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Davide Faraone

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Presidente Fondazione Italiana Autismo (FIA). Vicepresidente nazionale Italia Viva, Parlamentare.

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C’è una cosa molto italiana, e dunque molto pericolosa: cambiare ciò che funziona. La patriota Giorgia Meloni, quella che dovrebbe difendere l’interesse nazionale, starebbe pensando di cacciare Roberto Cingolani dalla guida di Leonardo. Non un dirigente qualsiasi, ma l’amministratore delegato della più grande azienda della difesa italiana. Uno che, nel frattempo, ha fatto solo una cosa: portare risultati. Ricavi a 19,5 miliardi. Utile a 1,3 miliardi. Ordini a 46 miliardi. Migliaia di assunzioni. Titolo in Borsa triplicato. Insomma, un disastro. Perché in Italia funziona così: se vai male, resti. Se vai bene, diventi un problema. E infatti il problema di Cingolani pare essere uno solo: non è abbastanza politico. Tradotto: non è abbastanza obbediente. Ha fatto accordi internazionali, ha spinto sull’innovazione, ha costruito una strategia industriale. Peggio ancora, lo ha fatto senza chiedere il permesso ogni cinque minuti. Un atteggiamento intollerabile in un Paese dove il merito è sempre sospetto e l’autonomia è considerata una provocazione. Del resto, parliamo dello stesso governo che ha difeso fino all’inverosimile Andrea Delmastro e Daniela Santanchè. Lì sì che la fedeltà è diventata un valore assoluto, blindato, intoccabile. Non importano le polemiche, le figuracce, i problemi: avanti tutta, per principio. Qui invece accade il contrario: un manager che funziona, che produce risultati, che fa crescere un’azienda strategica, diventa improvvisamente sostituibile. Fedeltà premiata. Competenza sospetta. Nel frattempo il ministro Adolfo Urso osserva. Da lontano. Come fa con l’industria italiana, del resto. Poi ci sono i mercati, che non votano ma giudicano. E infatti alla sola voce di sostituzione il titolo crolla: meno 8% in un giorno. Gli analisti parlano di “ingerenza politica”, di rischio instabilità. Ma tranquilli: a Palazzo Chigi hanno sicuramente un piano migliore. Magari segreto. Talmente segreto che non esiste.

C’è una cosa molto italiana, e dunque molto pericolosa: cambiare ciò che funziona. La patriota Giorgia Meloni, quella che dovrebbe difendere l’interesse nazionale, starebbe pensando di cacciare Roberto Cingolani dalla guida di Leonardo. Non un dirigente qualsiasi, ma l’amministratore delegato della più grande azienda della difesa italiana. Uno che, nel frattempo, ha fatto solo una cosa: portare risultati. Ricavi a 19,5 miliardi. Utile a 1,3 miliardi. Ordini a 46 miliardi. Migliaia di assunzioni. Titolo in Borsa triplicato. Insomma, un disastro. Perché in Italia funziona così: se vai male, resti. Se vai bene, diventi un problema. E infatti il problema di Cingolani pare essere uno solo: non è abbastanza politico. Tradotto: non è abbastanza obbediente. Ha fatto accordi internazionali, ha spinto sull’innovazione, ha costruito una strategia industriale. Peggio ancora, lo ha fatto senza chiedere il permesso ogni cinque minuti. Un atteggiamento intollerabile in un Paese dove il merito è sempre sospetto e l’autonomia è considerata una provocazione. Del resto, parliamo dello stesso governo che ha difeso fino all’inverosimile Andrea Delmastro e Daniela Santanchè. Lì sì che la fedeltà è diventata un valore assoluto, blindato, intoccabile. Non importano le polemiche, le figuracce, i problemi: avanti tutta, per principio. Qui invece accade il contrario: un manager che funziona, che produce risultati, che fa crescere un’azienda strategica, diventa improvvisamente sostituibile. Fedeltà premiata. Competenza sospetta. Nel frattempo il ministro Adolfo Urso osserva. Da lontano. Come fa con l’industria italiana, del resto. Poi ci sono i mercati, che non votano ma giudicano. E infatti alla sola voce di sostituzione il titolo crolla: meno 8% in un giorno. Gli analisti parlano di “ingerenza politica”, di rischio instabilità. Ma tranquilli: a Palazzo Chigi hanno sicuramente un piano migliore. Magari segreto. Talmente segreto che non esiste.

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C’è una differenza elementare, ma evidentemente ormai introvabile, tra colpire un regime e copiare un regime. Le sanzioni alla Russia servono a questo: colpire il regime. Ridurne la forza economica, limitarne la capacità di finanziare la guerra, far pagare un prezzo all’aggressore. Se uno le allenta, non compie un gesto neutrale, né pragmatico: aiuta Putin. Gli mette fiato, soldi, margine. E siccome la Russia non sta organizzando un festival letterario ma invadendo un paese sovrano, la questione sarebbe perfino semplice. Un conto però è sanzionare uno Stato aggressore. Un altro è pretendere di cancellare dalla Biennale di Venezia gli artisti russi in quanto russi. Qui non si colpisce il potere: si colpisce la libertà. E soprattutto si finisce per fare esattamente ciò che fanno i regimi, che infatti censurano gli artisti, li selezionano per appartenenza, li puniscono per identità, li ammettono o li escludono non per ciò che dicono ma per il timbro sul passaporto. La scelta di aprire l’Esposizione agli artisti russi, e insieme a quelli iraniani, palestinesi e israeliani, sta qui: l’arte si può amare, detestare, contestare, deridere. Ma non censurare. Chi censura l’arte è la Russia. Motivo in più per fare il contrario. Si può dunque essere inflessibili contro Putin e favorevoli alla scelta di Pietrangelo Buttafuoco senza avvertire la minima contraddizione, per la semplice ragione che la contraddizione non c’è. Anzi, c’è il contrario: c’è coerenza. Perché se davvero si pensa che il regime russo sia un nemico della libertà, allora lo si combatte dove va combattuto, cioè sul terreno politico, economico e strategico, non imitando i suoi riflessi polizieschi nel campo dell’arte. Le sanzioni servono contro chi fa la guerra. La censura serve a chi ha paura della libertà. E una democrazia dovrebbe saper distinguere almeno questo.

C’è una differenza elementare, ma evidentemente ormai introvabile, tra colpire un regime e copiare un regime. Le sanzioni alla Russia servono a questo: colpire il regime. Ridurne la forza economica, limitarne la capacità di finanziare la guerra, far pagare un prezzo all’aggressore. Se uno le allenta, non compie un gesto neutrale, né pragmatico: aiuta Putin. Gli mette fiato, soldi, margine. E siccome la Russia non sta organizzando un festival letterario ma invadendo un paese sovrano, la questione sarebbe perfino semplice. Un conto però è sanzionare uno Stato aggressore. Un altro è pretendere di cancellare dalla Biennale di Venezia gli artisti russi in quanto russi. Qui non si colpisce il potere: si colpisce la libertà. E soprattutto si finisce per fare esattamente ciò che fanno i regimi, che infatti censurano gli artisti, li selezionano per appartenenza, li puniscono per identità, li ammettono o li escludono non per ciò che dicono ma per il timbro sul passaporto. La scelta di aprire l’Esposizione agli artisti russi, e insieme a quelli iraniani, palestinesi e israeliani, sta qui: l’arte si può amare, detestare, contestare, deridere. Ma non censurare. Chi censura l’arte è la Russia. Motivo in più per fare il contrario. Si può dunque essere inflessibili contro Putin e favorevoli alla scelta di Pietrangelo Buttafuoco senza avvertire la minima contraddizione, per la semplice ragione che la contraddizione non c’è. Anzi, c’è il contrario: c’è coerenza. Perché se davvero si pensa che il regime russo sia un nemico della libertà, allora lo si combatte dove va combattuto, cioè sul terreno politico, economico e strategico, non imitando i suoi riflessi polizieschi nel campo dell’arte. Le sanzioni servono contro chi fa la guerra. La censura serve a chi ha paura della libertà. E una democrazia dovrebbe saper distinguere almeno questo.

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C’è un momento, nella vita di ogni governo, in cui smetti di essere alleato e diventi arredamento. Non decidi, non incidi, non disturbi: stai lì. Fai scena. Poi arriva Donald Trump, alza la voce, riscrive pure la storia, Afghanistan compreso, e scopre che gli italiani stavano “nelle retrovie”. Cinquantaquattro caduti trasformati in una nota a piè di pagina. E tu, governo italiano, che fai? Niente. Silenzio. Una compostezza da salotto buono: non si contraddice l’ospite. Oggi però il ministro Crosetto si sveglia e spiega che Trump avrebbe bisogno in America di collaboratori “più coraggiosi”, gente che gli dica quando sbaglia. Una scena quasi commovente. Peccato che l’unico posto dove questo coraggio non si sia mai visto è proprio qui, in Italia. Il coraggio degli altri. Sempre quello. Nel frattempo, mentre si distribuiscono consigli a Washington, gli italiani fanno i conti a casa. Gasolio a 2,14 euro al litro, sconti evaporati, prezzi che tornano a bussare come nel 2022. Il famoso “aiutino” del governo è durato meno di una promessa elettorale: prima alzano le accise per anni, poi le abbassano per qualche settimana e pretendono pure il grazie. Il gioco delle tre carte, ma con il pieno. E naturalmente la colpa è del mondo. Della guerra, delle tensioni, dei mercati. Tutto vero. Manca solo un dettaglio: chi quelle tensioni le alimenta, chi decide da solo, chi gioca a fare lo sceriffo globale senza avvisare nessuno. L’amico Trump. Quello da non disturbare. Quello che si può criticare solo quando i sondaggi lo mollano. Quello che domenica a braccetto con la Meloni tiferà per Orbán nelle elezioni ungheresi, lo stesso che blocca tutti i santi giorni i processi di rafforzamento dell’Unione Europea. Nel frattempo l’Europa, tra mille incertezze, prova almeno a esistere. Parla di difesa comune, di autonomia strategica. L’Italia invece resta lì, in mezzo: né dentro né fuori, né con coraggio né con dignità. Una tiepidezza così ostinata da sembrare una linea politica. E allora sì, ha ragione Crosetto: servono persone che dicano a Trump quando sbaglia. Magari iniziamo con qualcuno che trovi il coraggio di dirlo qui. In italiano. A voce alta.

C’è un momento, nella vita di ogni governo, in cui smetti di essere alleato e diventi arredamento. Non decidi, non incidi, non disturbi: stai lì. Fai scena. Poi arriva Donald Trump, alza la voce, riscrive pure la storia, Afghanistan compreso, e scopre che gli italiani stavano “nelle retrovie”. Cinquantaquattro caduti trasformati in una nota a piè di pagina. E tu, governo italiano, che fai? Niente. Silenzio. Una compostezza da salotto buono: non si contraddice l’ospite. Oggi però il ministro Crosetto si sveglia e spiega che Trump avrebbe bisogno in America di collaboratori “più coraggiosi”, gente che gli dica quando sbaglia. Una scena quasi commovente. Peccato che l’unico posto dove questo coraggio non si sia mai visto è proprio qui, in Italia. Il coraggio degli altri. Sempre quello. Nel frattempo, mentre si distribuiscono consigli a Washington, gli italiani fanno i conti a casa. Gasolio a 2,14 euro al litro, sconti evaporati, prezzi che tornano a bussare come nel 2022. Il famoso “aiutino” del governo è durato meno di una promessa elettorale: prima alzano le accise per anni, poi le abbassano per qualche settimana e pretendono pure il grazie. Il gioco delle tre carte, ma con il pieno. E naturalmente la colpa è del mondo. Della guerra, delle tensioni, dei mercati. Tutto vero. Manca solo un dettaglio: chi quelle tensioni le alimenta, chi decide da solo, chi gioca a fare lo sceriffo globale senza avvisare nessuno. L’amico Trump. Quello da non disturbare. Quello che si può criticare solo quando i sondaggi lo mollano. Quello che domenica a braccetto con la Meloni tiferà per Orbán nelle elezioni ungheresi, lo stesso che blocca tutti i santi giorni i processi di rafforzamento dell’Unione Europea. Nel frattempo l’Europa, tra mille incertezze, prova almeno a esistere. Parla di difesa comune, di autonomia strategica. L’Italia invece resta lì, in mezzo: né dentro né fuori, né con coraggio né con dignità. Una tiepidezza così ostinata da sembrare una linea politica. E allora sì, ha ragione Crosetto: servono persone che dicano a Trump quando sbaglia. Magari iniziamo con qualcuno che trovi il coraggio di dirlo qui. In italiano. A voce alta.

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“Stai a casa”. Sì, lo dico così, chiaro chiaro a Salvini che annuncia solennemente che andrà a verificare di persona la vicenda dei tre bambini allontanati dalla famiglia, la tristissima vicenda della casa nel bosco. Precisa anche le modalità lo scienziato: non da vicepresidente del Consiglio, non da ministro. Da papà. È la solita formula patetica. Peccato che quando sei vicepresidente del Consiglio non esista la versione privata. Non esiste Salvini papà che va a fare un sopralluogo. Esiste un potente uomo di governo che decide, con telecamere al seguito, di entrare a gamba tesa in una vicenda delicatissima che riguarda dei minori. Ed è esattamente ciò che non dovrebbe accadere. Perché quando si parla di bambini allontanati da una famiglia non siamo davanti a uno slogan o a un video indignato. Ci sono relazioni, valutazioni psicologiche, atti giudiziari. C’è un sistema, imperfetto come tutte le cose umane, costruito per tutelare i minori. Trasformare tutto questo in un caso politico, in un palcoscenico mediatico è irresponsabile. E soprattutto è un film già visto e rivisto. Basta pronunciare una parola: Bibbiano. Ricordate? I bambini “rubati”, i servizi sociali trasformati in una specie di organizzazione criminale, la campagna permanente costruita sulla pelle delle famiglie. In prima fila c’erano proprio Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Titoli urlati, accuse violentissime, una macchina della propaganda che ha travolto operatori sociali, magistrati minorili e famiglie affidatarie. Poi sono arrivati i tribunali. E abbiamo visto com’è finita. Il problema è che nel frattempo il danno era già stato fatto: un intero sistema di tutela dei minori delegittimato per qualche punto nei sondaggi. Adesso il copione si ripete. Salvini che annuncia la visita con gli avvocati per parlare con chi gestisce la casa famiglia, con assistenti sociali, psicologi, giudici. Con l’obiettivo dichiarato di “riportare a casa quei tre bambini”. Come se le decisioni sui minori si prendessero con una diretta Facebook. La verità è che la situazione è già abbastanza delicata così. Non ha bisogno di blitz politici né di indignazioni selettive. Per questo la cosa più utile che Salvini potrebbe fare è la più semplice: restare a casa. Faccia propaganda su qualcos’altro. Si occupi di autostrade, di ferrovie, di infrastrutture, visto che sarebbe pure il suo mestiere. I bambini, invece, lasciamoli fuori dalla propaganda.

“Stai a casa”. Sì, lo dico così, chiaro chiaro a Salvini che annuncia solennemente che andrà a verificare di persona la vicenda dei tre bambini allontanati dalla famiglia, la tristissima vicenda della casa nel bosco. Precisa anche le modalità lo scienziato: non da vicepresidente del Consiglio, non da ministro. Da papà. È la solita formula patetica. Peccato che quando sei vicepresidente del Consiglio non esista la versione privata. Non esiste Salvini papà che va a fare un sopralluogo. Esiste un potente uomo di governo che decide, con telecamere al seguito, di entrare a gamba tesa in una vicenda delicatissima che riguarda dei minori. Ed è esattamente ciò che non dovrebbe accadere. Perché quando si parla di bambini allontanati da una famiglia non siamo davanti a uno slogan o a un video indignato. Ci sono relazioni, valutazioni psicologiche, atti giudiziari. C’è un sistema, imperfetto come tutte le cose umane, costruito per tutelare i minori. Trasformare tutto questo in un caso politico, in un palcoscenico mediatico è irresponsabile. E soprattutto è un film già visto e rivisto. Basta pronunciare una parola: Bibbiano. Ricordate? I bambini “rubati”, i servizi sociali trasformati in una specie di organizzazione criminale, la campagna permanente costruita sulla pelle delle famiglie. In prima fila c’erano proprio Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Titoli urlati, accuse violentissime, una macchina della propaganda che ha travolto operatori sociali, magistrati minorili e famiglie affidatarie. Poi sono arrivati i tribunali. E abbiamo visto com’è finita. Il problema è che nel frattempo il danno era già stato fatto: un intero sistema di tutela dei minori delegittimato per qualche punto nei sondaggi. Adesso il copione si ripete. Salvini che annuncia la visita con gli avvocati per parlare con chi gestisce la casa famiglia, con assistenti sociali, psicologi, giudici. Con l’obiettivo dichiarato di “riportare a casa quei tre bambini”. Come se le decisioni sui minori si prendessero con una diretta Facebook. La verità è che la situazione è già abbastanza delicata così. Non ha bisogno di blitz politici né di indignazioni selettive. Per questo la cosa più utile che Salvini potrebbe fare è la più semplice: restare a casa. Faccia propaganda su qualcos’altro. Si occupi di autostrade, di ferrovie, di infrastrutture, visto che sarebbe pure il suo mestiere. I bambini, invece, lasciamoli fuori dalla propaganda.

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C’è un posto in Italia dove, se devi prendere un aereo, non devi fare il segno della croce prima di cliccare “acquista”. Non è un miracolo, è la Sardegna. Lì funziona così: vivi su un’isola, devi andare a Roma o a Milano, e sai già quanto spenderai. Non “più o meno”, non “dipende”, non “vediamo che succede martedì alle 3 di notte”. Sai. Punto. Cinquanta, sessanta, settanta euro. Anche ad agosto, a Natale, a Pasqua, quando il resto del Paese entra nella stagione delle rapine con carta di credito. E no, non è teoria. È pratica. Un residente sardo che volerà da Linate ad Alghero a Ferragosto prossimo pagherà una base tariffaria di 114 euro andata e ritorno. Tradotto: 57 euro a tratta, più tasse aeroportuali. Prezzo fisso. Sempre. Ferragosto compreso, cioè il momento in cui nel resto d’Italia i prezzi fanno yoga e si allungano fino all’inverosimile. Non è il socialismo, è semplicemente una politica pubblica fatta con un’idea chiara: la mobilità è un diritto, non una lotteria. E mentre in Sardegna il prezzo è scritto prima, altrove si scrive dopo. A matita. E la matita ce l’hanno le compagnie. Prendiamo invece un palermitano che torna a casa per Ferragosto. Gli è andata pure bene: volo non ancora pieno. Base tariffaria: 419 euro. A questa cifra vanno sottratti i 37 euro massimo andata e ritorno del ridicolo sconto siculo. Se invece aspetti che il volo si riempia, perché magari lavori, hai una vita, non puoi prenotare a febbraio per agosto, scatta la magia: da Linate a Palermo la base arriva a 323 euro, senza bagaglio. Se vuoi portarti una valigia, sali a 360, 385. Andata e ritorno? Superi tranquillamente i 770 euro più tasse. Più di New York in bassa stagione. Solo che invece di Manhattan atterri a Punta Raisi. La chiamano continuità territoriale. Nome un po’ burocratico, ma sostanza molto concreta: lo Stato, anzi, la Regione Sardegna, fa una cosa banalissima che in Italia sembra rivoluzionaria: scrive le regole prima. Stabilisce le rotte, gli orari, il numero minimo di voli e soprattutto il prezzo massimo per i residenti. Poi mette tutto a gara. Una gara vera. Le compagnie accettano quelle condizioni o stanno fuori. Fine. Tradotto: il pubblico decide, il privato esegue. E funziona così bene che adesso quella tariffa è stata estesa perfino ai parenti di primo grado dei residenti. Cioè: non solo ti garantisco il diritto a muoverti, ma riconosco che anche i legami familiari fanno parte della mobilità. Una cosa quasi commovente, in un Paese dove di solito ci si ricorda delle famiglie solo nei comizi. Poi c’è l’altra isola. La Sicilia. Dove la politica è più creativa. Nel senso artistico del termine: inventa cose che non esistono. Qui niente regole, niente tetti ai prezzi. Qui si va di bonus, sconti, trovate. Il Sicilia Express, che sembra un treno d’epoca e invece è una metafora perfetta, e gli sconti sui voli. Bellissimi. Sulla carta. Peccato che funzionino così: tu dai un contributo al cittadino, il prezzo del biglietto sale, e alla fine chi incassa è la compagnia. Il cittadino paga comunque tanto, ma con la consolazione psicologica dello “sconto”. Una specie di Black Friday pubblico: prima alzi il prezzo, poi fai lo sconto, e tutti felici. Tranne chi paga. In Sardegna hanno risolto il problema alla radice: il prezzo si decide prima. In Sicilia si è deciso di inseguirlo dopo. E il prezzo, si sa, corre più veloce della politica. Il risultato è molto semplice, quasi brutale: in Sardegna sai quanto paghi prima di partire. In Sicilia lo scopri alla fine, come quando arriva il conto al ristorante e fai finta di cercare qualcosa in tasca. È la differenza tra governare e arrangiarsi. Tra mettere regole e raccontare soluzioni. La continuità territoriale sarda non è perfetta, certo. Non protegge i non residenti, lascia il turismo in balia del mercato. Ma almeno ha un’idea di fondo: chi vive su un’isola non deve essere punito. In Sicilia, invece, si è partiti dall’annuncio. E quando parti dall’annuncio, di solito arrivi al conto.

C’è un posto in Italia dove, se devi prendere un aereo, non devi fare il segno della croce prima di cliccare “acquista”. Non è un miracolo, è la Sardegna. Lì funziona così: vivi su un’isola, devi andare a Roma o a Milano, e sai già quanto spenderai. Non “più o meno”, non “dipende”, non “vediamo che succede martedì alle 3 di notte”. Sai. Punto. Cinquanta, sessanta, settanta euro. Anche ad agosto, a Natale, a Pasqua, quando il resto del Paese entra nella stagione delle rapine con carta di credito. E no, non è teoria. È pratica. Un residente sardo che volerà da Linate ad Alghero a Ferragosto prossimo pagherà una base tariffaria di 114 euro andata e ritorno. Tradotto: 57 euro a tratta, più tasse aeroportuali. Prezzo fisso. Sempre. Ferragosto compreso, cioè il momento in cui nel resto d’Italia i prezzi fanno yoga e si allungano fino all’inverosimile. Non è il socialismo, è semplicemente una politica pubblica fatta con un’idea chiara: la mobilità è un diritto, non una lotteria. E mentre in Sardegna il prezzo è scritto prima, altrove si scrive dopo. A matita. E la matita ce l’hanno le compagnie. Prendiamo invece un palermitano che torna a casa per Ferragosto. Gli è andata pure bene: volo non ancora pieno. Base tariffaria: 419 euro. A questa cifra vanno sottratti i 37 euro massimo andata e ritorno del ridicolo sconto siculo. Se invece aspetti che il volo si riempia, perché magari lavori, hai una vita, non puoi prenotare a febbraio per agosto, scatta la magia: da Linate a Palermo la base arriva a 323 euro, senza bagaglio. Se vuoi portarti una valigia, sali a 360, 385. Andata e ritorno? Superi tranquillamente i 770 euro più tasse. Più di New York in bassa stagione. Solo che invece di Manhattan atterri a Punta Raisi. La chiamano continuità territoriale. Nome un po’ burocratico, ma sostanza molto concreta: lo Stato, anzi, la Regione Sardegna, fa una cosa banalissima che in Italia sembra rivoluzionaria: scrive le regole prima. Stabilisce le rotte, gli orari, il numero minimo di voli e soprattutto il prezzo massimo per i residenti. Poi mette tutto a gara. Una gara vera. Le compagnie accettano quelle condizioni o stanno fuori. Fine. Tradotto: il pubblico decide, il privato esegue. E funziona così bene che adesso quella tariffa è stata estesa perfino ai parenti di primo grado dei residenti. Cioè: non solo ti garantisco il diritto a muoverti, ma riconosco che anche i legami familiari fanno parte della mobilità. Una cosa quasi commovente, in un Paese dove di solito ci si ricorda delle famiglie solo nei comizi. Poi c’è l’altra isola. La Sicilia. Dove la politica è più creativa. Nel senso artistico del termine: inventa cose che non esistono. Qui niente regole, niente tetti ai prezzi. Qui si va di bonus, sconti, trovate. Il Sicilia Express, che sembra un treno d’epoca e invece è una metafora perfetta, e gli sconti sui voli. Bellissimi. Sulla carta. Peccato che funzionino così: tu dai un contributo al cittadino, il prezzo del biglietto sale, e alla fine chi incassa è la compagnia. Il cittadino paga comunque tanto, ma con la consolazione psicologica dello “sconto”. Una specie di Black Friday pubblico: prima alzi il prezzo, poi fai lo sconto, e tutti felici. Tranne chi paga. In Sardegna hanno risolto il problema alla radice: il prezzo si decide prima. In Sicilia si è deciso di inseguirlo dopo. E il prezzo, si sa, corre più veloce della politica. Il risultato è molto semplice, quasi brutale: in Sardegna sai quanto paghi prima di partire. In Sicilia lo scopri alla fine, come quando arriva il conto al ristorante e fai finta di cercare qualcosa in tasca. È la differenza tra governare e arrangiarsi. Tra mettere regole e raccontare soluzioni. La continuità territoriale sarda non è perfetta, certo. Non protegge i non residenti, lascia il turismo in balia del mercato. Ma almeno ha un’idea di fondo: chi vive su un’isola non deve essere punito. In Sicilia, invece, si è partiti dall’annuncio. E quando parti dall’annuncio, di solito arrivi al conto.

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Negli stessi minuti in cui Giorgia Meloni, in Campania, saltellava sul palco al coro da stadio “chi non salta comunista è…”, a Roma un suo parlamentare campano, Antonio Iannone, presentava un emendamento alla legge di bilancio per riaprire una sanatoria edilizia del 2003. È l’Italia a due piani della destra di governo: sopra, il rito identitario, il folklore, il nemico immaginario da agitare per scaldare la piazza. Sotto, il lavoro vero, quello che interessa ai costruttori improvvisati, agli abusivi di lungo corso, ai voti che contano: il condono. Una sanatoria edilizia in piena campagna elettorale campana non è un caso: è un metodo. La destra che prometteva ordine e legalità torna al vecchio manuale del “vota e condona”. Meloni salta, Iannone condona.

Negli stessi minuti in cui Giorgia Meloni, in Campania, saltellava sul palco al coro da stadio “chi non salta comunista è…”, a Roma un suo parlamentare campano, Antonio Iannone, presentava un emendamento alla legge di bilancio per riaprire una sanatoria edilizia del 2003. È l’Italia a due piani della destra di governo: sopra, il rito identitario, il folklore, il nemico immaginario da agitare per scaldare la piazza. Sotto, il lavoro vero, quello che interessa ai costruttori improvvisati, agli abusivi di lungo corso, ai voti che contano: il condono. Una sanatoria edilizia in piena campagna elettorale campana non è un caso: è un metodo. La destra che prometteva ordine e legalità torna al vecchio manuale del “vota e condona”. Meloni salta, Iannone condona.

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C’è qualcosa di profondamente stonato in questa storia. Non tanto l’avidità, quella è antica quanto il mondo, ma la sua eleganza. La sua precisione. La sua puntualità quasi scientifica. I mercati si muovono prima delle decisioni. Qualcuno compra, qualcuno vende, qualcuno scommette miliardi con un tempismo che non è intuito, è conoscenza. Poi, qualche minuto dopo, arriva l’annuncio. E tutto diventa logico, spiegabile, inevitabile. Ma solo dopo. Prima no. Prima è un privilegio. Come funziona? In modo semplice, quasi banale. Se io so, davvero lo so, non lo immagino, che tra dieci minuti verrà annunciata una pausa in un attacco militare, posso scommettere sul fatto che i mercati saliranno. Compro futures sugli indici, cioè contratti che guadagnano se la Borsa sale. Oppure vendo petrolio prima che il prezzo scenda. Quando la notizia diventa pubblica, i mercati si muovono davvero. E io incasso. Non perché sono stato bravo, ma perché sono arrivato prima. È qui che nasce il sospetto: perché questi movimenti avvengono sistematicamente pochi minuti prima degli annunci di Donald Trump. Non ore prima, non giorni prima. Minuti. Un anticipo così preciso non è fiuto. È informazione. Si dirà: non ci sono prove. Ed è vero. Ma ci sono coincidenze che, sommate, smettono di essere casuali e diventano quantomeno imbarazzanti. E soprattutto c’è un contesto: controlli ridotti, uffici che indagavano su frodi finanziarie ridimensionati, meno occhi a guardare dove passano i soldi. Quando si spegne la luce, non è mai per caso. Fin qui, l’America. Poi c’è l’Italia, che non gioca ma paga. Perché quando qualcuno scommette sul petrolio e il prezzo si muove, quel movimento arriva fino al distributore sotto casa. Quando la finanza anticipa una crisi o una tregua, i prezzi dell’energia oscillano subito. E l’energia entra in tutto: trasporti, cibo, bollette. Così una scommessa fatta a New York diventa uno scontrino più caro a Palermo o a Milano. E mentre qualcuno guadagna sull’anticipo delle notizie, milioni di famiglie italiane vivono sull’anticipo dello stipendio che non basta. Loro giocano sui futures. Noi sui centesimi. In questo quadro, colpisce la disinvoltura con cui Giorgia Meloni continua a considerare Trump un alleato solido, quasi un modello di riferimento. È legittimo, naturalmente. Ma resta una domanda sospesa: alleato di chi? Perché se il modello è un sistema in cui pochi sembrano sapere tutto prima, e molti scoprono tutto dopo, al distributore, alla cassa, nella rata del mutuo, allora il problema non è solo politico. È morale. E alla fine la distanza è tutta qui: tra chi compra il futuro e chi prova semplicemente ad arrivarci.

C’è qualcosa di profondamente stonato in questa storia. Non tanto l’avidità, quella è antica quanto il mondo, ma la sua eleganza. La sua precisione. La sua puntualità quasi scientifica. I mercati si muovono prima delle decisioni. Qualcuno compra, qualcuno vende, qualcuno scommette miliardi con un tempismo che non è intuito, è conoscenza. Poi, qualche minuto dopo, arriva l’annuncio. E tutto diventa logico, spiegabile, inevitabile. Ma solo dopo. Prima no. Prima è un privilegio. Come funziona? In modo semplice, quasi banale. Se io so, davvero lo so, non lo immagino, che tra dieci minuti verrà annunciata una pausa in un attacco militare, posso scommettere sul fatto che i mercati saliranno. Compro futures sugli indici, cioè contratti che guadagnano se la Borsa sale. Oppure vendo petrolio prima che il prezzo scenda. Quando la notizia diventa pubblica, i mercati si muovono davvero. E io incasso. Non perché sono stato bravo, ma perché sono arrivato prima. È qui che nasce il sospetto: perché questi movimenti avvengono sistematicamente pochi minuti prima degli annunci di Donald Trump. Non ore prima, non giorni prima. Minuti. Un anticipo così preciso non è fiuto. È informazione. Si dirà: non ci sono prove. Ed è vero. Ma ci sono coincidenze che, sommate, smettono di essere casuali e diventano quantomeno imbarazzanti. E soprattutto c’è un contesto: controlli ridotti, uffici che indagavano su frodi finanziarie ridimensionati, meno occhi a guardare dove passano i soldi. Quando si spegne la luce, non è mai per caso. Fin qui, l’America. Poi c’è l’Italia, che non gioca ma paga. Perché quando qualcuno scommette sul petrolio e il prezzo si muove, quel movimento arriva fino al distributore sotto casa. Quando la finanza anticipa una crisi o una tregua, i prezzi dell’energia oscillano subito. E l’energia entra in tutto: trasporti, cibo, bollette. Così una scommessa fatta a New York diventa uno scontrino più caro a Palermo o a Milano. E mentre qualcuno guadagna sull’anticipo delle notizie, milioni di famiglie italiane vivono sull’anticipo dello stipendio che non basta. Loro giocano sui futures. Noi sui centesimi. In questo quadro, colpisce la disinvoltura con cui Giorgia Meloni continua a considerare Trump un alleato solido, quasi un modello di riferimento. È legittimo, naturalmente. Ma resta una domanda sospesa: alleato di chi? Perché se il modello è un sistema in cui pochi sembrano sapere tutto prima, e molti scoprono tutto dopo, al distributore, alla cassa, nella rata del mutuo, allora il problema non è solo politico. È morale. E alla fine la distanza è tutta qui: tra chi compra il futuro e chi prova semplicemente ad arrivarci.

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Dopo quasi quattro anni di Meloni al governo, si può fare un bilancio senza bisogno di troppe parole. Ed è un bilancio che non lascia scampo: bocciata su tutta la linea. Tre riforme annunciate come rivoluzionarie. Il premierato si è perso nei boschi, sparito dai radar. L’autonomia differenziata si è infranta contro la Corte costituzionale. La riforma della giustizia è stata respinta dai cittadini, senza appello. Sulla politica estera, l’Italia non guida: segue. E male. Schiacciata sulle scelte di Trump, mentre l’Europa prova a restare in piedi. Sull’immigrazione, la propaganda dei centri in Albania si è trasformata in un paradosso: strutture chiuse, inutili, fuori legge. Sul lavoro non pervenuta. Sulle tasse, invece, sì: aumentate. Come i reati e l’insicurezza. Un anno dopo, resta una certezza. Molti annunci, pochi risultati. E quei pochi, sbagliati.

Dopo quasi quattro anni di Meloni al governo, si può fare un bilancio senza bisogno di troppe parole. Ed è un bilancio che non lascia scampo: bocciata su tutta la linea. Tre riforme annunciate come rivoluzionarie. Il premierato si è perso nei boschi, sparito dai radar. L’autonomia differenziata si è infranta contro la Corte costituzionale. La riforma della giustizia è stata respinta dai cittadini, senza appello. Sulla politica estera, l’Italia non guida: segue. E male. Schiacciata sulle scelte di Trump, mentre l’Europa prova a restare in piedi. Sull’immigrazione, la propaganda dei centri in Albania si è trasformata in un paradosso: strutture chiuse, inutili, fuori legge. Sul lavoro non pervenuta. Sulle tasse, invece, sì: aumentate. Come i reati e l’insicurezza. Un anno dopo, resta una certezza. Molti annunci, pochi risultati. E quei pochi, sbagliati.

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La coppia Meloni-von der Leyen ha concesso tutto a Trump. Mancava solo gli dessero le chiavi di casa! Tg3

La coppia Meloni-von der Leyen ha concesso tutto a Trump. Mancava solo gli dessero le chiavi di casa! Tg3

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Il governo è stato bocciato dalla Corte Costituzionale sull'Autonomia differenziata, dalla Corte di Cassazione sul Decreto Sicurezza, dalla Corte Penale Internazionale sul caso Almasri e dall'Europa sui centri in Albania: sarà bocciato anche dagli italiani. Tg1

Il governo è stato bocciato dalla Corte Costituzionale sull'Autonomia differenziata, dalla Corte di Cassazione sul Decreto Sicurezza, dalla Corte Penale Internazionale sul caso Almasri e dall'Europa sui centri in Albania: sarà bocciato anche dagli italiani. Tg1

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“Era evidentemente sorridente e felice per quel momento di socialità. E’ stato allontanato perché quei sorrisi a modo suo evidentemente davano fastidio”. Non si impara mai da quello che accade e non si tenta nemmeno di rimediare. Ad Afragola un ragazzino di 11 anni, autistico, è stato allontanato su richiesta della preside, durante una manifestazione sul bullismo, perché le sue emozioni erano troppo “forti”. E’ un paradosso: un momento di sensibilizzazione contro ogni prevaricazione e discriminazione che viene trasformato in emarginazione. Un fatto grave per tanti motivi, intanto perché avviene all’interno di una scuola, che deve sostenere l’inclusione, il gesto è poi consumato da una preside, che dovrebbe guidare l’istituzione scuola verso forme di armonia e non di ghettizzazione. L’atteggiamento della insegnante di sostegno, che si piega di fronte ad una azione sconsiderata, è di pari gravità. Compartecipe di una esclusione che produce traumi. Il problema non è rendersi conto dell’errore, perché altri lo hanno fatto notare, ed eventualmente chiedere scusa. Il problema è l’esempio dato a tutti i ragazzi presenti, agli insegnanti, lo sdoganamento di prassi errate ma messe in pratica. No, non è solo questione di scuse, è questione di etica. Quella che è mancata.

“Era evidentemente sorridente e felice per quel momento di socialità. E’ stato allontanato perché quei sorrisi a modo suo evidentemente davano fastidio”. Non si impara mai da quello che accade e non si tenta nemmeno di rimediare. Ad Afragola un ragazzino di 11 anni, autistico, è stato allontanato su richiesta della preside, durante una manifestazione sul bullismo, perché le sue emozioni erano troppo “forti”. E’ un paradosso: un momento di sensibilizzazione contro ogni prevaricazione e discriminazione che viene trasformato in emarginazione. Un fatto grave per tanti motivi, intanto perché avviene all’interno di una scuola, che deve sostenere l’inclusione, il gesto è poi consumato da una preside, che dovrebbe guidare l’istituzione scuola verso forme di armonia e non di ghettizzazione. L’atteggiamento della insegnante di sostegno, che si piega di fronte ad una azione sconsiderata, è di pari gravità. Compartecipe di una esclusione che produce traumi. Il problema non è rendersi conto dell’errore, perché altri lo hanno fatto notare, ed eventualmente chiedere scusa. Il problema è l’esempio dato a tutti i ragazzi presenti, agli insegnanti, lo sdoganamento di prassi errate ma messe in pratica. No, non è solo questione di scuse, è questione di etica. Quella che è mancata.

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Dazi al 15%: 23 miliardi di export in fumo e decine di migliaia di posti di lavoro a rischio. Ma non era Trump l’amico degli italiani, secondo Meloni? Ne ho parlato stasera al Tg2

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In italia costa tutto un botto. Mentre crolla la produzione industriale, aumentano le tasse. Solo per Giorgia Meloni va tutto bene. 15 secondi al Tg1

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Meloni, dove hai messo gli stivali?

Davide Faraone

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Donald Trump i fischi se li è presi tutti, alla finale degli Us Open. Fischi meritati, perché incarnano l’arroganza di un leader che gioca col destino delle democrazie. Non è il destino cinico e baro a spiegare l’intensificarsi dei bombardamenti russi in Ucraina, perfino contro i palazzi del governo. La responsabilità è sua: da mesi ripete di essere “super partes” e che ogni azione di sostegno all’Ucraina è subordinata al pagamento, come un mercenario. I suoi continui penultimatum alla Russia, mai fatti rispettare, hanno dato a Putin la certezza di poter colpire senza freni. Lo stesso schema si ripete in Medio Oriente. Se Netanyahu fa ciò che vuole a Gaza – massacra civili, occupa territori, calpesta ogni ipotesi di soluzione politica – lo fa anche grazie al silenzio assenso di Trump. E ancora: se in Asia tanti Paesi hanno scelto di sfilare accanto alla Cina, è perché Trump ha indebolito l’Occidente, anche con i dazi e aperto nuovi fronti con chi poteva essere interlocutore, a cominciare dall’India di Modi. Trump è talmente contraddittorio che mentre è ossessionato dal Nobel per la pace, ribattezza la difesa “ministero della guerra”. Si, perché la pace per lui non è un traguardo da costruire, ma una resa al più forte, un trofeo da esibire dopo la capitolazione degli altri. E in Italia? Giorgia Meloni sembra la caricatura di Rockefeller in versione Trump: lui parla e lei ripete, come un pupazzo telecomandato. Da quando c’è lui, l’Italia ha perfino ridotto gli aiuti all’Ucraina, allineandosi ai suoi diktat. Chi aveva giurato fedeltà all’ex presidente americano, chi lo osanna come un profeta, dovrebbe ricredersi e chiedere scusa. Invece continua a piegare la testa, mentre lui ha scelto di lasciare solo all’Europa la difesa dei valori delle democrazie occidentali, mettendo sullo stesso piano libertà e autocrazia.

Davide Faraone

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Giorgia Meloni continua a raccontare che la sua è una destra moderna, istituzionale, “post-fascista”. Ma ogni settimana, da un angolo d’Italia, arriva un video o un’inchiesta che la smentisce meglio di qualunque opposizione. L’ultimo da Parma: dentro una sede di Fratelli d’Italia, cori fascisti, “Me ne frego”, “camicia nera trionferà”, tricolori che sventolano e sorrisi da dopolavoro littorio. Non è una goliardata, è un riflesso. Lo aveva già spiegato l’inchiesta di Fanpage: nella giovanile del partito non si è annidato un rigurgito, ma un virus culturale. Un modo di pensare e di parlare in cui il fascismo non è un errore da ricordare, ma un carattere identitario da rivendicare. E quel virus, qualcuno ha pensato bene di sorvegliarlo. Proprio Fanpage, il giornale che aveva smascherato la nostalgia nera, è finito nel mirino di Graphite, lo spyware israeliano di Paragon Solutions. Francesco Cancellato, il direttore, ha scoperto che il suo telefono era stato intercettato. Un caso? Difficile crederlo. Mentre i camerati cantano “Me ne frego”, qualcuno, da qualche scrivania di Stato, si “frega” la libertà di stampa. E Meloni? Minimizza. Sempre. Davanti ai cori: “episodi isolati”. Davanti alle intercettazioni: “Non so, non rispondo”. È la stessa strategia: normalizzare l’inaccettabile. Così la sua destra gioca su due fronti: il folklore del Ventennio come sfogo, e magari il controllo dei giornalisti come garanzia. Un Paese che canta il duce e intercetta chi lo racconta.

Davide Faraone

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Belpietro, lo stalker di Mattarella.

Davide Faraone

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