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Marco Setaccioli

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Dipendente pubblico, giornalista, attivista pro-Ucraina e dal 2023 scrittore. Complottisti, no-vax, putiniani, negazionisti del cambiamento climatico, anche no!

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È per ora un mistero quanto successo a Kolpino, San Pietroburgo, dove una vasta area di 82.000 mq ha preso fuoco distruggendo un grande polo logistico. Il magazzino incendiato si trova peraltro a 350 metri da un hub Ozon. Il punto è che nella notte, le autorità non hanno dichiarato alcun livello di allerta per droni o missili a San Pietroburgo. Il Ministero delle Situazioni di Emergenza ha confermato che l'incendio è stato classificato di quarto grado di complessità e che la sua area interessata è di 82.000 metri quadrati. “All'interno si trovano merci e prodotti di vario genere”, ha riferito.

È per ora un mistero quanto successo a Kolpino, San Pietroburgo, dove una vasta area di 82.000 mq ha preso fuoco distruggendo un grande polo logistico. Il magazzino incendiato si trova peraltro a 350 metri da un hub Ozon. Il punto è che nella notte, le autorità non hanno dichiarato alcun livello di allerta per droni o missili a San Pietroburgo. Il Ministero delle Situazioni di Emergenza ha confermato che l'incendio è stato classificato di quarto grado di complessità e che la sua area interessata è di 82.000 metri quadrati. “All'interno si trovano merci e prodotti di vario genere”, ha riferito.

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Continua il lavoro degli ucraini per isolare Kherson e la Crimea. Nelle ultime 24 ore si è infatti registrato un secondo colpo al ponte di Chongar, che collega le due regioni, il quale ha costretto le autorità ad interrompere del tutto il transito di mezzi. Attraverso il ponte transitavano dai 70 ai 120 camion giornalieri per il rifornimento del raggruppamento Dnepr, che occupa attualmente parte dell’oblast’ di Kherson pari al 60-70% delle forniture su gomma. L’intero traffico deve essere ora dirottato su Armiansk e Perekop, con conseguente allungamento di almeno 120-150 km di percorso, attraverso strade più strette ed in parte inadatte. Questo comporta un raddoppio dei tempi di trasporto (e dunque un dimezzamento delle capacità di movimentazione totale per ciascun mezzo), l’appesantimento della già grave crisi di carburante e pericolosi incolonnamenti ai checkpoint, che espongono i convogli ai colpi dei droni ucraini. Resta per ora l’alternativa ferroviaria interna che da Rostov, passando per il "corridoio terrestre" occupato (Mariupol-Berdiansk-Melitopol), alimenta le retrovie del fronte. Tuttavia, i treni portano i materiali solo fino ai grandi depositi nodali. Da lì, il trasporto "dell'ultimo miglio" verso la linea di contatto deve avvenire comunque su gomma. Inoltre, la rete ferroviaria nel sud dell'Ucraina è ormai costantemente bersagliata dai droni, che hanno reso anche quella via non più sicura. Il soffocamento logistico delle forze di occupazione di Kherson sta dunque subendo una brusca accelerazione, esponendo la stessa Crimea, annessa illegalmente dal 2014 e nel cui territorio sono in corso attacchi sistematici contro i costosissimi sistemi di difesa, al pericolo di incursioni di sabotatori o di piccole pattuglie di militari, pronti ad azioni fulminee e spettacolari dall’alto valore propagandistico che finirebbero per ridicolizzare l’immagine dell’imbattibilità della Russia, già fortemente compromessa. Comunque la si veda, questa guerra, al di là dell’immensa tragedia che rappresenta per i popoli che sono coinvolti, è destinata a finire nei manuali di strategia militare, sui quali si racconterà come una superpotenza militare sia stata umiliata da una nazione con un quarto della sua popolazione e un decimo del suo PIL grazie a inventiva, resilienza e determinazione.

Continua il lavoro degli ucraini per isolare Kherson e la Crimea. Nelle ultime 24 ore si è infatti registrato un secondo colpo al ponte di Chongar, che collega le due regioni, il quale ha costretto le autorità ad interrompere del tutto il transito di mezzi. Attraverso il ponte transitavano dai 70 ai 120 camion giornalieri per il rifornimento del raggruppamento Dnepr, che occupa attualmente parte dell’oblast’ di Kherson pari al 60-70% delle forniture su gomma. L’intero traffico deve essere ora dirottato su Armiansk e Perekop, con conseguente allungamento di almeno 120-150 km di percorso, attraverso strade più strette ed in parte inadatte. Questo comporta un raddoppio dei tempi di trasporto (e dunque un dimezzamento delle capacità di movimentazione totale per ciascun mezzo), l’appesantimento della già grave crisi di carburante e pericolosi incolonnamenti ai checkpoint, che espongono i convogli ai colpi dei droni ucraini. Resta per ora l’alternativa ferroviaria interna che da Rostov, passando per il "corridoio terrestre" occupato (Mariupol-Berdiansk-Melitopol), alimenta le retrovie del fronte. Tuttavia, i treni portano i materiali solo fino ai grandi depositi nodali. Da lì, il trasporto "dell'ultimo miglio" verso la linea di contatto deve avvenire comunque su gomma. Inoltre, la rete ferroviaria nel sud dell'Ucraina è ormai costantemente bersagliata dai droni, che hanno reso anche quella via non più sicura. Il soffocamento logistico delle forze di occupazione di Kherson sta dunque subendo una brusca accelerazione, esponendo la stessa Crimea, annessa illegalmente dal 2014 e nel cui territorio sono in corso attacchi sistematici contro i costosissimi sistemi di difesa, al pericolo di incursioni di sabotatori o di piccole pattuglie di militari, pronti ad azioni fulminee e spettacolari dall’alto valore propagandistico che finirebbero per ridicolizzare l’immagine dell’imbattibilità della Russia, già fortemente compromessa. Comunque la si veda, questa guerra, al di là dell’immensa tragedia che rappresenta per i popoli che sono coinvolti, è destinata a finire nei manuali di strategia militare, sui quali si racconterà come una superpotenza militare sia stata umiliata da una nazione con un quarto della sua popolazione e un decimo del suo PIL grazie a inventiva, resilienza e determinazione.

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Tre storie diverse per capire cosa sia la Russia e quanto poco di questo mostro il nostro sonnolento Occidente abbia capito. Nel primo video si vedono persone penzolare dalle finestre di un business center attaccato dalla Russia in pieno giorno a Lozova nel distretto di Kharkiv. Un luogo di nessun valore militare ed anzi a quell’ora pieno di civili. Nel secondo le conseguenze di uno dei tanti attacchi condotti a Kherson (oblast’ in parte occupato) da droni FPV russi contro semplici contadini intenti ad arare i campi. Nel terzo una donna ucraina di 70 anni condannata a 15 anni di carcere per aver effettuato bonifici alla forze armate ucraine per un totale di circa 33.000 grivne, pari a circa 633 euro. La donna vive nella parte occupata di Zaporizhzhia, e supporta le forze armate del paese del quale è cittadina per diritto internazionale. Per gli occupanti abusivi questo è reato. La Russia è un cancro che va estirpato alla radice.

Tre storie diverse per capire cosa sia la Russia e quanto poco di questo mostro il nostro sonnolento Occidente abbia capito. Nel primo video si vedono persone penzolare dalle finestre di un business center attaccato dalla Russia in pieno giorno a Lozova nel distretto di Kharkiv. Un luogo di nessun valore militare ed anzi a quell’ora pieno di civili. Nel secondo le conseguenze di uno dei tanti attacchi condotti a Kherson (oblast’ in parte occupato) da droni FPV russi contro semplici contadini intenti ad arare i campi. Nel terzo una donna ucraina di 70 anni condannata a 15 anni di carcere per aver effettuato bonifici alla forze armate ucraine per un totale di circa 33.000 grivne, pari a circa 633 euro. La donna vive nella parte occupata di Zaporizhzhia, e supporta le forze armate del paese del quale è cittadina per diritto internazionale. Per gli occupanti abusivi questo è reato. La Russia è un cancro che va estirpato alla radice.

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Il buongiorno oggi ce lo dà la base aerea di Engels, nella regione russa si Saratov 💥 La base ospita i bombardieri strategici russi (come i Tu-95MS e i Tu-160) regolarmente impiegati per lanciare attacchi missilistici contro l'Ucraina. I residenti delle città di Saratov ed Engels hanno riferito di aver sentito il ronzio tipico dei droni a bassa quota seguito da forti esplosioni a partire dalle 4 del mattino. Canali di monitoraggio indipendenti (tra cui Astra) e video pubblicati sui social mostrano un vasto incendio e dense colonne di fumo che si levano dall'area della base. Le prime analisi dei filmati suggeriscono che l'impatto potrebbe aver colpito un deposito di munizioni o un sito di stoccaggio del carburante per aviazione all'interno dell'installazione militare. L'attacco ha provocato blackout elettrici parziali nella città di Engels. A causa della caduta di detriti e dell'attivazione della contraerea russa proprio sopra le aree residenziali, si sono registrati piccoli incendi anche in alcune case private e, secondo fonti locali, alcune famiglie che vivono ridosso dello scalo militare sono state evacuate.

Il buongiorno oggi ce lo dà la base aerea di Engels, nella regione russa si Saratov 💥 La base ospita i bombardieri strategici russi (come i Tu-95MS e i Tu-160) regolarmente impiegati per lanciare attacchi missilistici contro l'Ucraina. I residenti delle città di Saratov ed Engels hanno riferito di aver sentito il ronzio tipico dei droni a bassa quota seguito da forti esplosioni a partire dalle 4 del mattino. Canali di monitoraggio indipendenti (tra cui Astra) e video pubblicati sui social mostrano un vasto incendio e dense colonne di fumo che si levano dall'area della base. Le prime analisi dei filmati suggeriscono che l'impatto potrebbe aver colpito un deposito di munizioni o un sito di stoccaggio del carburante per aviazione all'interno dell'installazione militare. L'attacco ha provocato blackout elettrici parziali nella città di Engels. A causa della caduta di detriti e dell'attivazione della contraerea russa proprio sopra le aree residenziali, si sono registrati piccoli incendi anche in alcune case private e, secondo fonti locali, alcune famiglie che vivono ridosso dello scalo militare sono state evacuate.

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La Corte Suprema russa ha appena escluso dalle elezioni del prossimo settembre il partito Yabloko, l’unico a chiedere la fine della guerra. Il giudice si è limitato a leggere la decisione ma non ha letto le motivazioni. Proteste sono in corso fuori dalla sede della Corte

La Corte Suprema russa ha appena escluso dalle elezioni del prossimo settembre il partito Yabloko, l’unico a chiedere la fine della guerra. Il giudice si è limitato a leggere la decisione ma non ha letto le motivazioni. Proteste sono in corso fuori dalla sede della Corte

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Nella capitale come in molte altre città fiumi di persone si stanno riversando in strada per contestare la rimozione di Mykhailo Fedorov dal Ministero della Difesa. È l’ennesimo trionfo della democrazia in un paese che non vuole solo sopravvivere alla guerra, ma costruire una nazione moderna, aperta e libera. Chi parla di “regime ucraino” prenda appunti e mi dica se tutto questo è possibile in Russia.

Nella capitale come in molte altre città fiumi di persone si stanno riversando in strada per contestare la rimozione di Mykhailo Fedorov dal Ministero della Difesa. È l’ennesimo trionfo della democrazia in un paese che non vuole solo sopravvivere alla guerra, ma costruire una nazione moderna, aperta e libera. Chi parla di “regime ucraino” prenda appunti e mi dica se tutto questo è possibile in Russia.

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Sui canali ucraini scrivono che Novorossijsk stanotte ha vissuto quello che centinaia di volte i russi hanno fatto ad Odessa. Il grande porto sul Mar Nero è stato fatto oggetto di un massiccio attacco di droni e missili, che secondo alcune fonti russe sarebbe durato ben 5 ore, durante il quale sono state prese di mira infrastrutture portuali, petrolifere e legate all’esportazione del grano. Per conoscere gli esiti dell’attacco bisognerà attendere. Di sicuro è stata colpita la società per azioni pubblica NKHP («Новороссийский комбинат хлебопродуктов», Novorossijskij kombinat chleboproduktov), un grande terminal portuale cerealicolo che riceve grano, legumi e semi oleosi via ferrovia e camion, li controlla in laboratorio, stocca e infine carica le navi destinate soprattutto all’export. NKHP dispone di due elevatori, banchine portuali profonde e infrastrutture ferroviarie e stradali interne. Le fonti pubbliche lo qualificano come uno dei maggiori complessi russi orientati all’export; la capacità riportata nelle fonti più aggiornate è nell’ordine di 300 mila tonnellate, e le banchine possono gestire navi fino a circa 72 mila tonnellate di portata lorda. In termini strategici, un attacco a questa struttura non equivale tanto a colpire la produzione agricola russa quanto a colpire un nodo della catena di esportazione: la capacità di accumulare, movimentare e spedire via Mar Nero cereali russi. Novorossijsk è infatti uno dei porti cardine dell’export agroalimentare della Federazione. L’attacco va peraltro inquadrato in un contesto di blocco di fatto dei porti del Mar D’Azov, attraverso il quale transita storicamente un quarto dell’export russo di cereali, e di conseguente sovraccarico degli scali di Novossijsk e Taman sul Mar Nero (che a luglio hanno dovuto già limitare l’accesso di camion in entrata), con effetti misurabili in termini di riduzione netta dell’export cerealicolo russo, stando ai dati del mese scorso. Gli attacchi ai porti del Mar Nero in combinazione col blocco di quelli dell’Azov puntano a mettere sotto pressione le rotte attraverso le quali transita oltre il 90% dell’intero export cerealicolo russo, che già risente anche degli attacchi alle navi e dell’aumento dei costi assicurativi. Un avvertimento molto chiaro al Cremlino a far cessare la guerra del grano nuovamente scatenata dalla Russia con gli attacchi sferrati contro il porto di Odessa.

Sui canali ucraini scrivono che Novorossijsk stanotte ha vissuto quello che centinaia di volte i russi hanno fatto ad Odessa. Il grande porto sul Mar Nero è stato fatto oggetto di un massiccio attacco di droni e missili, che secondo alcune fonti russe sarebbe durato ben 5 ore, durante il quale sono state prese di mira infrastrutture portuali, petrolifere e legate all’esportazione del grano. Per conoscere gli esiti dell’attacco bisognerà attendere. Di sicuro è stata colpita la società per azioni pubblica NKHP («Новороссийский комбинат хлебопродуктов», Novorossijskij kombinat chleboproduktov), un grande terminal portuale cerealicolo che riceve grano, legumi e semi oleosi via ferrovia e camion, li controlla in laboratorio, stocca e infine carica le navi destinate soprattutto all’export. NKHP dispone di due elevatori, banchine portuali profonde e infrastrutture ferroviarie e stradali interne. Le fonti pubbliche lo qualificano come uno dei maggiori complessi russi orientati all’export; la capacità riportata nelle fonti più aggiornate è nell’ordine di 300 mila tonnellate, e le banchine possono gestire navi fino a circa 72 mila tonnellate di portata lorda. In termini strategici, un attacco a questa struttura non equivale tanto a colpire la produzione agricola russa quanto a colpire un nodo della catena di esportazione: la capacità di accumulare, movimentare e spedire via Mar Nero cereali russi. Novorossijsk è infatti uno dei porti cardine dell’export agroalimentare della Federazione. L’attacco va peraltro inquadrato in un contesto di blocco di fatto dei porti del Mar D’Azov, attraverso il quale transita storicamente un quarto dell’export russo di cereali, e di conseguente sovraccarico degli scali di Novossijsk e Taman sul Mar Nero (che a luglio hanno dovuto già limitare l’accesso di camion in entrata), con effetti misurabili in termini di riduzione netta dell’export cerealicolo russo, stando ai dati del mese scorso. Gli attacchi ai porti del Mar Nero in combinazione col blocco di quelli dell’Azov puntano a mettere sotto pressione le rotte attraverso le quali transita oltre il 90% dell’intero export cerealicolo russo, che già risente anche degli attacchi alle navi e dell’aumento dei costi assicurativi. Un avvertimento molto chiaro al Cremlino a far cessare la guerra del grano nuovamente scatenata dalla Russia con gli attacchi sferrati contro il porto di Odessa.

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Stanotte a Kyiv un attacco con missili balistici ha causato (al momento) 9 morti e 17 feriti, dei quali 4 bambini. Sono state colpite almeno 5 zone della città. Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di edifici civili, parcheggi e zone commerciali. A Poznyaky l’arrivo di un missile ha aperto un cratere in strada. I soccorritori, che sono tuttora al lavoro, hanno purtroppo dovuto rimuovere dalle strade cadaveri dilaniati di persone che stavano correndo nei rifugi senza riuscire a raggiungerli. Una delle scene più crude mostra un corpo in un cortile e accanto a lui un cellulare che squilla al quale ovviamente nessuno risponderà mai più. Cosa aspettiamo a chiudere i cieli sull’Ucraina? Per quanto ancora lasceremo che un assassino seriale continui ad uccidere impunemente nel cuore dell’Europa ed a considerarci troppo deboli per reagire?

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Stanotte a Kyiv un attacco con missili balistici ha causato (al momento) 9 morti e 17 feriti, dei quali 4 bambini. Sono state colpite almeno 5 zone della città. Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di edifici civili, parcheggi e zone commerciali. A Poznyaky l’arrivo di un missile ha aperto un cratere in strada. I soccorritori, che sono tuttora al lavoro, hanno purtroppo dovuto rimuovere dalle strade cadaveri dilaniati di persone che stavano correndo nei rifugi senza riuscire a raggiungerli. Una delle scene più crude mostra un corpo in un cortile e accanto a lui un cellulare che squilla al quale ovviamente nessuno risponderà mai più. Cosa aspettiamo a chiudere i cieli sull’Ucraina? Per quanto ancora lasceremo che un assassino seriale continui ad uccidere impunemente nel cuore dell’Europa ed a considerarci troppo deboli per reagire?

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Sono sufficientemente amico dell’Ucraina per non rischiare di essere frainteso quando scrivo di essere tra i tanti che non concordano con la rimozione di Mykhailo Fedorov dal Ministero della difesa. Ho profondo rispetto per le dinamiche politiche interne di un paese sovrano, ma ritengo che questa mossa, compiuta nell’ambito di un rimpasto probabilmente necessario, rischi di causare più problemi di quanti ne risolva e di risultare incomprensibile al popolo, che, infatti, si sta già mobilitando. Si sa che all’origine dell’avvicendamento c’è lo scontro tra lo stesso Fedorov ed il Comandante in capo Oleksandr Syrsky e che gran parte delle questioni ruotano attorno alle commesse della Difesa, a loro volta collegate a due diverse concezioni della guerra. Facendo tesoro della sua esperienza da Ministro per l’Innovazione tecnologica, Fedorov ha premuto per un approccio asimmetrico e digitale. La sua filosofia parte dalla constatazione che con il costo di un singolo proiettile d'artiglieria tradizionale si possono acquistare 10 droni FPV ad alta precisione. Ha quindi spinto massicciamente per deviare fondi verso la produzione domestica di droni, guerra elettronica (EW) e software di tracciamento dati. Ha anche creato un "marketplace" digitale (DOT-Chain) dove le brigate al fronte possono ordinare direttamente i droni di cui hanno bisogno in base all'efficacia reale registrata sul campo (attraverso piattaforme di tracciamento dati come DELTA). Questo elimina la burocrazia centrale e premia i produttori ucraini più innovativi, un sistema che ha stimolato lo sviluppo tecnologico, fatto nascere centinaia di start-up e assicurato all’Ucraina un primato assoluto nel settore. Syrsky e lo Stato Maggiore ritengono che, per quanto utili, i droni non possano sostituire la potenza di fuoco pesante e la tenuta della linea di fronte che solo l'artiglieria convenzionale e i sistemi missilistici pesanti possono garantire. Va da sé che Fedorov, centralizzando presso il Ministero gli acquisti, ha sottratto ricchi appalti ad imprese storicamente vicine all’apparato militare, ma ha anche puntato tutto sulla trasparenza dei conti e sulla tracciabilità dei flussi, sbloccando fondi per 60 miliardi di grivne e diventando per questo estremamente popolare sia in patria che tra gli alleati. Fedorov era la migliore garanzia sia per i governi nazionali sia per l’UE del corretto impiego dei fondi per la difesa. Come ho scritto in un recente post, pubblicando questa stessa foto, Fedorov ha riscritto le regole della guerra. E aggiungo che è diventato anche per questo uno dei volti internazionali di un’Ucraina che vuole guardare avanti, al futuro, all’innovazione, alla trasparenza e al merito. Ha semmai commesso l’errore di sottovalutare il peso ineludibile che in un paese in guerra hanno le forze armate. Qualcosa si sta muovendo. Già ieri sera sparuti gruppi di manifestanti sono scesi in strada per contestare la scelta di Zelensky, come in una democrazia sana è giusto che accada e personalmente mi auguro di rivedere le piazze piene di gente con cartelli in mano che ricordino sempre a chi governa che il potere appartiene al popolo e che nell’interesse del popolo ogni decisione deve essere presa. Chiudo questo post con WE WILL WIN. Non perché sia necessariamente in tema, ma perché è quello che, come si vede da questo breve video, Fedorov ha scritto sulla mia bandiera. #SlavaUkraïni

Sono sufficientemente amico dell’Ucraina per non rischiare di essere frainteso quando scrivo di essere tra i tanti che non concordano con la rimozione di Mykhailo Fedorov dal Ministero della difesa. Ho profondo rispetto per le dinamiche politiche interne di un paese sovrano, ma ritengo che questa mossa, compiuta nell’ambito di un rimpasto probabilmente necessario, rischi di causare più problemi di quanti ne risolva e di risultare incomprensibile al popolo, che, infatti, si sta già mobilitando. Si sa che all’origine dell’avvicendamento c’è lo scontro tra lo stesso Fedorov ed il Comandante in capo Oleksandr Syrsky e che gran parte delle questioni ruotano attorno alle commesse della Difesa, a loro volta collegate a due diverse concezioni della guerra. Facendo tesoro della sua esperienza da Ministro per l’Innovazione tecnologica, Fedorov ha premuto per un approccio asimmetrico e digitale. La sua filosofia parte dalla constatazione che con il costo di un singolo proiettile d'artiglieria tradizionale si possono acquistare 10 droni FPV ad alta precisione. Ha quindi spinto massicciamente per deviare fondi verso la produzione domestica di droni, guerra elettronica (EW) e software di tracciamento dati. Ha anche creato un "marketplace" digitale (DOT-Chain) dove le brigate al fronte possono ordinare direttamente i droni di cui hanno bisogno in base all'efficacia reale registrata sul campo (attraverso piattaforme di tracciamento dati come DELTA). Questo elimina la burocrazia centrale e premia i produttori ucraini più innovativi, un sistema che ha stimolato lo sviluppo tecnologico, fatto nascere centinaia di start-up e assicurato all’Ucraina un primato assoluto nel settore. Syrsky e lo Stato Maggiore ritengono che, per quanto utili, i droni non possano sostituire la potenza di fuoco pesante e la tenuta della linea di fronte che solo l'artiglieria convenzionale e i sistemi missilistici pesanti possono garantire. Va da sé che Fedorov, centralizzando presso il Ministero gli acquisti, ha sottratto ricchi appalti ad imprese storicamente vicine all’apparato militare, ma ha anche puntato tutto sulla trasparenza dei conti e sulla tracciabilità dei flussi, sbloccando fondi per 60 miliardi di grivne e diventando per questo estremamente popolare sia in patria che tra gli alleati. Fedorov era la migliore garanzia sia per i governi nazionali sia per l’UE del corretto impiego dei fondi per la difesa. Come ho scritto in un recente post, pubblicando questa stessa foto, Fedorov ha riscritto le regole della guerra. E aggiungo che è diventato anche per questo uno dei volti internazionali di un’Ucraina che vuole guardare avanti, al futuro, all’innovazione, alla trasparenza e al merito. Ha semmai commesso l’errore di sottovalutare il peso ineludibile che in un paese in guerra hanno le forze armate. Qualcosa si sta muovendo. Già ieri sera sparuti gruppi di manifestanti sono scesi in strada per contestare la scelta di Zelensky, come in una democrazia sana è giusto che accada e personalmente mi auguro di rivedere le piazze piene di gente con cartelli in mano che ricordino sempre a chi governa che il potere appartiene al popolo e che nell’interesse del popolo ogni decisione deve essere presa. Chiudo questo post con WE WILL WIN. Non perché sia necessariamente in tema, ma perché è quello che, come si vede da questo breve video, Fedorov ha scritto sulla mia bandiera. #SlavaUkraïni

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La fuga dalla Crimea si sta concretizzando a giudicare dalle code formatesi ieri in uscita, in direzione del ponte di Kerch. Il transito però viene costantemente interrotto a causa dei rischi di attacchi con droni e Neptune. Anche il traffico ferroviario è in tilt e i treni cancellati hanno scatenato panico e proteste. Sulla penisola nel frattempo stanotte sono proseguiti gli attacchi a depositi di carburante e infrastrutture ferroviarie. Colpita anche una base del FSB vicino ad Armiansk, nel nord della Crimea, e quasi certamente un sistema di difesa Pantsir-S1, nei pressi della centrale Tavričeskaja. Oltre al blocco completo della vendita di carburante, da ieri sono iniziati anche i blackout programmati (con tanto di invito alla popolazione a ridurre i consumi) e a Sebastopoli è stato istituito un temporaneo coprifuoco. Prosegue anche il lavoro della resistenza, che sta offrendo aiuto a quanti avessero deciso di disertare a seguito delle migliaia di chiamate per la mobilitazione arrivate ai crimeani, mentre continuano a pubblicare sui canali gli stratagemmi disperati utilizzati dai russi per tentare di camuffare le poche cisterne superstiti. Nella foto se ne vedono due sulle quali è stato scritto “latte”. Su una di queste è stato anche montato un telaio che, una volta ricoperto, possa far sembrare il mezzo un normale camion. Nelle aree del sud occupato, si segnala soprattutto un massiccio attacco su Berdyansk, uno dei principali snodi logistici del corridoio terrestre che collega i territori sottratti all’Ucraina nella fascia meridionale.

La fuga dalla Crimea si sta concretizzando a giudicare dalle code formatesi ieri in uscita, in direzione del ponte di Kerch. Il transito però viene costantemente interrotto a causa dei rischi di attacchi con droni e Neptune. Anche il traffico ferroviario è in tilt e i treni cancellati hanno scatenato panico e proteste. Sulla penisola nel frattempo stanotte sono proseguiti gli attacchi a depositi di carburante e infrastrutture ferroviarie. Colpita anche una base del FSB vicino ad Armiansk, nel nord della Crimea, e quasi certamente un sistema di difesa Pantsir-S1, nei pressi della centrale Tavričeskaja. Oltre al blocco completo della vendita di carburante, da ieri sono iniziati anche i blackout programmati (con tanto di invito alla popolazione a ridurre i consumi) e a Sebastopoli è stato istituito un temporaneo coprifuoco. Prosegue anche il lavoro della resistenza, che sta offrendo aiuto a quanti avessero deciso di disertare a seguito delle migliaia di chiamate per la mobilitazione arrivate ai crimeani, mentre continuano a pubblicare sui canali gli stratagemmi disperati utilizzati dai russi per tentare di camuffare le poche cisterne superstiti. Nella foto se ne vedono due sulle quali è stato scritto “latte”. Su una di queste è stato anche montato un telaio che, una volta ricoperto, possa far sembrare il mezzo un normale camion. Nelle aree del sud occupato, si segnala soprattutto un massiccio attacco su Berdyansk, uno dei principali snodi logistici del corridoio terrestre che collega i territori sottratti all’Ucraina nella fascia meridionale.

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L’operazione speciale procede spedita. Di questo passo infatti la Russia completerà la conquista del Donbas nel marzo del 2040 al modico costo di 6.574.000 perdite tra morti e feriti. Trovo sempre interessante leggere dai commenti e dai post dei vari fan del regime fascista russo (dicevano i latini che de gustibus non disputandum est) tanto trionfalismo per la conquista, peraltro non vera, di Kostiantynivka, come se l’umanità intera dovesse trarre un vantaggio collettivo dal fatto che una dittatura assassina causi milioni di morti e commetta crimini indicibili pur di sottrarre illegalmente territorio ad uno stato sovrano. Le dissonanze cognitive ed i traumi psicologici di questa frustrata porzione della società non sono il mio campo. Lo è invece capire cosa non sia chiaro di quello che sta realmente avvenendo in Ucraina. Il Cremlino ha infatti diffuso un video senza data e senza luogo di un briefing tra un Putin dall’espressione torva ed evidentemente preoccupato ed i vertici militari. Un incontro spacciato per una visita al fronte, ma che a giudicare dall’allestimento impeccabile, dalle luci cinematografiche, l’audio pulito e la strumentazione utilizzata si è svolto in uno dei vari teatri di posa che, secondo varie inchieste giornalistiche, sono stati allestiti nelle residenze dello zar o alla periferia di Mosca proprio per queste scenette. Il capo di Stato maggiore Gerasimov durante il briefing mostra le mappe del “progressi” delle truppe russe, illustrando una linea del fronte irrealistica e derisa dagli stessi Z-blogger russi. Le differenze rispetto alla linea reale sono macroscopiche, discostandosi talvolta anche di decine di km (alcune immagini le ho prese da un post di Parabellum (Mirko Campochiari)), ma tracciate utilizzando la tecnica degli sbandieratori, fotografando cioè dei poveracci spediti di nascosto dietro la linea del fronte a sventolare una bandiera russa per far credere che il tale villaggio sia stato preso, salvo poi essere eliminati o catturati dagli ucraini. A Kostiantynivka le battaglie sono in realtà ancora in corso e secondo i milblogger russi continueranno per settimane. Perché da un lato il Cremlino ha bisogno di una vittoria anche di Pirro che provi l’inarrestabile avanzata del secondo esercito più forte in Ucraina. Dall’altro l’esigenza di Kyiv non è quella di difendere macerie ma di dissanguare l’avversario, facendo pagare a caro prezzo ogni passo. Prova ne è il fatto che la conquista di Kostiantynivka sia in realtà un ripiego rispetto ai progetti originali. Sebbene ora venga spacciata come obiettivo, doveva essere semplicemente la tappa intermedia di una cavalcata. Nelle direttive strategiche dello Stato Maggiore russo, la città doveva essere presa di slancio attraverso una massiccia manovra a tenaglia da nord, con una spinta che doveva arrivare da Izjum e Lyman, scendendo verso Sloviansk e Kramatorsk. Da sud l'avanzata doveva risalire da Avdiivka e Marinka per tagliare le linee di rifornimento ucraine. Puntare tutto su Kostiantynivka è la prova del fallimento di questi piani e non di una vittoria. Il fronte in quella zona peraltro avanza di 50 metri al giorno. Nell’area di Pokrovsk si arriva a 70. Nel mese di giugno il guadagno reale è stato, secondo i calcoli di ISW di 30,42 km quadrati, facendo quindi salire a 1.298 le perdite per ogni km quadrato occupato. Per completare la presa del Donetsk ne mancano ancora 5.065. A conti fatti, con questo ritmo ci vorranno 14 anni e il sacrificio di un terzo dell’intera popolazione russa compresa tra i 18 e i 40 anni. E parliamo, lo ribadisco, del costo di ciò che resta da conquistare di una sola regione. Sempre ammesso, ovviamente, che la situazione non peggiori. Perché la tecnologia dei droni ucraini corre assai più velocemente di quella russa, le catene logistiche compromesse ed enormemente allungate per non esporre depositi di munizioni e carburanti stanno causando un drammatico rallentamento della capacità offensiva delle forze di Mosca. Inoltre dopo Kostiantynivka ci sono le alture fortificate che proteggono l'agglomerato urbano di Kramatorsk e Sloviansk. Senza il controllo delle grandi arterie stradali che scendono da nord, una linea di rifornimento russa allungata fino a Kostiantynivka rimarrebbe costantemente esposta al fuoco dell'artiglieria e ai droni ucraini posizionati sulle colline circostanti. Continuare a mostrare ossessivamente piccole vittorie tattiche da parte dei soliti noti serve solo a nascondere un sempre più clamoroso fallimento strategico, che si aggiunge a quello economico, di credibilità internazionale e politico. Un fallimento che nemmeno le espressioni facciali di un bugiardo seriale come Putin possono più nascondere.

L’operazione speciale procede spedita. Di questo passo infatti la Russia completerà la conquista del Donbas nel marzo del 2040 al modico costo di 6.574.000 perdite tra morti e feriti. Trovo sempre interessante leggere dai commenti e dai post dei vari fan del regime fascista russo (dicevano i latini che de gustibus non disputandum est) tanto trionfalismo per la conquista, peraltro non vera, di Kostiantynivka, come se l’umanità intera dovesse trarre un vantaggio collettivo dal fatto che una dittatura assassina causi milioni di morti e commetta crimini indicibili pur di sottrarre illegalmente territorio ad uno stato sovrano. Le dissonanze cognitive ed i traumi psicologici di questa frustrata porzione della società non sono il mio campo. Lo è invece capire cosa non sia chiaro di quello che sta realmente avvenendo in Ucraina. Il Cremlino ha infatti diffuso un video senza data e senza luogo di un briefing tra un Putin dall’espressione torva ed evidentemente preoccupato ed i vertici militari. Un incontro spacciato per una visita al fronte, ma che a giudicare dall’allestimento impeccabile, dalle luci cinematografiche, l’audio pulito e la strumentazione utilizzata si è svolto in uno dei vari teatri di posa che, secondo varie inchieste giornalistiche, sono stati allestiti nelle residenze dello zar o alla periferia di Mosca proprio per queste scenette. Il capo di Stato maggiore Gerasimov durante il briefing mostra le mappe del “progressi” delle truppe russe, illustrando una linea del fronte irrealistica e derisa dagli stessi Z-blogger russi. Le differenze rispetto alla linea reale sono macroscopiche, discostandosi talvolta anche di decine di km (alcune immagini le ho prese da un post di Parabellum (Mirko Campochiari)), ma tracciate utilizzando la tecnica degli sbandieratori, fotografando cioè dei poveracci spediti di nascosto dietro la linea del fronte a sventolare una bandiera russa per far credere che il tale villaggio sia stato preso, salvo poi essere eliminati o catturati dagli ucraini. A Kostiantynivka le battaglie sono in realtà ancora in corso e secondo i milblogger russi continueranno per settimane. Perché da un lato il Cremlino ha bisogno di una vittoria anche di Pirro che provi l’inarrestabile avanzata del secondo esercito più forte in Ucraina. Dall’altro l’esigenza di Kyiv non è quella di difendere macerie ma di dissanguare l’avversario, facendo pagare a caro prezzo ogni passo. Prova ne è il fatto che la conquista di Kostiantynivka sia in realtà un ripiego rispetto ai progetti originali. Sebbene ora venga spacciata come obiettivo, doveva essere semplicemente la tappa intermedia di una cavalcata. Nelle direttive strategiche dello Stato Maggiore russo, la città doveva essere presa di slancio attraverso una massiccia manovra a tenaglia da nord, con una spinta che doveva arrivare da Izjum e Lyman, scendendo verso Sloviansk e Kramatorsk. Da sud l'avanzata doveva risalire da Avdiivka e Marinka per tagliare le linee di rifornimento ucraine. Puntare tutto su Kostiantynivka è la prova del fallimento di questi piani e non di una vittoria. Il fronte in quella zona peraltro avanza di 50 metri al giorno. Nell’area di Pokrovsk si arriva a 70. Nel mese di giugno il guadagno reale è stato, secondo i calcoli di ISW di 30,42 km quadrati, facendo quindi salire a 1.298 le perdite per ogni km quadrato occupato. Per completare la presa del Donetsk ne mancano ancora 5.065. A conti fatti, con questo ritmo ci vorranno 14 anni e il sacrificio di un terzo dell’intera popolazione russa compresa tra i 18 e i 40 anni. E parliamo, lo ribadisco, del costo di ciò che resta da conquistare di una sola regione. Sempre ammesso, ovviamente, che la situazione non peggiori. Perché la tecnologia dei droni ucraini corre assai più velocemente di quella russa, le catene logistiche compromesse ed enormemente allungate per non esporre depositi di munizioni e carburanti stanno causando un drammatico rallentamento della capacità offensiva delle forze di Mosca. Inoltre dopo Kostiantynivka ci sono le alture fortificate che proteggono l'agglomerato urbano di Kramatorsk e Sloviansk. Senza il controllo delle grandi arterie stradali che scendono da nord, una linea di rifornimento russa allungata fino a Kostiantynivka rimarrebbe costantemente esposta al fuoco dell'artiglieria e ai droni ucraini posizionati sulle colline circostanti. Continuare a mostrare ossessivamente piccole vittorie tattiche da parte dei soliti noti serve solo a nascondere un sempre più clamoroso fallimento strategico, che si aggiunge a quello economico, di credibilità internazionale e politico. Un fallimento che nemmeno le espressioni facciali di un bugiardo seriale come Putin possono più nascondere.

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«I dittatori e gli autocrati vogliono che tu diventi di nuovo presidente, perché capiscono perfettamente che è facile manipolarti con le lusinghe e le adulazioni». Lo aveva detto Kamala Harris durante un dibattito con Trump durante la campagna elettorale del 2024.

«I dittatori e gli autocrati vogliono che tu diventi di nuovo presidente, perché capiscono perfettamente che è facile manipolarti con le lusinghe e le adulazioni». Lo aveva detto Kamala Harris durante un dibattito con Trump durante la campagna elettorale del 2024.

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Nottata intensissima in Crimea. Secondo i canali di monitoraggio gli allarmi hanno cominciato a risuonare poco dopo le 23, orario in cui il transito sul ponte di Kerch è stato bloccato. Alle 23:50 i residenti del nodo ferroviario di Džankoj hanno segnalato raffiche di armi da fuoco e forti esplosioni. I satelliti confermano un incendio vicino al villaggio di Izumrudne, nei pressi del ponte che attraversa il Canale della Crimea Settentrionale. Tra l’1:43 e l’1:57 l'attenzione si è concentrata sulla punta orientale della penisola, nella zona di Kerch. Un'esplosione violentissima ha scosso la zona del monte Mitridat. Poco dopo, si è sentito il ronzio dei droni e i residenti hanno filmato il tracciato delle contraeree e l'azione frenetica dei "gruppi mobili di fuoco" che sparavano verso il cielo nel tentativo di intercettare i vettori. Tra le 2 e le tre sono stati colpiti il distretto di Sovetskij (dove è saltata la corrente elettrica per circa 15 minuti e dove si registra un incendio alla sottostazione elettrica "NS-2", vitale per il funzionamento delle pompe idriche), Feodosia (dove dei droni hanno attaccato diversi punti intorno alla città) e di nuovo Kerch (con un ulteriore impatto sul terminal petrolifero TES-Terminal-1, che in realtà stava ancora bruciando a causa di un precedente attacco). Poco dopo, nel vicino villaggio di Glazovka, la contraerea russa ha abbattuto un drone che è precipitato in una zona residenziale. Poco prima delle 5 sono state avvertite forti esplosioni quasi simultaneamente ai due lati opposti della penisola, svegliando gli abitanti di Ščelkino (vicino a una centrale nucleare mai completata) e Krasnoperekopsk, nel nord. Sotto tiro anche l’altra sponda dello stretto di Kerch, il terminal di Kavkaz, dove sono stati colpiti diversi traghetti. Fiamme si sono registrate pure alla stazione ferroviaria "Južnaja", sempre a Kerch, snodo cruciale per la movimentazione dei convogli militari russi. Colpiti inoltre i costosissimi sistemi di difesa S-300 ed S-400 dispiegati nella zona. Gli ucraini hanno potuto osservare anche come l’imbuto di traffico civile creatosi nella zona abbia paralizzato di fatto i mezzi militari. Pochi minuti fa è arrivata anche la conferma del danneggiamento della centrale termoelettrica di Kerch, dove un serbatoio ha preso fuoco causando una scia di fumo lunga 47 km. Più a nord, ad Arabat e Henichesk, altri incendi hanno colpito diverse aree di concentrazione delle truppe russe dislocate lungo la striscia di terra che collega la Crimea alla terraferma. Altri droni hanno attaccato la costa occidentale, puntando a saturare le difese e mappare frequenze radar. Tutto lascia presagire che gli assalti continueranno a crescere per numero ed intensità col chiaro scopo di trasformare la celebre riviera dell’impero putiniano, l’Eden illecitamente occupato 12 anni fa, in un inferno in terra. Una gigantesca, inospitale e spopolata base militare sotto costante assedio.

Nottata intensissima in Crimea. Secondo i canali di monitoraggio gli allarmi hanno cominciato a risuonare poco dopo le 23, orario in cui il transito sul ponte di Kerch è stato bloccato. Alle 23:50 i residenti del nodo ferroviario di Džankoj hanno segnalato raffiche di armi da fuoco e forti esplosioni. I satelliti confermano un incendio vicino al villaggio di Izumrudne, nei pressi del ponte che attraversa il Canale della Crimea Settentrionale. Tra l’1:43 e l’1:57 l'attenzione si è concentrata sulla punta orientale della penisola, nella zona di Kerch. Un'esplosione violentissima ha scosso la zona del monte Mitridat. Poco dopo, si è sentito il ronzio dei droni e i residenti hanno filmato il tracciato delle contraeree e l'azione frenetica dei "gruppi mobili di fuoco" che sparavano verso il cielo nel tentativo di intercettare i vettori. Tra le 2 e le tre sono stati colpiti il distretto di Sovetskij (dove è saltata la corrente elettrica per circa 15 minuti e dove si registra un incendio alla sottostazione elettrica "NS-2", vitale per il funzionamento delle pompe idriche), Feodosia (dove dei droni hanno attaccato diversi punti intorno alla città) e di nuovo Kerch (con un ulteriore impatto sul terminal petrolifero TES-Terminal-1, che in realtà stava ancora bruciando a causa di un precedente attacco). Poco dopo, nel vicino villaggio di Glazovka, la contraerea russa ha abbattuto un drone che è precipitato in una zona residenziale. Poco prima delle 5 sono state avvertite forti esplosioni quasi simultaneamente ai due lati opposti della penisola, svegliando gli abitanti di Ščelkino (vicino a una centrale nucleare mai completata) e Krasnoperekopsk, nel nord. Sotto tiro anche l’altra sponda dello stretto di Kerch, il terminal di Kavkaz, dove sono stati colpiti diversi traghetti. Fiamme si sono registrate pure alla stazione ferroviaria "Južnaja", sempre a Kerch, snodo cruciale per la movimentazione dei convogli militari russi. Colpiti inoltre i costosissimi sistemi di difesa S-300 ed S-400 dispiegati nella zona. Gli ucraini hanno potuto osservare anche come l’imbuto di traffico civile creatosi nella zona abbia paralizzato di fatto i mezzi militari. Pochi minuti fa è arrivata anche la conferma del danneggiamento della centrale termoelettrica di Kerch, dove un serbatoio ha preso fuoco causando una scia di fumo lunga 47 km. Più a nord, ad Arabat e Henichesk, altri incendi hanno colpito diverse aree di concentrazione delle truppe russe dislocate lungo la striscia di terra che collega la Crimea alla terraferma. Altri droni hanno attaccato la costa occidentale, puntando a saturare le difese e mappare frequenze radar. Tutto lascia presagire che gli assalti continueranno a crescere per numero ed intensità col chiaro scopo di trasformare la celebre riviera dell’impero putiniano, l’Eden illecitamente occupato 12 anni fa, in un inferno in terra. Una gigantesca, inospitale e spopolata base militare sotto costante assedio.

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Le sanzioni ucraine questa notte hanno raggiunto la raffineria di Slavyansk-na-Kubani, in Kuban, regione di Krasnodar. L’impianto, che serve l’intera area circostante e rifornisce la Crimea occupata, era già stato preso di mira in passato. Il colpo inferto questa notte ha però causato danni importanti. La colonna di fumo sprigionatasi dalle fiamme è lunga oltre 100 km. In Crimea è stata invece colpita la centrale di Saki. I residenti della zona hanno riferito di ben 16 esplosioni ravvicinate che hanno interessato serbatoi di stoccaggio e parti elettriche. Molte basi della costa occidentale, inclusi i radar e i sistemi di guerra elettronica legati all’aeroporto militare di Novofedorovka (Saki), dipendono da questa rete. I tecnici segnalano che l'incendio sta provocando un collasso delle linee di trasmissione da 110 kV, isolando elettricamente un intero quadrante costiero. L’impianto produceva anche acqua calda per tutta la zona. Il doppio colpo non fa che complicare ulteriormente la situazione, già compromesssa, della penisola, dove ieri era ripresa parzialmente la vendita di benzina in alcuni distributori, grazie ad una quarantina di cisterne che hanno potuto attraversare il ponte di Kerch, approfittando dell’intenso traffico di civili in uscita, che avrebbe impedito ai droni ucraini di attaccarli. Poco più di un pannicello caldo, per una regione nella quale vivono 2,4 milioni di persone.

Le sanzioni ucraine questa notte hanno raggiunto la raffineria di Slavyansk-na-Kubani, in Kuban, regione di Krasnodar. L’impianto, che serve l’intera area circostante e rifornisce la Crimea occupata, era già stato preso di mira in passato. Il colpo inferto questa notte ha però causato danni importanti. La colonna di fumo sprigionatasi dalle fiamme è lunga oltre 100 km. In Crimea è stata invece colpita la centrale di Saki. I residenti della zona hanno riferito di ben 16 esplosioni ravvicinate che hanno interessato serbatoi di stoccaggio e parti elettriche. Molte basi della costa occidentale, inclusi i radar e i sistemi di guerra elettronica legati all’aeroporto militare di Novofedorovka (Saki), dipendono da questa rete. I tecnici segnalano che l'incendio sta provocando un collasso delle linee di trasmissione da 110 kV, isolando elettricamente un intero quadrante costiero. L’impianto produceva anche acqua calda per tutta la zona. Il doppio colpo non fa che complicare ulteriormente la situazione, già compromesssa, della penisola, dove ieri era ripresa parzialmente la vendita di benzina in alcuni distributori, grazie ad una quarantina di cisterne che hanno potuto attraversare il ponte di Kerch, approfittando dell’intenso traffico di civili in uscita, che avrebbe impedito ai droni ucraini di attaccarli. Poco più di un pannicello caldo, per una regione nella quale vivono 2,4 milioni di persone.

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Commuovente. Un piccolo ucraino parla alla sua sorellina degli allarmi aerei. “Hai paura degli allarmi aerei? È tutto a posto. Papà è con te, mamma è con te, io sono con te e i nonni sono con te. Non temere, è solo un rumore sgradevole. Finirà presto”. (United 24) ❤️

Commuovente. Un piccolo ucraino parla alla sua sorellina degli allarmi aerei. “Hai paura degli allarmi aerei? È tutto a posto. Papà è con te, mamma è con te, io sono con te e i nonni sono con te. Non temere, è solo un rumore sgradevole. Finirà presto”. (United 24) ❤️

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Mosca stamattina. La raffineria colpita dai droni ucraini soddisfa circa il 40% del fabbisogno di benzina della capitale e il 50% del fabbisogno di diesel. L'azienda è il principale fornitore di carburante per gli aeroporti della capitale e la sua produzione alimenta un veicolo su tre a Mosca. The war is back home 😎

Mosca stamattina. La raffineria colpita dai droni ucraini soddisfa circa il 40% del fabbisogno di benzina della capitale e il 50% del fabbisogno di diesel. L'azienda è il principale fornitore di carburante per gli aeroporti della capitale e la sua produzione alimenta un veicolo su tre a Mosca. The war is back home 😎

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Gli attacchi ucraini di queste settimane stanno trasformando la Crimea in un luogo invivibile. La penisola si trova attualmente divisa in fasce di gravità, con blackout che non sono più semplici interruzioni temporanee, ma veri e propri distacchi strutturali (nel video la centrale di Balaklava, dopo l’attacco di ieri). Nei distretti settentrionali e centrali, in particolare a Dzhankoi (snodo logistico e ferroviario vitale per le truppe russe), Armyansk e Krasnoperekopsk, intere comunità sono rimaste completamente senza elettricità per oltre sette giorni consecutivi. Nelle località balneari come Alushta, Yevpatoria e villaggi limitrofi, l'energia elettrica viene erogata secondo un severissimo piano di razionamento rotativo: solo 2 ore di luce a fronte di 10-12 ore di blackout continuo. A Sebastopoli (550.000 abitanti) e Simferopoli, i blackout interessano la quasi totalità della popolazione civile, con turnazioni di 2 ore di elettricità seguite da 6 ore di distacco programmato. La corrente viene garantita in modo prioritario solo ai comandi militari, ai sistemi di difesa aerea e ad alcune strutture governative ed ospedaliere. Il collasso prolungato della rete elettrica ha innescato un effetto a catena estremamente pesante sulla vita quotidiana e sulle attività economiche. Innanzitutto la crisi idrica ed emergenza sanitaria: Il fermo delle stazioni di pompaggio elettriche ha interrotto l'erogazione dell'acqua corrente in molti distretti (come quello di Rozdolne). Nei villaggi rurali del nord, l'acqua potabile distribuita con le autobotti ha raggiunto prezzi esorbitanti a causa del costo del carburante per i trasporti. Senza ripetitori alimentati, ampie porzioni della penisola sono isolate, prive di segnale telefonico e connessione internet. Gli sportelli bancomat (ATM) sono fuori servizio e i distributori di carburante faticano a erogare benzina, costringendo i negozi rimasti aperti (grazie a piccoli generatori d'emergenza) ad accettare esclusivamente pagamenti in contanti. Le spiagge di Feodosia, Sudak e Yalta sono deserte. La mancanza di servizi essenziali, aria condizionata e acqua ha spinto i turisti russi a cancellare le prenotazioni e molti coloni a tentare di lasciare la penisola, creando lunghe code di auto verso il ponte di Kerch. Ovviamente la mancanza di energia, acqua, comunicazioni e carburanti causa problemi insormontabili di approvvigionamento anche alle forze armate ed ai sistemi di difesa della penisola, la quale, secondo molti analisti, è destinata a svuotarsi e a rendere costosissima ed insostenibile la sua difesa ad oltranza da parte della Russia.

Gli attacchi ucraini di queste settimane stanno trasformando la Crimea in un luogo invivibile. La penisola si trova attualmente divisa in fasce di gravità, con blackout che non sono più semplici interruzioni temporanee, ma veri e propri distacchi strutturali (nel video la centrale di Balaklava, dopo l’attacco di ieri). Nei distretti settentrionali e centrali, in particolare a Dzhankoi (snodo logistico e ferroviario vitale per le truppe russe), Armyansk e Krasnoperekopsk, intere comunità sono rimaste completamente senza elettricità per oltre sette giorni consecutivi. Nelle località balneari come Alushta, Yevpatoria e villaggi limitrofi, l'energia elettrica viene erogata secondo un severissimo piano di razionamento rotativo: solo 2 ore di luce a fronte di 10-12 ore di blackout continuo. A Sebastopoli (550.000 abitanti) e Simferopoli, i blackout interessano la quasi totalità della popolazione civile, con turnazioni di 2 ore di elettricità seguite da 6 ore di distacco programmato. La corrente viene garantita in modo prioritario solo ai comandi militari, ai sistemi di difesa aerea e ad alcune strutture governative ed ospedaliere. Il collasso prolungato della rete elettrica ha innescato un effetto a catena estremamente pesante sulla vita quotidiana e sulle attività economiche. Innanzitutto la crisi idrica ed emergenza sanitaria: Il fermo delle stazioni di pompaggio elettriche ha interrotto l'erogazione dell'acqua corrente in molti distretti (come quello di Rozdolne). Nei villaggi rurali del nord, l'acqua potabile distribuita con le autobotti ha raggiunto prezzi esorbitanti a causa del costo del carburante per i trasporti. Senza ripetitori alimentati, ampie porzioni della penisola sono isolate, prive di segnale telefonico e connessione internet. Gli sportelli bancomat (ATM) sono fuori servizio e i distributori di carburante faticano a erogare benzina, costringendo i negozi rimasti aperti (grazie a piccoli generatori d'emergenza) ad accettare esclusivamente pagamenti in contanti. Le spiagge di Feodosia, Sudak e Yalta sono deserte. La mancanza di servizi essenziali, aria condizionata e acqua ha spinto i turisti russi a cancellare le prenotazioni e molti coloni a tentare di lasciare la penisola, creando lunghe code di auto verso il ponte di Kerch. Ovviamente la mancanza di energia, acqua, comunicazioni e carburanti causa problemi insormontabili di approvvigionamento anche alle forze armate ed ai sistemi di difesa della penisola, la quale, secondo molti analisti, è destinata a svuotarsi e a rendere costosissima ed insostenibile la sua difesa ad oltranza da parte della Russia.

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Un nuovo criminale attacco di frustrazione su Kyiv ha colpito abitazioni civili e causato almeno 7 morti e 24 feriti. Ma il bilancio potrebbe peggiorare perché a Podil un edificio è parzialmente crollato e potrebbero esserci ancora residenti intrappolati sotto le macerie. L’attacco è stato condotto con missili Kalibr e Zircon. I primi sono stati tutti abbattuti (come avvenuto in praticamente tutti gli ultimi lanci contro l’Ucraina), ma gli altri, essendo ipersonici, hanno bucato le difese. Numerosi anche i droni kamikaze, il cui impatto è abbattimento ha provocato diversi incendi. Il regime fascista di Putin deve essere fermato o questo potrà succedere a chiunque altro, come purtroppo la storia ci ha già insegnato.

Un nuovo criminale attacco di frustrazione su Kyiv ha colpito abitazioni civili e causato almeno 7 morti e 24 feriti. Ma il bilancio potrebbe peggiorare perché a Podil un edificio è parzialmente crollato e potrebbero esserci ancora residenti intrappolati sotto le macerie. L’attacco è stato condotto con missili Kalibr e Zircon. I primi sono stati tutti abbattuti (come avvenuto in praticamente tutti gli ultimi lanci contro l’Ucraina), ma gli altri, essendo ipersonici, hanno bucato le difese. Numerosi anche i droni kamikaze, il cui impatto è abbattimento ha provocato diversi incendi. Il regime fascista di Putin deve essere fermato o questo potrà succedere a chiunque altro, come purtroppo la storia ci ha già insegnato.

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Gli Z-blogger militari si lamentano perché l’Ucraina ha ormai preso il controllo di fuoco sulla M-14, la strada Taganrog-Dzhankoy, che corre lungo la costa del Mar d'Azov passando per Mariupol-Berdyansk-Melitopol-Genichesk fino alla Crimea, quella che garantisce quindi rifornimenti alle forze di invasione anche nelle zone occupate di Kherson e Zaporizhzhia. Secondo propagandisti come Alexey Zhivov e Vladimir Romanov, che hanno anche mostrato le carcasse di mezzi distrutti, l’arteria strategica, distante 160-200 km dal fronte, sarebbe ormai presa di mira stabilmente con droni americani, grazie alla rete starlink. Un nuovo incubo per Mosca, visto che perdere il controllo della M-14 complicherebbe enormemente la logistica soprattutto militare, dal momento che di lì transitano mezzi, munizioni, truppe e ricambi delle difese aeree. La stessa Crimea diventerebbe a quel punto raggiungibile solo attraverso il ponte di Kerch, diventato obiettivo prioritario per Kyiv e ovviamente indifendibile sul lungo periodo, visto il costante miglioramento della balistica ucraina, le performance piuttosto scarse mostrate dalla difesa russa e i colpi inferti ai radar dei sistemi S-500 che proteggono proprio la Crimea. Bloccare le vie di rifornimento via terra e rendere inservibile il ponte di Kerch vorrebbe dire isolare del tutto i 2/3 della totalità dei territori occupati.

Gli Z-blogger militari si lamentano perché l’Ucraina ha ormai preso il controllo di fuoco sulla M-14, la strada Taganrog-Dzhankoy, che corre lungo la costa del Mar d'Azov passando per Mariupol-Berdyansk-Melitopol-Genichesk fino alla Crimea, quella che garantisce quindi rifornimenti alle forze di invasione anche nelle zone occupate di Kherson e Zaporizhzhia. Secondo propagandisti come Alexey Zhivov e Vladimir Romanov, che hanno anche mostrato le carcasse di mezzi distrutti, l’arteria strategica, distante 160-200 km dal fronte, sarebbe ormai presa di mira stabilmente con droni americani, grazie alla rete starlink. Un nuovo incubo per Mosca, visto che perdere il controllo della M-14 complicherebbe enormemente la logistica soprattutto militare, dal momento che di lì transitano mezzi, munizioni, truppe e ricambi delle difese aeree. La stessa Crimea diventerebbe a quel punto raggiungibile solo attraverso il ponte di Kerch, diventato obiettivo prioritario per Kyiv e ovviamente indifendibile sul lungo periodo, visto il costante miglioramento della balistica ucraina, le performance piuttosto scarse mostrate dalla difesa russa e i colpi inferti ai radar dei sistemi S-500 che proteggono proprio la Crimea. Bloccare le vie di rifornimento via terra e rendere inservibile il ponte di Kerch vorrebbe dire isolare del tutto i 2/3 della totalità dei territori occupati.

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E oggi a Roma al fianco del popolo iraniano non poteva che esserci anche l’Ucraina e chi come noi lotta anche per la loro libertà

E oggi a Roma al fianco del popolo iraniano non poteva che esserci anche l’Ucraina e chi come noi lotta anche per la loro libertà

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La strategia ucraina di strangolamento delle filiere logistiche russe sta drasticamente accelerando. Tra i colpi messi a segno questa notte, alcuni sono di straordinaria rilevanza strategica e meritano di essere raccontati. Nel giro di poche ore, sono stati distrutti ben cinque impianti radar in Crimea (Capo Tarkhankut, Severne, Snezhnoye, Portove e Steregushche, località quest’ultima dove è stato distrutto anche l’impianto missilistico OSA, che doveva difenderla), i quali formano una catena continua che sorveglia l'angolo nord-occidentale della penisola, proprio lo specchio di mare che guarda verso l'estuario del Dnipro e Odessa, e che rappresentavano gli occhi della Flotta del Mar Nero e dell'aviazione russa per la caccia ai droni aerei e marini. Al di là del colossale danno economico ed operativo (per la costruzione e la taratura di strumenti di questo tipo possono essere necessari persino anni, tanto più per un paese sotto sanzioni, che ha oggettive difficoltà a reperire la componentistica occidentale necessaria) ora si rischiano conseguenze pesanti per l’intera penisola. Innanzitutto, senza questi 5 radar, la Russia ha perso la capacità di avvistare a lungo raggio i droni di superficie ucraini (Magura V5, Sea Baby), esponendo di fatto tutto il fianco occidentale della Crimea ad attacchi (e potenziali sbarchi) che a questo punto non possono più essere scoperti per tempo. In secondo luogo, con il colpo a Capo Tarkhankut si sono resi inutilizzabili i sistemi missilistici costieri Bastion, che tengono anche sotto tiro città come Odessa, lanciando i pericolosi missili supersonici Oniks. Ma soprattutto il danneggiamento dei radar di Portove e Steregushche, che monitoravano le rotte aeree a bassa quota, comporta la creazione di un "corridoio cieco" nel nord della Crimea. Attraverso questa falla, i droni kamikaze a lungo raggio e i missili ucraini possono volare indisturbati e a bassissima quota per colpire i ponti d'emergenza o i treni merci diretti al mega-hub di Dzhankoi, senza che le batterie contraeree interne ricevano il preavviso radar. Vista la sequenza serrata di questi giorni, non è escluso che quest’ultimo colpo sia finalizzato a neutralizzare le ultime difese rimaste a protezione dell’unico collegamento ancora pienamente funzionante tra la penisola e la parte occupata di Kherson, la linea ferroviaria, senza la quale il traffico pesante sarebbe del tutto interrotto. Tuttavia le cattive notizie per la Russia arrivano anche da Donetsk. Le forze ucraine hanno preso di mira e pesantemente danneggiato il ponte sul fiume Hruzkyi Yelanchyk a Novoazovsk, la "porta d'ingresso" dell'intero corridoio terrestre russo, a pochissimi chilometri dal confine sovrano della Federazione Russa. Novoazovsk si trova infatti sulla direttrice dell'autostrada M14, l'arteria vitale che i russi utilizzano per far entrare i convogli pesanti su gomma da Rostov sul Don verso Mariupol, Berdiansk e, infine, Melitopol e Kherson. Il ponte sul fiume Hruzkyi Yelanchyk era stato ristrutturato e potenziato dai russi nel 2024 proprio per aumentare la portata dei carichi logistici pesanti e sostenere lo sforzo bellico nel sud. I rapporti sul campo e le immagini satellitari confermano che l'attacco della notte scorsa ha centrato in pieno i camion militari russi che lo stavano attraversando. Il ponte è ora ridotto a una sola corsia agibile, forzando le autorità di occupazione a vietare il transito ai TIR pesanti e a deviare il traffico su strade secondarie e sterrate, allungando drasticamente i tempi di percorrenza. Il fatto che queste azioni di questa portata vengano compiute in pochi giorni o addirittura in poche ore, senza dare alla Russia il tempo di adottare contromisure e seguendo un’unica strategia, rivela la straordinaria capacità di adattamento e di coordinamento delle forze armate ucraine, tanto più rispetto a quelle di Mosca, storicamente afflitte da rigidità e burocrazia e costrette dall’approccio repressivo ad edulcorare i rapporti, impedendo ai vertici militari di conoscere la reale situazione sul campo. Ma soprattutto le capacità raggiunte dai droni ucraini stanno vanificando del tutto i vantaggi che la Russia contava di capitalizzare sul campo: la superiorità demografica, non più sufficiente - vista l’impietosa sproporzione di vittime tra le due parti - e la vastità delle aree conquistate, spacciate spesso anche dai propagandisti nostrani come il metro con cui misurare il trionfo di Putin, ma che, ora che nulla lì è più al sicuro, rischiano invece di diventare un insostenibile Vietnam che, per chi ha scommesso tutto sulla vittoria totale, equivale alla peggiore delle sconfitte.

Marco Setaccioli

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Mentre da noi un nugolo di aspiranti miss favoleggiano di “escalation diplomatica”, “basta armi” (solo all’Ucraina, ovviamente) e maledicono UE, USA e NATO come origine di ogni guerra, ieri a San Pietroburgo Putin ha tranquillamente ribadito che l’Ucraina per lui non esiste. In un colloquio con esponenti della Marina il dittatore russo ha ribadito il “diritti storici” della Russia sulle terre ucraine, le quali non sarebbero russofile ma russe, perché donate alla neonata Ucraina da Lenin. Si è detto anche convinto che la parte occidentale, quella rimanente del paese dopo che Mosca avrà preso ciò che è suo, se lo riprenderanno prima o poi Polonia, Romania e Ungheria. Quei territori, secondo lo zar, erano stati invece un regalo di Stalin, in un momento in cui c’era l’URSS e quindi in qualche modo, si immaginava che tutto sarebbe rimasto in famiglia. Dei deliri e delle ossessioni storiche di un assassino seriale mi interessa il giusto. Quello che mi importa assai di più è capire cosa non sia chiaro a certi politici e commentatori de’ noantri, dei piani di Putin, che nulla c’entrano con le balle sulla denazificazione e le inesistenti stragi del Donbas, ma che rispecchiano un puro ed esplicito approccio imperialista. E non da oggi, visto che queste stesse cose Putin le urlò in faccia a Bush nel 2008, ben 18 anni fa. Cari pacifisti a senso unico, disarmisti di convenienza e adoratori del diritto internazionale a intermittenza, ci dite voi come si tratta con una nazione che rivendica il diritto di cancellarne un’altra? Ci spiegate quale paese sarebbe al sicuro in un mondo in cui questo dovesse avvenire?

Marco Setaccioli

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Sui canali ucraini scrivono che Novorossijsk stanotte ha vissuto quello che centinaia di volte i russi hanno fatto ad Odessa. Il grande porto sul Mar Nero è stato fatto oggetto di un massiccio attacco di droni e missili, che secondo alcune fonti russe sarebbe durato ben 5 ore, durante il quale sono state prese di mira infrastrutture portuali, petrolifere e legate all’esportazione del grano. Per conoscere gli esiti dell’attacco bisognerà attendere. Di sicuro è stata colpita la società per azioni pubblica NKHP («Новороссийский комбинат хлебопродуктов», Novorossijskij kombinat chleboproduktov), un grande terminal portuale cerealicolo che riceve grano, legumi e semi oleosi via ferrovia e camion, li controlla in laboratorio, stocca e infine carica le navi destinate soprattutto all’export. NKHP dispone di due elevatori, banchine portuali profonde e infrastrutture ferroviarie e stradali interne. Le fonti pubbliche lo qualificano come uno dei maggiori complessi russi orientati all’export; la capacità riportata nelle fonti più aggiornate è nell’ordine di 300 mila tonnellate, e le banchine possono gestire navi fino a circa 72 mila tonnellate di portata lorda. In termini strategici, un attacco a questa struttura non equivale tanto a colpire la produzione agricola russa quanto a colpire un nodo della catena di esportazione: la capacità di accumulare, movimentare e spedire via Mar Nero cereali russi. Novorossijsk è infatti uno dei porti cardine dell’export agroalimentare della Federazione. L’attacco va peraltro inquadrato in un contesto di blocco di fatto dei porti del Mar D’Azov, attraverso il quale transita storicamente un quarto dell’export russo di cereali, e di conseguente sovraccarico degli scali di Novossijsk e Taman sul Mar Nero (che a luglio hanno dovuto già limitare l’accesso di camion in entrata), con effetti misurabili in termini di riduzione netta dell’export cerealicolo russo, stando ai dati del mese scorso. Gli attacchi ai porti del Mar Nero in combinazione col blocco di quelli dell’Azov puntano a mettere sotto pressione le rotte attraverso le quali transita oltre il 90% dell’intero export cerealicolo russo, che già risente anche degli attacchi alle navi e dell’aumento dei costi assicurativi. Un avvertimento molto chiaro al Cremlino a far cessare la guerra del grano nuovamente scatenata dalla Russia con gli attacchi sferrati contro il porto di Odessa.

Marco Setaccioli

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Sono piuttosto incuriosito dal modo in cui la Russia interverrà per Wildberries. Secondo più fonti l’azienda aveva già una importante esposizione debitoria, che a questo punto potrebbe diventare assai meno sostenibile e persino problematica per il sistema bancario russo. La distruzione totale di oltre una decina di mega hub equivale ad un danno di parecchi miliardi di dollari sia per le strutture sia per gli articoli andati in fumo, che in molti casi rappresentavano il 100% dell’inventario di aziende terze che sfruttavano le catene logistiche Wildberries per la distribuzione. La mole di denaro che sarà necessaria per ricostruire gli hub e rimborsare i seller potrebbe impattare come una bomba (è proprio il caso di dirlo) su una situazione già molto problematica per gli istituti di credito russi, i quali stanno affrontando una straordinaria crisi di liquidità, ammessa persino dai vertici di Sberbank e che si è già tradotta in un niet delle banche rispetto alla richiesta di acquistare di titoli di Stato, cioè di finanziare il deficit ormai fuori controllo (tanto che anche le aste di luglio sono andate deserte nonostante tassi del 16%). Sebbene ci sia la sostanziale disponibilità mostrata da VTB Bank, è improbabile che l’istituto possa farsi carico di finanziare tutti i costi di ripristino con un credito che peraltro dovrebbe essere molto agevolato per essere sostenibile (i tassi ufficiali in Russia sono attualmente al 14%, cui va aggiunto lo spread applicato dalle banche), inoltre una sottrazione di liquidità di questa portata in favore di un’azienda che potrebbe subire ulteriori attacchi (e diventare dunque insolvente) rischia di esporre enormemente VTB. Da più parti si ipotizza un intervento di Stato e in questo caso l’Ucraina avrebbe raggiunto un ulteriore scopo: distrarre fondi di bilancio per aiutare imprese troppo grandi per lasciarle fallire significa averne meno a disposizione per prolungare la guerra.

Marco Setaccioli

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A seguito dei colpi ucraini ai Wildberries, diverse banche russe hanno segnalato il peggioramento della qualità creditizia relativa a centinaia di imprese e questo conferma la portata dell’operazione che sta tentando Kyiv, la quale abbraccia un’infinità di settori. Innanzitutto va chiarito che, per quanto alcuni continuino a ribadire la natura civile dei magazzini, fino a poco tempo fa era addirittura presente sul catalogo online una sezione denominata “Tutto per l’operazione speciale” con oltre 200.000 prodotti legati alla SVO: caschi balistici, giubbotti antiproiettile, kit medici da combattimento, componenti per droni, sistemi di sgancio munizioni, ecc.. Dopo l’inizio degli attacchi, la categoria è stata eliminata, ma New Voice of Ukraine ha documentato che gli stessi prodotti sono rimasti in vendita, seppure inseriti in altre aree del sito, e restano accessibili con ricerche tipo “SVO kit”, “SVO goods”. CNN ha invece censito 78.000 articoli dopo aver inserito come chiave di ricerca “military supplies”. Questo però è solo uno degli elementi per i quali è forse riduttivo definire Wildberries “la Amazon russa”. Il market online, insieme agli altri principali concorrenti (soprattutto Ozon e Yandex Market) rivestono infatti un ruolo ormai determinante nell’economia del paese. Le sole “bacche selvatiche” nel 2021 hanno fatturato 844 miliardi di rubli, una cifra raddoppiata l’anno successivo e cresciuta esponenzialmente fino ad oggi. La guerra, a guardare i conti della società, è stata in effetti un toccasana, visto che gli introiti, il numero di ordini e gli spazi di magazzino sono aumentati a tassi sempre compresi tra il 50 ed il 100% all’anno, arrivando a far superare al gruppo i 6 trilioni di rubli di fatturato nel 2025, per un valore che sfiora il 3% del PIL russo. La crescita verticale ha in realtà interessato anche Ozon. Nel 2024 i ricavi sono saliti del 45% anno su anno, arrivando a circa 616 miliardi di rubli, con un GMV (cioè quanto è stato materialmente pagato dagli utenti per gli ordini) in aumento del 64% a 2,875 trilioni di rubli. Nel 2025 la crescita è ulteriormente accelerata: ricavi +63% a circa 998 miliardi di rubli e GMV +45% a 4,16 trilioni di rubli. Nel primo trimestre 2026, i ricavi sono aumentati di un ulteriore 49% anno su anno. Wildberries riporta di ben 112 milioni di clienti attivi nel 2025 a fronte dei 150 registrati (dato che include anche Bielorussia e Kazakistan) e Ozon altri 58 milioni. In pratica è difficile trovare un cittadino russo che non abbia effettuato almeno un ordine attraverso questi marketplace. Il grande successo degli acquisti online si spiega innanzitutto con il ritiro improvviso di molte catene occidentali, che hanno permesso alle piattaforme più organizzate di rimpiazzare i marchi usciti dal mercato con surrogati di importazione, soprattutto cinesi. Questo ha fatto sì che i gruppi con maggiore capacità logistica siano stati i maggiori beneficiari dell’effetto combinato delle sanzioni e dell'aumento della spesa pubblica legata alla guerra, la quale ha gonfiato temporaneamente i consumi interni. La crescita smisurata del settore fa sì che i soli tre principali attori del settore fatturino attualmente circa 11 trilioni di rubli e rappresentino il 5-6% del prodotto interno lordo russo. Una cifra che sale all’8,5% se si estende l’analisi all’intero valore del mercato digitale (incluse ad esempio le app per le prenotazioni dei taxi o altri servizi), a fronte di una media europea più contenuta. Il Cremlino stesso incoraggia o comunque non ostacola la crescita delle piattaforme, le quali assolvono al compito di sopperire alla sparizione di imprese occidentali, stimolare i consumi, assorbire occupazione e concentrare in pochi soggetti - normalmente vicini al potere politico - il controllo di vasti settori dell’economia. Quest’ultimo aspetto si sta rivelando la principale vulnerabilità del sistema verticale applicato alla logistica, dal momento che di fatto centinaia di migliaia di piccole e medie imprese russe dipendono dai canali di distribuzione offerti da Wildberries ed Ozon, non solo perché nei mega-hub concentrano gran parte dei loro inventari, ma anche perché spesso non hanno reali alternative per la vendita dei loro prodotti sull’immenso territorio della Federazione Russa. Tutti questi elementi confermano la natura strategica degli attacchi scatenati contro Wildberries, formalmente ideati per interrompere le catene logistiche che consentono la consegna in aree vicine al fronte di materiali militari o dual use. Ma in realtà mirano a generare un effetto domino di portata difficilmente prevedibile. La cancellazione di almeno 1,5 milioni di metri quadrati e di centinaia di milioni di articoli spesso molto costosi ha già causato danni miliardari al gruppo, ma anche a decine di migliaia di piccoli imprenditori, ai quali non spetta alcun rimborso per le merci perse. Questo per effetto delle policy modificate poco prima dell’inizio degli attacchi e ora aggiornate anche da Ozon. Le dimensioni di questi gruppi sono tali che vengono di norma definiti “too big to fail”. L’esposizione debitoria di Wildberries rappresenta un problema potenzialmente enorme per le banche russe, in crisi di liquidità per via dell’isolamento internazionale, e le numerose aziende ridotte sul lastrico dalla distruzione degli inventari non fa che aumentare il volume di crediti deteriorati in pancia agli istituti bancari, i quali faticano a rientrare dei prestiti erogati, alla luce dei tassi folli imposti per combattere l’inflazione (e banche a corto di disponibilità sono anche impossibilitate a finanziare il debito pubblico, acquistando titoli di Stato). Il loro salvataggio rischia quindi di diventare onerosissimo alla luce di un bilancio dissanguato dalla guerra e di un deficit che sta superando abbondantemente anche le peggiori previsioni. Oltre ai danni materiali che vanno compensati e che sono destinati ad aumentare, vista l’incapacità della Russia di impedire gli attacchi, ci sono anche altre questioni non secondarie che vanno considerate nell’ottica della sopravvivenza di queste aziende. Wildberries sta infatti realizzando hub per 260.000 mq in Kazakistan, ma allungare così tanto le linee logistiche comporta tempi di consegna superiori e maggiori costi, erodendo e la competitività. Inoltre necessita di un impiego di volumi di carburante impensabili in un paese che ha metà della propria capacità di raffinazione offline. La mia opinione è che le forze armate ucraine si stiano concentrando su Wildberries per rendere più efficace il contraccolpo economico e non diluire il danno. Ma il passaggio ad Ozon è solo questione di tempo, sebbene i giornali russi si siano lanciati in teorie fantasiose sulla presenza nel suo azionariato di soggetti occidentali, che ne garantirebbero l’immunità. L’attacco ucraino è ad un intero sistema che vale un pezzo enorme dell’economia russa, centinaia di migliaia di posti di lavoro, la sopravvivenza di una miriade di piccole e medie imprese e stabilità delle banche. È una promessa mantenuta: quella di riportare la guerra in casa di chi l’ha iniziata.

Marco Setaccioli

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