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138,914 views • 10 months ago •via X (Twitter)

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E poi c'è Gaza. Mentre il mondo esplode, gli studenti palestinesi sostengono gli esami sulla spiaggia. Non smetterò per un solo istante della mia vita di amare questo popolo coltissimo e fiero, aggrappato alla sua terra come nessuno al mondo. Non smetterò per un solo istante della mia vita di ringraziare questo popolo meraviglioso che mi ha dato tanto. Ho avuto la straordinaria fortuna di incontrarlo per la prima volta a diciannove anni. Ha cambiato il mio modo di stare al mondo, quel mondo visto da un ragazzo occidentale e benestante imbottito di falsa propaganda. Nessuno mi ha convinto, ho visto. E poi rivisto, e poi ancora. Ho visto il terrore puro negli occhi di un padre professore universitario perché il figlio era rientrato a casa qualche minuto di ritardo dall'Università. A ventuno anni ho visto bambini di sette, otto anni passare davanti ai militari dell'esercito di occupazione armati fino ai denti che mostravano meccanicamente le loro piccole mani nude. Chiesi al mio amico fraterno palestinese cosa significasse quel gesto: "I genitori insegnano al bambino come comportarsi alla vista di un soldato, gli insegnano a mostrare le mani per far capire di non avere nulla, di non essere una minaccia, perché a quelli basta poco per aprire il fuoco". Nonostante tutto, nonostante le bombe, gli stermini, l'apartheid, gli sfollamenti, le vite infernali, nonostante le scuole distrutte, guardano al futuro scrivendo su un foglio di carta tra le gambe, seduti su una spiaggia devastata di Gaza mentre il mondo esplode. La Palestina mi ha reso un amico migliore, un padre migliore, una persona migliore.

Gianluca Martino

25,202 views • 2 months ago

Per leggermi ci metterete più di ventuno secondi, ma ne varrà la pena (spero). Almeno non vi sporcherà la coscienza. Li riconosco anche quando non dicono una parola. Li vedo camminare per strada, con quell’aria tranquilla, come se niente potesse toccarli. Sorridono, chiacchierano, fingono di essere ciò che vorrebbero, ma basta osservarli con la giusta attenzione per capire che quella calma è finta, tenuta insieme da un filo sottile, pronto a spezzarsi da un momento all’altro. Quel filo è il male. C’è sempre, in ognuno di loro. Non sempre fa rumore, non sempre si mostra. A volte è solo una scelta non fatta, una verità taciuta, una bugia detta per convenienza. Chi ci ha avuto a che fare, in qualunque modo, non se n’è più liberato. Il male resta, si deposita come polvere, e a poco a poco diventa parte di te. Ti tiene fermo, ti congela in un presente che non passa mai. Così provano a scappare. C’è chi si nasconde dietro una toga, chi dietro un abito talare, chi dietro un sorriso pulito. Tutti cercano di cancellare l’odore del sangue, di coprire la colpa con un filtro emotivo. Ma il tempo non pulisce niente, e quel giorno - quello in cui tutto è cominciato - non è mai davvero finito. Continua a tornare, come un rumore di passi alle tue spalle che non smette di seguirti. Oggi quei ragazzi hanno quarant’anni, ma sembrano ancora ragazzini spaventati, rannicchiati dietro le madri. Forse perché anche le madri sanno. Forse perché anche loro hanno scelto di tacere. #Garlasco non è solo un paese. È un ritratto del male, un quadro dipinto col sangue e la vanità umana. C’è l’artista che confonde la bellezza femminile con la depravazione, e il carabiniere che ha venduto l’anima e l'onore in una stanza d’albergo. E in fondo non importa come andrà a finire: la condanna è già scritta. Si sono giudicati da soli, molto prima che qualcuno potesse farlo per loro. E allora capisci che la libertà è un’illusione. Perché non servono sbarre per essere prigionieri. Le celle più strette sono quelle costruite nella propria coscienza. E l’ergastolo più lungo è vivere sapendo di aver guardato il male - e di non aver fatto nulla per fermarlo. Ci sono persone che hanno un talento naturale per il male. Non lo imparano, non lo cercano: lo hanno nel sangue. Per loro il male non è un errore, ma una forma di coerenza. Non sempre si divertono a far soffrire, non è quello il punto. È più come un impulso, qualcosa che scatta quando la luce diventa troppo forte, e loro devono spegnerla. È allora che mostrano chi sono davvero. E non c’è pentimento che tenga, perché il male, per loro, è un linguaggio. Lo parlano con disinvoltura, come se fosse l’unico modo che conoscono per comunicare col mondo. Possono nasconderlo dietro una facciata rispettabile, una famiglia, una carriera. Ma alla fine riaffiora sempre. E non serve nemmeno agire per farlo. A volte basta stare fermi. Lasciare che un’ingiustizia accada, che un innocente paghi, che una verità resti sepolta. È una forma di male più silenziosa, più accettabile - ma non meno letale. Il male di cui parlo non grida. Sussurra. Si infila nei gesti quotidiani, nelle omissioni, nelle mezze verità. È quel male che ti fa credere di aver scelto bene, quando in realtà hai scelto solo te stesso.

John Doe

37,587 views • 8 months ago