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Ana Sayfaya Dön

𝗜𝗟 𝗙𝗨𝗧𝗨𝗥𝗢 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗡𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗔𝗟𝗘 ⚽️🇮🇹 Eccoli Paolo Maldini e Leonardo insieme per le strade di Milano, in zona corso di Porta Vittoria. Un incontro tutt’altro che casuale alla luce del nuovo corso della Nazionale: l’ex capitano rossonero è stato nominato direttore tecnico della FIGC e presidente del Club Italia,...

83,028 görüntüleme • 22 gün önce •via X (Twitter)

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Benzer Videolar

🚨⚽🇺🇸🇧🇪🇪🇺 È la storia delle ultime 24 ore. Ma la sensazione è che continuerà a esserlo ben oltre il triplice fischio della sfida fra Stati Uniti e Belgio in programma questa notte alle 2:00 (ora italiana) al Lumen Field di Seattle. Perché? Perché dietro la sospensione della squalifica di Folarin Balogun, l’attaccante USA espulso durante i sedicesimi di finale contro la Bosnia, emerge un intreccio di politica e potere che il mondo dello sport pare deciso a non tollerare in maniera silenziosa. Partiamo dai fatti, come sempre. E in questo caso da ciò che accade sul terreno di gioco. Palla in avanti verso Balogun: la punta USA si piazza davanti al difensore avversario, Muharemovic, per proteggere la sfera. Il giocatore bosniaco tenta l’anticipo e l’americano, nel contrasto, ricade con il piede sulla caviglia del marcatore. Di certo non c’è intenzionalità: Balogun, in quelle frazioni di secondo, non può né vedere né immaginare che sotto di lui finirà una parte del corpo dell’avversario. Al massimo può essergli contestata l’imprudenza del gesto atletico: Muharemovic è infatti riuscito a portarsi almeno con la gamba davanti alla punta statunitense, per quanto sia difficile stabilire chi dei due fosse meglio posizionato sul pallone. L’arbitro sul momento lascia correre, ma richiamato al VAR si concentra su un fermo immagine in particolare: il piede di Balogun schiaccia effettivamente la caviglia di Muharemovic. Decisione: rosso diretto per l’americano. Secondo “The Athletic”, quello registrato nel match fra gli Stati Uniti e i giustizieri dell’Italia al playoff di Zenica è un “errore di giudizio”. Il VAR, da protocollo, non avrebbe mai dovuto richiamare il fischietto: le linee guida dell’IFAB, l’organismo che scrive le regole del gioco, sono chiare nell’affermare che i replay al rallentatore dovrebbero essere usati per valutare il punto di contatto, la posizione di un fallo, se il pallone è entrato o meno. Ma quando si tratta di chiarire l’intensità di un fallo è la velocità normale, l’occhio umano dell’arbitro, a fare testo. Questo per dire che sì, la squalifica di Balogun da un ottavo di finale mondiale sarebbe stata probabilmente un’ingiustizia. Non la prima, non l’ultima, andata in scena sul rettangolo verde. Ed è proprio qui che esplode il bubbone. Per la prima volta nella storia dei Mondiali di calcio, la FIFA sceglie infatti di applicare l’articolo 27 del codice disciplinare, quello in base al quale l’organo giudiziario può decidere di sospendere, in tutto o in parte, l'esecuzione di un provvedimento disciplinare. È una specie di condizionale. Torni in gioco, ma se commetti un’altra infrazione di natura e gravità simili la “grazia” viene revocata e la sanzione “sarà applicata senza pregiudizio per eventuali sanzioni aggiuntive imposte per la nuova infrazione". Ci sono precedenti in questo senso? Uno. Cristiano Ronaldo rifila una gomitata all’irlandese O’Shea durante una partita di qualificazione ai Mondiali: scattano 3 giornate di squalifica, ma 2 vengono sospese così da non metterne a repentaglio la partecipazione ai Mondiali. È lo stesso meccanismo di cui beneficia Balogun, che sconterà sì la sua giornata di squalifica, ma la vedrà sospesa per un anno. E allora? E allora lo scandalo è tale non solo per l’importanza dell’evento, ma per il dietro le quinte che sembrerebbe aver innescato la decisione della FIFA. Secondo quanto riportato da POLITICO, già pochi minuti dopo l’espulsione di Balogun, la Casa Bianca è entrata in azione. È stato il direttore esecutivo della White House FIFA World Cup Task Force, Andrew Giuliani, a informare il presidente Trump della sanzione inflitta alla stella statunitense. Giuliani, il segretario al Commercio Howard Lutnick e alti funzionari della federazione calcistica a stelle e strisce - tutti presenti di persona alla partita contro la Bosnia - cominciano a stilare piani per contestare la decisione presa in campo dall’arbitro, pur consapevoli che i ricorsi accolti contro i cartellini rossi ai Mondiali sono estremamente rari. Nello spazio di quattro giorni, questo assunto viene smentito dalla cronaca. Giovedì, Trump telefona al presidente della FIFA, Gianni Infantino, chiedendo al dirigente calcistico, divenuto negli anni suo amico e frequente visitatore dello Studio Ovale, informazioni sui regolamenti. Infantino avrebbe ascoltato con attenzione le rimostranze di Trump, ma senza fare promesse di sorta. Nel frattempo, il team legale della U.S. Soccer prepara formalmente e presenta il ricorso alla FIFA, con Giuliani e Lutnick pronti a mettere a disposizione della causa anche avvocati della Casa Bianca per assistere nell’analisi legale, se necessario. Sempre Giuliani insieme a Scott Goodwin - un gestore di hedge fund che ha contribuito personalmente a pagare lo stipendio dell’allenatore degli Stati Uniti, Mauricio Pochettino - crea una sorta di dossier sull’arbitro brasiliano Raphael Claus, il fischietto che ha mostrato il cartellino rosso a Balogun. Persino alti funzionari governativi esaminano i precedenti dell’arbitro verdeoro: una prova di quanta attenzione sia stata destinata alla ricerca di ogni possibile argomento capace di rafforzare il ricorso. Ieri la risposta della FIFA: c’è la sospensione della squalifica di Balogun. Una scelta che la federazione ha definito indipendente e presa dalla sua commissione disciplinare composta da 18 membri, senza chiarire però se sia arrivata al termine di una votazione. Poco dopo l’annuncio, Trump e Infantino si sentono di nuovo. Il presidente USA loda la FIFA urbi et orbi per avere rimediato a una grave ingiustizia, mentre il mondo del calcio insorge. La federazione belga annuncia di stare valutando “ogni possibile opzione” per “salvaguardare i legittimi diritti di tutte le squadre partecipanti e proteggere i principi fondamentali del fair play nel nostro sport, sia in questa Coppa del Mondo FIFA sia nelle future edizioni del torneo”. Formula che di fatto anticipa la presentazione di un ricorso urgente che, a poche ore dal calcio d’inizio, sembra avere poche possibilità di essere accolto. A muoversi è anche la UEFA, l'Unione Europea delle Federazioni Calcistiche Europee, secondo cui la FIFA - con la decisione di ieri - “ha oltrepassato una linea rossa”. In un comunicato durissimo, il massimo organo calcistico del Vecchio Continente conclude: “Quando la certezza delle regole non è più garantita da chi è chiamato a custodirle, l'integrità del gioco viene messa a rischio e la credibilità della competizione risulta compromessa. Inoltre, una decisione di questo tipo crea un precedente all'interno del torneo in corso: situazioni analoghe dovranno ora ricevere lo stesso trattamento, con un inevitabile danno per la competizione”. Resta l’impressione di un’invasione di campo che fa male alla credibilità e allo spirito del gioco. Di più: lo scontro politico fra Stati Uniti ed Europa si sposta anche sul rettangolo verde. Piccola utopia: se Pochettino scegliesse deliberatamente di giocare senza Balogun farebbe probabilmente un gesto da gran signore. Se hai apprezzato questa ricostruzione, ti chiedo di sostenere il mio impegno. Puoi farlo iscrivendoti al Blog: e (se leggi da iPhone) scaricando l’app: Il Blog di Dario D'Angelo Ti ringrazio per l’attenzione.

Dario D'Angelo

162,745 görüntüleme • 1 ay önce

Secondo l’ultimo report Eurostat del 2023, circa il 13 % dei pensionati EU continua a lavorare almeno a metà tempo nei sei mesi successivi all’accesso alla pensione. In valori assoluti, ciò significa che 1 lavoratore su 8, nonostante la pensione, resta attivo professionalmente: una scelta sostenuta dal desiderio di sentirsi produttivi (36,3 %) o da necessità economiche (28,6 %). Il quadro demografico dell’UE conferma l’urgenza del fenomeno: al 1° gennaio 2024, il 21,6 % della popolazione europea aveva più di 65 anni, con un’età mediana salita a 44,7 anni. In Italia, la quota di over‑60 è ancora più alta (31,1 %) e l’“old‑age dependency ratio” ha raggiunto il 37,8 %, ben oltre la media UE del 33,4 %. Nel contesto italiano, Eurostat segnala un tasso di occupazione del 59 % nella fascia 55‑64 anni a fine 2024, vicino alla media europea, ma inferiore rispetto a paesi nordici più virtuosi . Inoltre, un recente approfondimento conferma che in Italia circa il 9,4 % dei neo‑pensionati mantiene un’attività lavorativa, contro il 13 % della media UE. Sebbene la percentuale italiana risulti inferiore, resta significativa e sostenuta da riforme in corso per agevolare il cumulo tra pensione e lavoro. Questo trend emerge in un quadro di invecchiamento demografico che sfida la sostenibilità dei sistemi previdenziali, ma offre un’opportunità per valorizzare l’esperienza e le competenze dei senior nel mercato del lavoro. #videocard #pensionati #pensioni #lavoro #news #skytg24

Sky tg24

23,184 görüntüleme • 1 yıl önce

Giro questa clip all’Ufficio Inchieste FIGC Ufficio Inchieste FIGC, sperando che venga chiamato a spiegare l’arbitro #Guida, tanto timoroso di prendere decisioni che possano impedire ai suoi familiari di girare per shopping o di andare a prendere a scuola i tre figli. Cosa avrebbe visto per dare un rigore così “RIDICOLO” in un millisecondo? Dalla Ref Cam si vede solo una gran voglia di prenderla, questa cazzo di decisione. Decisione che poi, non è che ci aspettassimo che Di Paolo — quello del mani di Pulisic a Genova, del rigore di Pavlovic negato alla Lazio, del rigore Thuram-Pavlovic con sparizione dell’audiovar, del rigore comico su Gimenez in Milan-Fiorentina — revocasse, come è successo diverse volte all’Inter, questo scempio.E ci mancherebbe che Doveri ,quello che non sanzionò un fallo,quello si evidente di Soriano su Perisic,e consegno lo Scempionato 2022 al milan,lo aiutasse a revocarlo. Noi, che siamo abituati a “pensar male”, pensiamo, appunto, che la decisione di aiutare una concorrente dell’Inter ⭐⭐ al titolo sia una decisione gradita nei dintorni di Torre Annunziata. Eh sì, perché il sospetto che le regole d’ingaggio di “Rocchi e i suoi Fratelli” siano semplicemente quelle di METTERE I BASTONI FRA LE RUOTE A UN’UNICA SQUADRA E IMPEDIRLE DI ARRIVARE AL TITOLO è tutt’altro che campato in aria. Il resto è: “vinca chi vinca”. Maurizio Pistocchi Paolo Ziliani

Felix Magath bistellato l'azzittatore

39,454 görüntüleme • 6 ay önce

Sta crollando tutto e credono di tenere insieme il muro che viene giù rafforzandolo con la melassa. Senza manco capire che oramai la melassa genera disgusto, vomito. A quel giullare del potere che è Benigni bisogna ricordare che la UE, quella reale e non quella dei suoi deliri, ha significato: 1) compressione salariale (ammesso dallo stesso Draghi) 2) smantellamento dello stato sociale, dei diritti alla salute, del lavoro. 3) soppressione della sovranità popolare, dato che la UE è servita a spostare le decisioni importanti verso centri sottratti al controllo democratico 4) svuotamento della democrazia, dato che tutte le decisioni erano prese altrove, e qualsiasi governo eletto si doveva muovere entro quelle coordinate (vi ricordate quei vermi cge giustificavano tutto con "ce lo chiede l'Europa"?) 5) crimini contro l'umanità in Grecia, perché tre lire non si potevano tirare fuori, mentre ora scopriamo che fare un baratro di debiti per favorire l'industria delle armi e salvare l'industria tedesca di può fare Ora ve ne venite fuori con quel guitto, o con discussioni su Ventotene. Ma lo avete letto? Un insieme di chiacchiere che mai nessuno ha preso sul serio, dato che la UE, nei suoi trattati fondativi, delinea una direzione opposta. Idee confuse, buone per fare propaganda, ma che si disfano non appena devi fare i conti con la realtà, con le differenze di cultura, di interessi, di tradizioni. Un manifesto che ignora del tutto la discussione sull'Europa che già all'epoca era ricca, sul rapporto tra culture nazionali e identità europea, sugli strati che compongono la storia dell'Europa. Si potrebbe parlare di quel manifesto, non con coloro che ne fanno un feticcio, quelli gne gne, oddio contessa, critica Spinelli. E chi è Spinelli? Mose? Perché lo hanno imbalsamato e trasformato in Mose', solo che le acque non si aprono e manna dal cielo non ne è venuta. Si potrebbe discutere, lo si faccia senza le regole celebrative, salottiere, da perditempo e da signora la contessa. Ma in fondo sarebbe del tutto inutile, è tempo perso, perché mai nessuno ha preso sul serio Spinelli. Spinelli e' sempre stato e sempre sarà un'arma di distrazione di massa. Serve a parlare del sesso degli angeli per non parlare della realtà. Qualcuno crede che Ursula bomber leyen lo abbia letto? Forse neanche sentito mai nominare. Il manifesto di Ventotene è un nulla che serve solo come foglia di fico per non parlare delle politiche antidemocratiche e antipopolari che hanno caratterizzato trent'anni di UE. Destra e sinistra ci costringono a parlare del nulla per non parlare della realtà, di un'Europa al servizio delle banche, vi ricordate Draghi? Spinelli serve alla Meloni come serve a Fornaro: un'evasione nel mondo delle ideologie, per coprire quello che sta accadendo. Parliamo di un manifesto di cent'anni fa per non parlare delle sfide attuali. Il guitto Benigni serve a questo: a nascondere la realtà sotto una massa di retorica. Il potere sta perdendo la testa, capisce che sta crollando tutto, e allora ha scatenato una guerra di propaganda che manco le SS. Tutto inutile, perché, signori, siamo al capolinea e tra poco si scende. Il castello sta crollando perché i costruttori erano pessimi, perché l'edificio è senza fondamenta. Perché la UE nasce come tentativo di cancellare l'Europa, i suoi strati, le sue radici, le sue differenze, la sua ricchezze, per annullare la tradizione Europea. E noi, eredi dell'Europa e della sua cultura, difendiamo l'Europa contro quella macchina per fare il vuoto che è la UE. - Vincenzo Costa

Sabrina F.

19,523 görüntüleme • 1 yıl önce

In foto c’è Ahmad al Amur seduto tra sua madre e sua sorella. Nel video c’è un attacco in Cisgiordania che inaugura un metodo nuovo. Alle otto e mezza il colono-tiktoker guida altri 13 uomini mascherati in una spedizione punitiva a Jinba. Aziz, il papà di Ahmad, è la vittima scelta a caso. Perché la sua casa è la prima che incontri quando arrivi da fuori. Aziz si prende una bastonata in testa e sviene. Suo figlio maggiore interviene ma gli rompono un braccio. Si affaccia Ahmad, quindicenne, si prende anche lui una botta in testa e cade a terra sanguinante. Fin qui, è una spedizione brutale, ma non è diversa da altre prima di questa. La parte più rilevante della storia viene dopo: la madre di Ahmad è in ansia, vuole portare i suoi famigliari all’ospedale. Da Jinba contattano le autorità, che sono quelle dell’amministrazione militare. Dopo, assistono a questa scena: gli aggressori montano sui pick up e risalgono fino all’insediamento. Poi scendono, fanno un breve stop alla base militare di fronte a Jinba, e da lì tornano nel villaggio palestinese. La telefonata all’esercito per chiedere aiuto partita da Jinba è stata reindirizzata ai telefonini degli aggressori, che hanno preso le auto, sono tornati a casa, hanno chiamato gli altri, sono passati dalla base militare per togliersi gli abiti civili e indossare la divisa, e sono tornati a Jinba. Tra loro c’è sempre il colono-tiktoker, la differenza è che nel primo attacco che ha guidato erano in 14 e adesso – con le uniformi – sono in 100. La sovrapposizione tra coloni e militari è un effetto collaterale della guerra a Gaza: da quando i soldati professionisti sono quasi tutti nella Striscia, i coloni di qui hanno indossato l’uniforme e sono diventati i riservisti che presidiano la Cisgiordania occupata. I coloni vestiti da soldati spaccano i televisori e i pannelli solari con un martello. Spaccano pure la campanella della piccola scuola di Jinba. Prendono i vestiti dagli armadi e li buttano nella sabbia. Radunano il cibo dalle dispense delle case, ne fanno un grande mucchio a terra, e lo mescolano con i fertilizzanti velenosi e le medicine delle pecore. Si ascolta nella puntata 754 di Stories, Chora Media

Cecilia Sala

91,785 görüntüleme • 1 yıl önce

Ieri ho trovato davvero sublime il discorso di Sergio #Mattarella, in occasione dell'incontro con la stampa. In un passaggio ha detto: «Lei ha menzionato alcuni argomenti del dibattito che si è sviluppato in questi giorni su temi politici, o piuttosto, per meglio dire, tra forze politiche. Io, ovviamente non vi entro: non ne sono e non intendo esserne parte». Rispondeva alle parole del presidente dell'Associazione Stampa Parlamentare. Capito cosa dice il capo dello Stato? Che lui non è parte del dibattito politico, che non entra nel merito del confronto tra le forze politiche: lui non ne è e non intende esserne parte. Magari! Tutto perfettamente coerente con l'immagine che la stampa, servile, gli tratteggia attorno: garante della Costituzione, arbitro imparziale, notaio della Repubblica, nonno d'Italia. Vi piacerebbe. Nello stesso discorso (ripeto: nello stesso discorso!) ecco alcuni passaggi molto succulenti: «Conosco bene l’esercizio di critiche rivolte all’Unione per insufficiente incisività dalla sua azione, critiche avanzate con accanimento soprattutto da chi ne ostacola, in ogni modo e circostanza, la possibilità di strumenti decisionali e operativi più efficaci». E, poco dopo: «L’abbandono dell’ipotesi di una nuova Convenzione Europea per porre mano alla riforma dei Trattati è stato un grave errore. Va ripresa una seria e coraggiosa riflessione. Nel frattempo non si tratta di stare con le mani in mano in attesa del domani. È utile ricordare che, com’è noto, due esperienze di grande rilievo come l’Euro e Schengen – sottolineo: la moneta comune e la libera circolazione nella gran parte dei Paesi dell’Unione - sono nate nell’ambito del quadro giuridico attuale, come cooperazioni rafforzate; che si sono sempre più ampliate come partecipazione. Lei ha fatto cenno anche all’esigenza di un’efficace difesa comune europea. L’attitudine e la strategia che ho appena ricordato rende evidente che la sua realizzazione non rappresenta una minaccia per nessuno, non mira alla guerra: al contrario è strumento per garantire la pace». Dunque, un palese appoggio al voto a maggioranza in seno all'Unione Europea, alle cooperazioni rafforzate e al progetto della cosiddetta difesa comune. Il tutto dopo aver rifilato una bella sferzata a chi osa criticare il progetto unionale. Critiche che, se diventano oggetto di rimprovero da parte del #Quirinale, inevitabilmente finiscono per apparire meno legittime di altre posizioni. Vi torna? Alla faccia dell'arbitro! Ora, se io vi dicessi che questo è un discorso di Ursula von der Leyen, ci credereste? Potrebbe starci assolutamente. Se vi dicessi che queste parole sono di Macron? O di Enrico Letta? Di Gentiloni, magari, o di #Picierno, perché no? Possibile che qualcuno ancora non se ne accorga? È maledettamente evidente: il Presidente della Repubblica prova in tutti i modi ad apparire imparziale, ma non lo è affatto. A prescindere dal merito delle sue esternazioni (che, per inciso, ammetto di non condividere minimamente), qui il punto è chiaro e inequivocabile: Mattarella persegue una precisissima agenda politica, che è quella di Bruxelles, del riarmo, del pilota automatico, del vincolo esterno. Su questo, francamente, non mi sembrano esserci dubbi. Il punto, però, è istituzionale ed è pesantissimo. Insomma, #Calenda dice quello che gli pare, forte (verrebbe da dire debole) della sua legittimazione democratica: rappresenta i quattro gatti che lo votano. Così come #Renzi e #Marattin (il numero dei gatti cala rovinosamente), ad esempio. Sono politici e parlano ai loro elettorati (alle loro comitive, diciamo). Qui accade, viceversa, che chi dovrebbe rappresentare l'unità nazionale, fingendosi imparziale, prova a interferire sull'azione dei governi e spesso ci riesce benissimo, ma agisce privo di qualsiasi legittimazione democratica e popolare. Vi sta bene così? A me pare una questione piuttosto grave.

Savino Balzano

13,341 görüntüleme • 7 gün önce

L’Italia è più di una nazione, è un’idea forgiata nel fuoco della storia, un baluardo di onore che si erge tra le rovine di un passato glorioso e le sfide di un presente inquieto. L’onore italiano non è solo una parola, ma un codice vissuto, un giuramento silenzioso che si tramanda di generazione in generazione. È l’onore del contadino che piega la schiena sotto il sole per strappare il frutto alla terra, del soldato che offre la vita per difendere un ideale, dell’artigiano che scolpisce la bellezza con mani callose. È la dignità di chi non si arrende, di chi tiene alta la testa anche quando il destino colpisce duro. Questo onore è il sangue che scorre nelle vene di un popolo che ha sempre saputo rialzarsi, dalle invasioni barbariche al Risorgimento, fino ai giorni nostri. La Patria, poi, non è solo un confine tracciato su una mappa, è un tempio sacro, un abbraccio che unisce il mare di Sicilia alle cime delle Alpi. È la madre che ha generato Dante, Michelangelo, Leonardo, giganti che hanno insegnato al mondo cosa significhi creare, sognare, lottare. La Patria italiana è un canto epico che risuona nelle piazze di pietra, nei borghi aggrappati alle colline, nelle città che portano i segni di mille battaglie. Amarla significa onorare i suoi martiri, uomini e donne che hanno dato tutto per un’Italia libera, giusta, sovrana. È un legame viscerale, un fuoco che non si spegne, perché la Patria non chiede: essa chiama, e il vero italiano risponde. I Valori italiani sono radicati in una tradizione che affonda le sue radici nell’antica Roma e si è nutrita del cristianesimo, della famiglia, della comunità. La famiglia è il primo altare, il rispetto per gli anziani, l’amore per i figli, il calore di una tavola imbandita dove nessuno è straniero. C’è la generosità, quel gesto spontaneo di condividere il poco che si ha; c’è la capacità di trasformare il dolore in arte, la miseria in speranza. E c’è la Bellezza, non solo quella dei paesaggi o dei monumenti, ma quella dell’anima...un italiano non si accontenta del mediocre, cerca l’eccellenza, che sia in un piatto di pasta o in un verso poetico. Gli Ideali italiani, infine, sono la bussola di una nazione che ha sempre guardato oltre l’orizzonte. La libertà, conquistata a caro prezzo, è un ideale che non si negozia, l’italiano ha sempre combattuto contro le catene, fisiche o morali. La giustizia, eredità di un popolo che ha dato al mondo il diritto romano, è un faro che illumina anche le ombre più oscure. E poi c’è l’unità, non come uniformità, ma come armonia delle diversità, il Nord laborioso, il Centro cuore pulsante, il Sud terra di passione, un mosaico che solo insieme diventa eterno. Essere italiano non è solo nascere in questa terra: è portare nel cuore l’onore di chi ci ha preceduto, la patria come missione, i valori come scudo e gli ideali come spada. È un giuramento non scritto, un orgoglio che non si piega, una fiamma che arde nel tempo. Oggi, 17 marzo, ricordiamo tutto questo, non solo un’unità politica, ma un’unità di spirito, un destino che ci rende ciò che siamo.

IL RISOLUTORE ®️🇮🇹

171,535 görüntüleme • 1 yıl önce

L’operazione speciale procede spedita. Di questo passo infatti la Russia completerà la conquista del Donbas nel marzo del 2040 al modico costo di 6.574.000 perdite tra morti e feriti. Trovo sempre interessante leggere dai commenti e dai post dei vari fan del regime fascista russo (dicevano i latini che de gustibus non disputandum est) tanto trionfalismo per la conquista, peraltro non vera, di Kostiantynivka, come se l’umanità intera dovesse trarre un vantaggio collettivo dal fatto che una dittatura assassina causi milioni di morti e commetta crimini indicibili pur di sottrarre illegalmente territorio ad uno stato sovrano. Le dissonanze cognitive ed i traumi psicologici di questa frustrata porzione della società non sono il mio campo. Lo è invece capire cosa non sia chiaro di quello che sta realmente avvenendo in Ucraina. Il Cremlino ha infatti diffuso un video senza data e senza luogo di un briefing tra un Putin dall’espressione torva ed evidentemente preoccupato ed i vertici militari. Un incontro spacciato per una visita al fronte, ma che a giudicare dall’allestimento impeccabile, dalle luci cinematografiche, l’audio pulito e la strumentazione utilizzata si è svolto in uno dei vari teatri di posa che, secondo varie inchieste giornalistiche, sono stati allestiti nelle residenze dello zar o alla periferia di Mosca proprio per queste scenette. Il capo di Stato maggiore Gerasimov durante il briefing mostra le mappe del “progressi” delle truppe russe, illustrando una linea del fronte irrealistica e derisa dagli stessi Z-blogger russi. Le differenze rispetto alla linea reale sono macroscopiche, discostandosi talvolta anche di decine di km (alcune immagini le ho prese da un post di Parabellum (Mirko Campochiari)), ma tracciate utilizzando la tecnica degli sbandieratori, fotografando cioè dei poveracci spediti di nascosto dietro la linea del fronte a sventolare una bandiera russa per far credere che il tale villaggio sia stato preso, salvo poi essere eliminati o catturati dagli ucraini. A Kostiantynivka le battaglie sono in realtà ancora in corso e secondo i milblogger russi continueranno per settimane. Perché da un lato il Cremlino ha bisogno di una vittoria anche di Pirro che provi l’inarrestabile avanzata del secondo esercito più forte in Ucraina. Dall’altro l’esigenza di Kyiv non è quella di difendere macerie ma di dissanguare l’avversario, facendo pagare a caro prezzo ogni passo. Prova ne è il fatto che la conquista di Kostiantynivka sia in realtà un ripiego rispetto ai progetti originali. Sebbene ora venga spacciata come obiettivo, doveva essere semplicemente la tappa intermedia di una cavalcata. Nelle direttive strategiche dello Stato Maggiore russo, la città doveva essere presa di slancio attraverso una massiccia manovra a tenaglia da nord, con una spinta che doveva arrivare da Izjum e Lyman, scendendo verso Sloviansk e Kramatorsk. Da sud l'avanzata doveva risalire da Avdiivka e Marinka per tagliare le linee di rifornimento ucraine. Puntare tutto su Kostiantynivka è la prova del fallimento di questi piani e non di una vittoria. Il fronte in quella zona peraltro avanza di 50 metri al giorno. Nell’area di Pokrovsk si arriva a 70. Nel mese di giugno il guadagno reale è stato, secondo i calcoli di ISW di 30,42 km quadrati, facendo quindi salire a 1.298 le perdite per ogni km quadrato occupato. Per completare la presa del Donetsk ne mancano ancora 5.065. A conti fatti, con questo ritmo ci vorranno 14 anni e il sacrificio di un terzo dell’intera popolazione russa compresa tra i 18 e i 40 anni. E parliamo, lo ribadisco, del costo di ciò che resta da conquistare di una sola regione. Sempre ammesso, ovviamente, che la situazione non peggiori. Perché la tecnologia dei droni ucraini corre assai più velocemente di quella russa, le catene logistiche compromesse ed enormemente allungate per non esporre depositi di munizioni e carburanti stanno causando un drammatico rallentamento della capacità offensiva delle forze di Mosca. Inoltre dopo Kostiantynivka ci sono le alture fortificate che proteggono l'agglomerato urbano di Kramatorsk e Sloviansk. Senza il controllo delle grandi arterie stradali che scendono da nord, una linea di rifornimento russa allungata fino a Kostiantynivka rimarrebbe costantemente esposta al fuoco dell'artiglieria e ai droni ucraini posizionati sulle colline circostanti. Continuare a mostrare ossessivamente piccole vittorie tattiche da parte dei soliti noti serve solo a nascondere un sempre più clamoroso fallimento strategico, che si aggiunge a quello economico, di credibilità internazionale e politico. Un fallimento che nemmeno le espressioni facciali di un bugiardo seriale come Putin possono più nascondere.

Marco Setaccioli

20,135 görüntüleme • 1 ay önce