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Cecilia Sala

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Giornalista @Chora_Media con il podcast Stories. A volte su @ilfoglio_it. In libreria con “I figli dell’odio”, scritto tra Israele, Palestina e Iran:

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Lo stadio di Gerusalemme stanotte

Lo stadio di Gerusalemme stanotte

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Back to work

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Dopo decine, e poi centinaia, e poi migliaia di sudari bianchi lunghi meno di un metro, un video da Gaza dove i bambini fanno una festa 📹: Mahmoud Jehad

Dopo decine, e poi centinaia, e poi migliaia di sudari bianchi lunghi meno di un metro, un video da Gaza dove i bambini fanno una festa 📹: Mahmoud Jehad

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In foto c’è Ahmad al Amur seduto tra sua madre e sua sorella. Nel video c’è un attacco in Cisgiordania che inaugura un metodo nuovo. Alle otto e mezza il colono-tiktoker guida altri 13 uomini mascherati in una spedizione punitiva a Jinba. Aziz, il papà di Ahmad, è la vittima scelta a caso. Perché la sua casa è la prima che incontri quando arrivi da fuori. Aziz si prende una bastonata in testa e sviene. Suo figlio maggiore interviene ma gli rompono un braccio. Si affaccia Ahmad, quindicenne, si prende anche lui una botta in testa e cade a terra sanguinante. Fin qui, è una spedizione brutale, ma non è diversa da altre prima di questa. La parte più rilevante della storia viene dopo: la madre di Ahmad è in ansia, vuole portare i suoi famigliari all’ospedale. Da Jinba contattano le autorità, che sono quelle dell’amministrazione militare. Dopo, assistono a questa scena: gli aggressori montano sui pick up e risalgono fino all’insediamento. Poi scendono, fanno un breve stop alla base militare di fronte a Jinba, e da lì tornano nel villaggio palestinese. La telefonata all’esercito per chiedere aiuto partita da Jinba è stata reindirizzata ai telefonini degli aggressori, che hanno preso le auto, sono tornati a casa, hanno chiamato gli altri, sono passati dalla base militare per togliersi gli abiti civili e indossare la divisa, e sono tornati a Jinba. Tra loro c’è sempre il colono-tiktoker, la differenza è che nel primo attacco che ha guidato erano in 14 e adesso – con le uniformi – sono in 100. La sovrapposizione tra coloni e militari è un effetto collaterale della guerra a Gaza: da quando i soldati professionisti sono quasi tutti nella Striscia, i coloni di qui hanno indossato l’uniforme e sono diventati i riservisti che presidiano la Cisgiordania occupata. I coloni vestiti da soldati spaccano i televisori e i pannelli solari con un martello. Spaccano pure la campanella della piccola scuola di Jinba. Prendono i vestiti dagli armadi e li buttano nella sabbia. Radunano il cibo dalle dispense delle case, ne fanno un grande mucchio a terra, e lo mescolano con i fertilizzanti velenosi e le medicine delle pecore. Si ascolta nella puntata 754 di Stories, Chora Media

In foto c’è Ahmad al Amur seduto tra sua madre e sua sorella. Nel video c’è un attacco in Cisgiordania che inaugura un metodo nuovo. Alle otto e mezza il colono-tiktoker guida altri 13 uomini mascherati in una spedizione punitiva a Jinba. Aziz, il papà di Ahmad, è la vittima scelta a caso. Perché la sua casa è la prima che incontri quando arrivi da fuori. Aziz si prende una bastonata in testa e sviene. Suo figlio maggiore interviene ma gli rompono un braccio. Si affaccia Ahmad, quindicenne, si prende anche lui una botta in testa e cade a terra sanguinante. Fin qui, è una spedizione brutale, ma non è diversa da altre prima di questa. La parte più rilevante della storia viene dopo: la madre di Ahmad è in ansia, vuole portare i suoi famigliari all’ospedale. Da Jinba contattano le autorità, che sono quelle dell’amministrazione militare. Dopo, assistono a questa scena: gli aggressori montano sui pick up e risalgono fino all’insediamento. Poi scendono, fanno un breve stop alla base militare di fronte a Jinba, e da lì tornano nel villaggio palestinese. La telefonata all’esercito per chiedere aiuto partita da Jinba è stata reindirizzata ai telefonini degli aggressori, che hanno preso le auto, sono tornati a casa, hanno chiamato gli altri, sono passati dalla base militare per togliersi gli abiti civili e indossare la divisa, e sono tornati a Jinba. Tra loro c’è sempre il colono-tiktoker, la differenza è che nel primo attacco che ha guidato erano in 14 e adesso – con le uniformi – sono in 100. La sovrapposizione tra coloni e militari è un effetto collaterale della guerra a Gaza: da quando i soldati professionisti sono quasi tutti nella Striscia, i coloni di qui hanno indossato l’uniforme e sono diventati i riservisti che presidiano la Cisgiordania occupata. I coloni vestiti da soldati spaccano i televisori e i pannelli solari con un martello. Spaccano pure la campanella della piccola scuola di Jinba. Prendono i vestiti dagli armadi e li buttano nella sabbia. Radunano il cibo dalle dispense delle case, ne fanno un grande mucchio a terra, e lo mescolano con i fertilizzanti velenosi e le medicine delle pecore. Si ascolta nella puntata 754 di Stories, Chora Media

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Sembra che Israele abbia fatto saltare l’ingresso della prigione di Evin. È solo il primo gate, ci sono tanti altri controlli di sicurezza all’interno – per entrare nella sezione di massima sicurezza femminile devi passare sotto un metal detector e calpestare le due bandiere dipinte a terra: quella americana e quella israeliana. Ma l’esplosione è un avvertimento e un simbolo. Evin è una città-carcere dove sono rinchiuse le migliori menti politiche iraniane, come Tajzadeh, che qualche giorno fa ha chiesto il cessate il fuoco in cambio di un’assemblea costituente in Iran, per rifare da zero il paese. È per gli ospiti illustri di questo carcere che, nelle piazze iraniane degli ultimi anni, i manifestanti gridavano: “L’Iran è una prigione. Evin è un’università”

Sembra che Israele abbia fatto saltare l’ingresso della prigione di Evin. È solo il primo gate, ci sono tanti altri controlli di sicurezza all’interno – per entrare nella sezione di massima sicurezza femminile devi passare sotto un metal detector e calpestare le due bandiere dipinte a terra: quella americana e quella israeliana. Ma l’esplosione è un avvertimento e un simbolo. Evin è una città-carcere dove sono rinchiuse le migliori menti politiche iraniane, come Tajzadeh, che qualche giorno fa ha chiesto il cessate il fuoco in cambio di un’assemblea costituente in Iran, per rifare da zero il paese. È per gli ospiti illustri di questo carcere che, nelle piazze iraniane degli ultimi anni, i manifestanti gridavano: “L’Iran è una prigione. Evin è un’università”

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Dal punto di vista di Netanyahu, se si fermasse a metà sarebbe una sconfitta strategica: una Repubblica islamica indebolita ma ancora in piedi, che ha appena scampato l’estinzione ma che ha ancora ancora un programma nucleare funzionante, avrebbe tutto l’interesse a correre verso la Bomba. Dal suo punto di vista, Netanyahu non si può permettere di finire la guerra e ritrovarsi in una situazione più pericolosa di quella che c’era quando l’ha cominciata. (Cioè quando non esistevano prove che la Repubblica islamica stesse lavorando a una testata nucleare, che sarebbe l’automobile di una bomba atomica mentre l’uranio arricchito ne è il carburante. E quando almeno sulla carta c’era ancora la possibilità di vincolare il programma nucleare con un accordo internazionale). Per questo si rivolge al presidente degli Stati Uniti, che finora sembra dargli retta: per sfondare la base dentro una montagna di Fordo, dove si arricchisce l’uranio, ha bisogno dell’America al suo fianco. Parlando agli iraniani, ma soprattutto a Donald Trump, ieri sera Netanyahu ha detto davvero: Let’s make “Iran Great Again”.

Dal punto di vista di Netanyahu, se si fermasse a metà sarebbe una sconfitta strategica: una Repubblica islamica indebolita ma ancora in piedi, che ha appena scampato l’estinzione ma che ha ancora ancora un programma nucleare funzionante, avrebbe tutto l’interesse a correre verso la Bomba. Dal suo punto di vista, Netanyahu non si può permettere di finire la guerra e ritrovarsi in una situazione più pericolosa di quella che c’era quando l’ha cominciata. (Cioè quando non esistevano prove che la Repubblica islamica stesse lavorando a una testata nucleare, che sarebbe l’automobile di una bomba atomica mentre l’uranio arricchito ne è il carburante. E quando almeno sulla carta c’era ancora la possibilità di vincolare il programma nucleare con un accordo internazionale). Per questo si rivolge al presidente degli Stati Uniti, che finora sembra dargli retta: per sfondare la base dentro una montagna di Fordo, dove si arricchisce l’uranio, ha bisogno dell’America al suo fianco. Parlando agli iraniani, ma soprattutto a Donald Trump, ieri sera Netanyahu ha detto davvero: Let’s make “Iran Great Again”.

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Trump ha detto che nominerà Tulsi Gabbard direttrice dell’agenzia che coordina tutte le agenzie di spionaggio degli Stati Uniti, compresa la Cia. Gabbard è una politica americana che nel 2017 è andata in Siria per incontrare in segreto il dittatore Bashar el Assad e i cui interventi pubblici vengono doppiati in russo e trasmessi dai canali televisivi di Mosca tanto sono aderenti alla propaganda putinista e utili alla retorica del Cremlino. Gabbard ha detto che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è un despota. Nel 2017 era andata ad Aleppo per partecipare a una visita guidata (dal regime) nella città, distrutta dai bombardamenti del governo di Damasco e dell’aviazione del suo migliore alleato Putin. Nel suo reportage per un pubblico americano, Gabbard aveva raccontato i mutilati negli ospedali e il dolore dei parenti delle vittime, ma era riuscita a non citare mai i responsabili dell’assedio di Aleppo, della distruzione di Aleppo e degli oltre trentamila morti tra gli abitanti della città, cioè i suoi accompagnatori. Una volta tornata a casa, aveva confezionato un video in cui rimproverava il suo paese per la guerra che aveva come obiettivo un “regime change”, ma i filmati che aveva inserito nello spot mostravano bombardamenti siriani e russi, non americani. Nel 2012, quando è iniziata la guerra in Siria, il presidente degli Stati Uniti era Barack Obama, che aveva fissato la linea rossa: non permetteremo ad Assad di usare le armi chimiche. Poi Assad aveva usato le armi chimiche contro i siriani e non gli era successo niente. Immune alla realtà, Gabbard aveva continuato a ripetere che l’obiettivo di Obama era il regime change a Damasco. Quando Trump era approdato alla Casa Bianca, Gabbard aveva accusato pure lui di “finanziare i terroristi” pur di far fuori Assad. Tulsi Gabbard potrebbe sembrare un’ingenua che si è fidata delle fonti sbagliate, eppure aveva fatto un viaggio in Siria anche nel 2015, all’epoca non era accompagnata dagli uomini del regime ma da Mouaz Moustafa, un civile e un attivista, il direttore della task force per le emergenze. Lui le aveva presentato i parenti dei bambini morti sotto i barili bomba di Assad, in quel caso lei non s’era commossa e sui suoi canali social con milioni di seguaci a quelle voci non aveva dato spazio. È difficile immaginare un dialogo tra gli informatori della Cia nei regimi (in Siria, in Iran, in Russia), gli alleati degli Stati Uniti sparsi per il mondo, a cominciare da Kyiv, e Tulsi Gabbard. Provate a pensare come deve sentirsi oggi un dissidente siriano in Siria, che si è fidato degli Stati Uniti e ha passato informazioni, i cui dati sono conservati nei registri delle agenzie d’intelligence che Gabbard sta per andare a coordinare. (Se vi state chiedendo questo: sì, Gabbard appoggia i bombardamenti israeliani contro la Striscia di Gaza.)

Trump ha detto che nominerà Tulsi Gabbard direttrice dell’agenzia che coordina tutte le agenzie di spionaggio degli Stati Uniti, compresa la Cia. Gabbard è una politica americana che nel 2017 è andata in Siria per incontrare in segreto il dittatore Bashar el Assad e i cui interventi pubblici vengono doppiati in russo e trasmessi dai canali televisivi di Mosca tanto sono aderenti alla propaganda putinista e utili alla retorica del Cremlino. Gabbard ha detto che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è un despota. Nel 2017 era andata ad Aleppo per partecipare a una visita guidata (dal regime) nella città, distrutta dai bombardamenti del governo di Damasco e dell’aviazione del suo migliore alleato Putin. Nel suo reportage per un pubblico americano, Gabbard aveva raccontato i mutilati negli ospedali e il dolore dei parenti delle vittime, ma era riuscita a non citare mai i responsabili dell’assedio di Aleppo, della distruzione di Aleppo e degli oltre trentamila morti tra gli abitanti della città, cioè i suoi accompagnatori. Una volta tornata a casa, aveva confezionato un video in cui rimproverava il suo paese per la guerra che aveva come obiettivo un “regime change”, ma i filmati che aveva inserito nello spot mostravano bombardamenti siriani e russi, non americani. Nel 2012, quando è iniziata la guerra in Siria, il presidente degli Stati Uniti era Barack Obama, che aveva fissato la linea rossa: non permetteremo ad Assad di usare le armi chimiche. Poi Assad aveva usato le armi chimiche contro i siriani e non gli era successo niente. Immune alla realtà, Gabbard aveva continuato a ripetere che l’obiettivo di Obama era il regime change a Damasco. Quando Trump era approdato alla Casa Bianca, Gabbard aveva accusato pure lui di “finanziare i terroristi” pur di far fuori Assad. Tulsi Gabbard potrebbe sembrare un’ingenua che si è fidata delle fonti sbagliate, eppure aveva fatto un viaggio in Siria anche nel 2015, all’epoca non era accompagnata dagli uomini del regime ma da Mouaz Moustafa, un civile e un attivista, il direttore della task force per le emergenze. Lui le aveva presentato i parenti dei bambini morti sotto i barili bomba di Assad, in quel caso lei non s’era commossa e sui suoi canali social con milioni di seguaci a quelle voci non aveva dato spazio. È difficile immaginare un dialogo tra gli informatori della Cia nei regimi (in Siria, in Iran, in Russia), gli alleati degli Stati Uniti sparsi per il mondo, a cominciare da Kyiv, e Tulsi Gabbard. Provate a pensare come deve sentirsi oggi un dissidente siriano in Siria, che si è fidato degli Stati Uniti e ha passato informazioni, i cui dati sono conservati nei registri delle agenzie d’intelligence che Gabbard sta per andare a coordinare. (Se vi state chiedendo questo: sì, Gabbard appoggia i bombardamenti israeliani contro la Striscia di Gaza.)

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Qui a Hebron, nel 1929, durante la rivolta araba ai tempi del mandato britannico della Palestina, ci fu un massacro: 67 ebrei ammazzati, quasi tutti disarmati, e le sinagoghe ridotte in cenere. I figli israeliani dei sopravvissuti al massacro si ricordano che, cento anni fa, la famiglia di Issa Amro nascose in casa propria i vicini ebrei per salvarli. Oggi Issa Amro è l’attivista non violento più famoso della Palestina – “ed è merito del motore di ricerca di Yahoo”, mi dice. Nel 2003, durante la seconda Intifada, si stava laureando in Ingegneria elettronica quando l’amministrazione militare israeliana ha chiuso la sua università. Quel giorno Issa ha aperto il pc e ha digitato: “How to start a revolution?”. Il primo risultato che gli è apparso sullo schermo è stata una pagina su Martin Luther King – e qui starebbe il merito di Yahoo. Issa Amro non ha mai imbracciato un’arma e non ha mai lanciato una pietra. Ma ha distribuito le telecamere ai palestinesi della zona e li ha convinti a filmare le aggressioni che subiscono dai coloni. Ha insegnato loro a dare fastidio. Li ha convinti a denunciare, anche se non si fidano del sistema, per lasciare una traccia della versione dei palestinesi. Issa Amro è stato arrestato decine di volte, una di queste – “le 12 ore peggiori della mia vita” – il 7 ottobre 2023. I soldati lo hanno trascinato nella piccola base in cima alla collina, che vediamo tirando su il naso dal cortile di casa sua. Lo hanno legato stretto e lo hanno bendato, gli hanno dato un po’ di bastonate. Uno gli ha appoggiato una pistola alla tempia, con il caricatore vuoto, e ha sparato. Un altro ha tirato fuori il pene dai pantaloni e lo ha appoggiato alla guancia di Issa. I soldati gli hanno chiesto: e dove sono ora i tuoi amici israeliani attivisti di sinistra? Poi hanno invitato nella base alcuni bambini, donne e uomini della colonia a farsi i selfie accanto a Issa sfigurato e in catene. Quel tipo testardo che ha sempre la risposta pronta, che rinfaccia ai soldati e ai coloni le leggi israeliane che vìolano e che lui conosce meglio di loro, finalmente s’era spaventato e stava in silenzio. La mia conversazione con Issa si ascolta nella puntata 753, Chora Media

Qui a Hebron, nel 1929, durante la rivolta araba ai tempi del mandato britannico della Palestina, ci fu un massacro: 67 ebrei ammazzati, quasi tutti disarmati, e le sinagoghe ridotte in cenere. I figli israeliani dei sopravvissuti al massacro si ricordano che, cento anni fa, la famiglia di Issa Amro nascose in casa propria i vicini ebrei per salvarli. Oggi Issa Amro è l’attivista non violento più famoso della Palestina – “ed è merito del motore di ricerca di Yahoo”, mi dice. Nel 2003, durante la seconda Intifada, si stava laureando in Ingegneria elettronica quando l’amministrazione militare israeliana ha chiuso la sua università. Quel giorno Issa ha aperto il pc e ha digitato: “How to start a revolution?”. Il primo risultato che gli è apparso sullo schermo è stata una pagina su Martin Luther King – e qui starebbe il merito di Yahoo. Issa Amro non ha mai imbracciato un’arma e non ha mai lanciato una pietra. Ma ha distribuito le telecamere ai palestinesi della zona e li ha convinti a filmare le aggressioni che subiscono dai coloni. Ha insegnato loro a dare fastidio. Li ha convinti a denunciare, anche se non si fidano del sistema, per lasciare una traccia della versione dei palestinesi. Issa Amro è stato arrestato decine di volte, una di queste – “le 12 ore peggiori della mia vita” – il 7 ottobre 2023. I soldati lo hanno trascinato nella piccola base in cima alla collina, che vediamo tirando su il naso dal cortile di casa sua. Lo hanno legato stretto e lo hanno bendato, gli hanno dato un po’ di bastonate. Uno gli ha appoggiato una pistola alla tempia, con il caricatore vuoto, e ha sparato. Un altro ha tirato fuori il pene dai pantaloni e lo ha appoggiato alla guancia di Issa. I soldati gli hanno chiesto: e dove sono ora i tuoi amici israeliani attivisti di sinistra? Poi hanno invitato nella base alcuni bambini, donne e uomini della colonia a farsi i selfie accanto a Issa sfigurato e in catene. Quel tipo testardo che ha sempre la risposta pronta, che rinfaccia ai soldati e ai coloni le leggi israeliane che vìolano e che lui conosce meglio di loro, finalmente s’era spaventato e stava in silenzio. La mia conversazione con Issa si ascolta nella puntata 753, Chora Media

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L’ultima volta che ero stata a Beirut, le auto erano parcheggiate lungo un solo lato della strada. Ora sono su entrambi e una delle due file è doppia: il primo segnale visibile dell’arrivo improvviso di centinaia di migliaia di persone fuggite dalle bombe. Se hai un parente disperso, puoi presentarti all’ospedale Hariri per farti prelevare il DNA. I medici lo analizzano e poi ti dicono se c’è una corrispondenza con il contenuto dei sacchi neri che riempiono una cella frigo. Nei sacchi ci sono piedi, avambracci, corpi incompleti e senza volto delle vittime non ancora identificate. Si sono messe in fila 80 famiglie. Il 14% delle vittime di queste guerra sono bambini. Il 15% del territorio libanese è invaso dalle truppe israeliane. E un libanese su 5 è sfollato: un milione e 200 mila persone su 5 milioni di cittadini. Sono gli abitanti del sud svuotato dall’invasione, sono musulmani sciiti che professano la stessa religione dei miliziani di Hezbollah, il gruppo che la notte del 2 marzo ha lanciato sei razzi contro Israele per vendicare l’uccisione di Ali Khamenei. E si è tirato addosso una reazione spropositata, preparata per mesi. Gli sciiti che sono scappati hanno due problemi. Il primo è che nei rifugi allestiti dal governo un po’ ovunque – nelle scuole, nei ministeri e negli stadi – c’è posto per 150mila persone. Circa un decimo di quelle che ne avrebbero bisogno. Il secondo è la sensazione di Nakba. Nella sua tenda di plastica blu, Hoda mi dice che non vuole andare a vivere da straniera in un altro paese, come i palestinesi che ottant’anni fa erano scappati nei grandi campi profughi allestiti in Libano e poi ci erano rimasti per sempre. Però sa che questa guerra è diversa dalle precedenti: Israele vorrebbe rivedere la mappa demografica del Libano ed espellere dal sud gli sciiti come lei Si ascolta su Stories, Chora Media

Cecilia Sala

38,732 görüntüleme • 1 ay önce

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Teheran maggio 2025

Cecilia Sala

37,481 görüntüleme • 11 ay önce

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