il significato di una mossa del genere utilizzo una metafora ciclistica. Siamo in salita: due corridori in fuga davanti a tutti. Uno prende l’iniziativa e attacca a ripetizione, deciso a fare il vuoto alle sue spalle. Ma l’altro, per quanto allo stremo, non si limita a stare a ruota. No, affianca chi lo precede, si fa vedere nello “specchietto“ retrovisore, per scoraggiare il rivale, per comunicare al compagno d’avventura che può alzarsi sulla sella quanto vuole, ma non si libererà di lui fino al traguardo. Ecco, l’Iran sta facendo esattamente questo: per quanto possa essere in difficoltà, per quanto i colpi americani e israeliani stiano facendo male, ha deciso di mostrarsi impermeabile a ogni offensiva. Piccolo spoiler: in questi casi difficilmente si taglia la striscia d’arrivo insieme. Uno dei due cede: quello che ha portato l’attacco può scoppiare, demoralizzato dalla reazione di chi segue. Ma a saltare pera aria può essere anche chi ha bluffato nella speranza di convincere l’avversario ad abbassare l’andatura, ché tanto nessun attacco sarebbe stato sufficiente. Avanza una terza domanda: Israele resterà a guardare o si unirà all’offensiva americana? Per il momento, gli israeliani sembrano essere rimasti in disparte. Non perché non abbiano il desiderio di rituffarsi nella mischia, ma perché ufficialmente quella in corso era una questione fra Iran e Stati Uniti. L’ordine di scuderia proveniente dalla Casa Bianca era probabilmente quello di non aggiungere altra carne al fuoco, nella speranza di ristabilire in fretta la tregua. Ma sono stati gli iraniani a pensare bene di mettere in crisi la strategia trumpiana. E allora? E allora ne deriva un quarto quesito, prima di lasciarvi al vostro primo caffè: Donald Trump e l’America, dinanzi ad attacchi che prendono di mira tutti gli Alleati del Golfo, possono dire “abbiamo scherzato”? Voi direte: possono farlo, è già successo. Ma il fatto che alle 5:00 di mattina io sia qui a premere il tasto “invio” per questo punto nave suggerisce che non sia stata una buona idea. Traduzione: non solo la guerra non è finita, ma la Repubblica Islamica sembra anche aver compreso che nello Studio Ovale c’è un presidente titubante all’idea di fare “tutto ciò che è necessario” per vincerla. E questo, di solito, è un bel problema. Ps: dietro questo punto nave ci sono una notte insonne e tanto impegno. A chi apprezza il mio lavoro chiedo di sostenerlo iscrivendosi al Blog: o regalando un abbonamento a una persona cara se si è già a bordo: È davvero importante per preservare questo spazio di informazione indipendente. Grazie a tutti. A più tardi.

Dario D'Angelo

19,044 görüntüleme • 1 ay önce

🚨⚽🇺🇸🇧🇪🇪🇺 È la storia delle ultime 24 ore. Ma la sensazione è che continuerà a esserlo ben oltre il triplice fischio della sfida fra Stati Uniti e Belgio in programma questa notte alle 2:00 (ora italiana) al Lumen Field di Seattle. Perché? Perché dietro la sospensione della squalifica di Folarin Balogun, l’attaccante USA espulso durante i sedicesimi di finale contro la Bosnia, emerge un intreccio di politica e potere che il mondo dello sport pare deciso a non tollerare in maniera silenziosa. Partiamo dai fatti, come sempre. E in questo caso da ciò che accade sul terreno di gioco. Palla in avanti verso Balogun: la punta USA si piazza davanti al difensore avversario, Muharemovic, per proteggere la sfera. Il giocatore bosniaco tenta l’anticipo e l’americano, nel contrasto, ricade con il piede sulla caviglia del marcatore. Di certo non c’è intenzionalità: Balogun, in quelle frazioni di secondo, non può né vedere né immaginare che sotto di lui finirà una parte del corpo dell’avversario. Al massimo può essergli contestata l’imprudenza del gesto atletico: Muharemovic è infatti riuscito a portarsi almeno con la gamba davanti alla punta statunitense, per quanto sia difficile stabilire chi dei due fosse meglio posizionato sul pallone. L’arbitro sul momento lascia correre, ma richiamato al VAR si concentra su un fermo immagine in particolare: il piede di Balogun schiaccia effettivamente la caviglia di Muharemovic. Decisione: rosso diretto per l’americano. Secondo “The Athletic”, quello registrato nel match fra gli Stati Uniti e i giustizieri dell’Italia al playoff di Zenica è un “errore di giudizio”. Il VAR, da protocollo, non avrebbe mai dovuto richiamare il fischietto: le linee guida dell’IFAB, l’organismo che scrive le regole del gioco, sono chiare nell’affermare che i replay al rallentatore dovrebbero essere usati per valutare il punto di contatto, la posizione di un fallo, se il pallone è entrato o meno. Ma quando si tratta di chiarire l’intensità di un fallo è la velocità normale, l’occhio umano dell’arbitro, a fare testo. Questo per dire che sì, la squalifica di Balogun da un ottavo di finale mondiale sarebbe stata probabilmente un’ingiustizia. Non la prima, non l’ultima, andata in scena sul rettangolo verde. Ed è proprio qui che esplode il bubbone. Per la prima volta nella storia dei Mondiali di calcio, la FIFA sceglie infatti di applicare l’articolo 27 del codice disciplinare, quello in base al quale l’organo giudiziario può decidere di sospendere, in tutto o in parte, l'esecuzione di un provvedimento disciplinare. È una specie di condizionale. Torni in gioco, ma se commetti un’altra infrazione di natura e gravità simili la “grazia” viene revocata e la sanzione “sarà applicata senza pregiudizio per eventuali sanzioni aggiuntive imposte per la nuova infrazione". Ci sono precedenti in questo senso? Uno. Cristiano Ronaldo rifila una gomitata all’irlandese O’Shea durante una partita di qualificazione ai Mondiali: scattano 3 giornate di squalifica, ma 2 vengono sospese così da non metterne a repentaglio la partecipazione ai Mondiali. È lo stesso meccanismo di cui beneficia Balogun, che sconterà sì la sua giornata di squalifica, ma la vedrà sospesa per un anno. E allora? E allora lo scandalo è tale non solo per l’importanza dell’evento, ma per il dietro le quinte che sembrerebbe aver innescato la decisione della FIFA. Secondo quanto riportato da POLITICO, già pochi minuti dopo l’espulsione di Balogun, la Casa Bianca è entrata in azione. È stato il direttore esecutivo della White House FIFA World Cup Task Force, Andrew Giuliani, a informare il presidente Trump della sanzione inflitta alla stella statunitense. Giuliani, il segretario al Commercio Howard Lutnick e alti funzionari della federazione calcistica a stelle e strisce - tutti presenti di persona alla partita contro la Bosnia - cominciano a stilare piani per contestare la decisione presa in campo dall’arbitro, pur consapevoli che i ricorsi accolti contro i cartellini rossi ai Mondiali sono estremamente rari. Nello spazio di quattro giorni, questo assunto viene smentito dalla cronaca. Giovedì, Trump telefona al presidente della FIFA, Gianni Infantino, chiedendo al dirigente calcistico, divenuto negli anni suo amico e frequente visitatore dello Studio Ovale, informazioni sui regolamenti. Infantino avrebbe ascoltato con attenzione le rimostranze di Trump, ma senza fare promesse di sorta. Nel frattempo, il team legale della U.S. Soccer prepara formalmente e presenta il ricorso alla FIFA, con Giuliani e Lutnick pronti a mettere a disposizione della causa anche avvocati della Casa Bianca per assistere nell’analisi legale, se necessario. Sempre Giuliani insieme a Scott Goodwin - un gestore di hedge fund che ha contribuito personalmente a pagare lo stipendio dell’allenatore degli Stati Uniti, Mauricio Pochettino - crea una sorta di dossier sull’arbitro brasiliano Raphael Claus, il fischietto che ha mostrato il cartellino rosso a Balogun. Persino alti funzionari governativi esaminano i precedenti dell’arbitro verdeoro: una prova di quanta attenzione sia stata destinata alla ricerca di ogni possibile argomento capace di rafforzare il ricorso. Ieri la risposta della FIFA: c’è la sospensione della squalifica di Balogun. Una scelta che la federazione ha definito indipendente e presa dalla sua commissione disciplinare composta da 18 membri, senza chiarire però se sia arrivata al termine di una votazione. Poco dopo l’annuncio, Trump e Infantino si sentono di nuovo. Il presidente USA loda la FIFA urbi et orbi per avere rimediato a una grave ingiustizia, mentre il mondo del calcio insorge. La federazione belga annuncia di stare valutando “ogni possibile opzione” per “salvaguardare i legittimi diritti di tutte le squadre partecipanti e proteggere i principi fondamentali del fair play nel nostro sport, sia in questa Coppa del Mondo FIFA sia nelle future edizioni del torneo”. Formula che di fatto anticipa la presentazione di un ricorso urgente che, a poche ore dal calcio d’inizio, sembra avere poche possibilità di essere accolto. A muoversi è anche la UEFA, l'Unione Europea delle Federazioni Calcistiche Europee, secondo cui la FIFA - con la decisione di ieri - “ha oltrepassato una linea rossa”. In un comunicato durissimo, il massimo organo calcistico del Vecchio Continente conclude: “Quando la certezza delle regole non è più garantita da chi è chiamato a custodirle, l'integrità del gioco viene messa a rischio e la credibilità della competizione risulta compromessa. Inoltre, una decisione di questo tipo crea un precedente all'interno del torneo in corso: situazioni analoghe dovranno ora ricevere lo stesso trattamento, con un inevitabile danno per la competizione”. Resta l’impressione di un’invasione di campo che fa male alla credibilità e allo spirito del gioco. Di più: lo scontro politico fra Stati Uniti ed Europa si sposta anche sul rettangolo verde. Piccola utopia: se Pochettino scegliesse deliberatamente di giocare senza Balogun farebbe probabilmente un gesto da gran signore. Se hai apprezzato questa ricostruzione, ti chiedo di sostenere il mio impegno. Puoi farlo iscrivendoti al Blog: e (se leggi da iPhone) scaricando l’app: Il Blog di Dario D'Angelo Ti ringrazio per l’attenzione.

Dario D'Angelo

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🔥CRANS MONTANA🔥 “Una porta chiusa. Poi l’inferno. Sono disteso su un letto d’ospedale a Sion, con i polmoni ancora pieni di fumo e la voce che si spezza ogni volta che provo a raccontare. Ho 55 anni, vivo a #CransMontana con la mia compagna e mia figlia di 17 anni. Fino a quella notte la mia era una vita normale, tranquilla. Poi, alle 1.20 di #Capodanno, tutto si è fermato. Ero in casa quando ho visto dalle finestre del #Constellation uscire fiamme incandescenti. Subito dopo è arrivata la telefonata di mia figlia. Una di quelle che ti ghiacciano il sangue: fuoco, feriti, una strage. Sono sceso in strada di corsa con un estintore, ma ho capito subito che non sarebbe servito a nulla. Il fumo era nero, denso, irrespirabile. La combustione era stata rapidissima e violenta. In pochi minuti aveva consumato tutto l’ossigeno. Dentro non si respirava più. Ho trovato mia figlia fuori, immobile, in stato di #choc. Aspettava il suo fidanzato, rimasto dietro una porta. È riuscito a uscire davanti ai suoi occhi, per pochi secondi. Ora è ricoverato a Basilea in condizioni gravissime, con ustioni pesanti. Lei è viva per una concatenazione di eventi che ancora faccio fatica a spiegare: un attimo prima o un attimo dopo, e oggi starei raccontando un’altra storia. Ho chiamato i soccorsi, cercando di non perdere la testa. Poi ho capito che dovevo fare qualcosa. Ho cercato una via d’uscita alternativa. Sul retro ho visto una porta chiusa, bloccata dall’interno. Dietro il vetro vedevo #piedi, #mani, #corpi a terra. La struttura non era crollata, ma dentro era diventata una #trappola. Con l’aiuto di uno sconosciuto, arrivato dopo aver sentito il boato, abbiamo sfondato quella porta tirando con tutta la forza che avevamo. Non avevamo strumenti, non avevamo tempo. I pompieri stavano arrivando, ma lì ogni secondo era vita o morte. Quando la porta si è aperta, i corpi ci sono caduti addosso. Ragazzi vivi, ustionati, intossicati. Alcuni coscienti, altri no. Mi imploravano di aiutarli, in più lingue. Anche in italiano. Erano giovanissimi. Quel locale era frequentato soprattutto da minorenni. Ho visto ragazze con minigonne e top eleganti, il fuoco ancora sulla pelle. Li ho tirati fuori uno a uno, a mani nude. Senza pensare al dolore, al fumo, al rischio. Li trascinavamo fuori e li lasciavamo a terra nel punto di raccolta. Urlavano. E nella mia testa c’era un solo pensiero: potrebbero essere i miei figli. Non c’erano altre uscite. Nessuna via di #fuga. Chi era rimasto dentro non aveva scampo. Eppure, in mezzo a quell’orrore, ho visto anche l’umanità. I locali vicini si sono trasformati in punti di soccorso improvvisati. Hanno accolto i feriti, li hanno fatti sedere, li hanno aiutati a #respirare, a non svenire. Quella solidarietà non la dimenticherò mai. Quello che mi resta addosso sono gli sguardi. La lucidità disperata di chi sa che sta morendo. Persone ustionate che ti guardano e ti chiedono di non lasciarle lì. È qualcosa che non si cancella. Io oggi sono ricoverato per intossicazione. Mia figlia è salva. Il suo fidanzato lotta tra la vita e la morte. A Crans-Montana il Capodanno non è finito con un brindisi. È finito alle 1.20, davanti a una porta che non si apriva, mentre dall’altra parte qualcuno gridava #aiuto.” Paolo Campolo

ALESSANDRA FONTANA

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