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Marco Setaccioli

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Dipendente pubblico, giornalista, attivista pro-Ucraina e dal 2023 scrittore. Complottisti, no-vax, putiniani, negazionisti del cambiamento climatico, anche no!

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Il buongiorno oggi ce lo dà la base aerea di Engels, nella regione russa si Saratov 💥 La base ospita i bombardieri strategici russi (come i Tu-95MS e i Tu-160) regolarmente impiegati per lanciare attacchi missilistici contro l'Ucraina. I residenti delle città di Saratov ed Engels hanno riferito di aver sentito il ronzio tipico dei droni a bassa quota seguito da forti esplosioni a partire dalle 4 del mattino. Canali di monitoraggio indipendenti (tra cui Astra) e video pubblicati sui social mostrano un vasto incendio e dense colonne di fumo che si levano dall'area della base. Le prime analisi dei filmati suggeriscono che l'impatto potrebbe aver colpito un deposito di munizioni o un sito di stoccaggio del carburante per aviazione all'interno dell'installazione militare. L'attacco ha provocato blackout elettrici parziali nella città di Engels. A causa della caduta di detriti e dell'attivazione della contraerea russa proprio sopra le aree residenziali, si sono registrati piccoli incendi anche in alcune case private e, secondo fonti locali, alcune famiglie che vivono ridosso dello scalo militare sono state evacuate.

Il buongiorno oggi ce lo dà la base aerea di Engels, nella regione russa si Saratov 💥 La base ospita i bombardieri strategici russi (come i Tu-95MS e i Tu-160) regolarmente impiegati per lanciare attacchi missilistici contro l'Ucraina. I residenti delle città di Saratov ed Engels hanno riferito di aver sentito il ronzio tipico dei droni a bassa quota seguito da forti esplosioni a partire dalle 4 del mattino. Canali di monitoraggio indipendenti (tra cui Astra) e video pubblicati sui social mostrano un vasto incendio e dense colonne di fumo che si levano dall'area della base. Le prime analisi dei filmati suggeriscono che l'impatto potrebbe aver colpito un deposito di munizioni o un sito di stoccaggio del carburante per aviazione all'interno dell'installazione militare. L'attacco ha provocato blackout elettrici parziali nella città di Engels. A causa della caduta di detriti e dell'attivazione della contraerea russa proprio sopra le aree residenziali, si sono registrati piccoli incendi anche in alcune case private e, secondo fonti locali, alcune famiglie che vivono ridosso dello scalo militare sono state evacuate.

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Nella capitale come in molte altre città fiumi di persone si stanno riversando in strada per contestare la rimozione di Mykhailo Fedorov dal Ministero della Difesa. È l’ennesimo trionfo della democrazia in un paese che non vuole solo sopravvivere alla guerra, ma costruire una nazione moderna, aperta e libera. Chi parla di “regime ucraino” prenda appunti e mi dica se tutto questo è possibile in Russia.

Nella capitale come in molte altre città fiumi di persone si stanno riversando in strada per contestare la rimozione di Mykhailo Fedorov dal Ministero della Difesa. È l’ennesimo trionfo della democrazia in un paese che non vuole solo sopravvivere alla guerra, ma costruire una nazione moderna, aperta e libera. Chi parla di “regime ucraino” prenda appunti e mi dica se tutto questo è possibile in Russia.

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Continua il lavoro degli ucraini per isolare Kherson e la Crimea. Nelle ultime 24 ore si è infatti registrato un secondo colpo al ponte di Chongar, che collega le due regioni, il quale ha costretto le autorità ad interrompere del tutto il transito di mezzi. Attraverso il ponte transitavano dai 70 ai 120 camion giornalieri per il rifornimento del raggruppamento Dnepr, che occupa attualmente parte dell’oblast’ di Kherson pari al 60-70% delle forniture su gomma. L’intero traffico deve essere ora dirottato su Armiansk e Perekop, con conseguente allungamento di almeno 120-150 km di percorso, attraverso strade più strette ed in parte inadatte. Questo comporta un raddoppio dei tempi di trasporto (e dunque un dimezzamento delle capacità di movimentazione totale per ciascun mezzo), l’appesantimento della già grave crisi di carburante e pericolosi incolonnamenti ai checkpoint, che espongono i convogli ai colpi dei droni ucraini. Resta per ora l’alternativa ferroviaria interna che da Rostov, passando per il "corridoio terrestre" occupato (Mariupol-Berdiansk-Melitopol), alimenta le retrovie del fronte. Tuttavia, i treni portano i materiali solo fino ai grandi depositi nodali. Da lì, il trasporto "dell'ultimo miglio" verso la linea di contatto deve avvenire comunque su gomma. Inoltre, la rete ferroviaria nel sud dell'Ucraina è ormai costantemente bersagliata dai droni, che hanno reso anche quella via non più sicura. Il soffocamento logistico delle forze di occupazione di Kherson sta dunque subendo una brusca accelerazione, esponendo la stessa Crimea, annessa illegalmente dal 2014 e nel cui territorio sono in corso attacchi sistematici contro i costosissimi sistemi di difesa, al pericolo di incursioni di sabotatori o di piccole pattuglie di militari, pronti ad azioni fulminee e spettacolari dall’alto valore propagandistico che finirebbero per ridicolizzare l’immagine dell’imbattibilità della Russia, già fortemente compromessa. Comunque la si veda, questa guerra, al di là dell’immensa tragedia che rappresenta per i popoli che sono coinvolti, è destinata a finire nei manuali di strategia militare, sui quali si racconterà come una superpotenza militare sia stata umiliata da una nazione con un quarto della sua popolazione e un decimo del suo PIL grazie a inventiva, resilienza e determinazione.

Continua il lavoro degli ucraini per isolare Kherson e la Crimea. Nelle ultime 24 ore si è infatti registrato un secondo colpo al ponte di Chongar, che collega le due regioni, il quale ha costretto le autorità ad interrompere del tutto il transito di mezzi. Attraverso il ponte transitavano dai 70 ai 120 camion giornalieri per il rifornimento del raggruppamento Dnepr, che occupa attualmente parte dell’oblast’ di Kherson pari al 60-70% delle forniture su gomma. L’intero traffico deve essere ora dirottato su Armiansk e Perekop, con conseguente allungamento di almeno 120-150 km di percorso, attraverso strade più strette ed in parte inadatte. Questo comporta un raddoppio dei tempi di trasporto (e dunque un dimezzamento delle capacità di movimentazione totale per ciascun mezzo), l’appesantimento della già grave crisi di carburante e pericolosi incolonnamenti ai checkpoint, che espongono i convogli ai colpi dei droni ucraini. Resta per ora l’alternativa ferroviaria interna che da Rostov, passando per il "corridoio terrestre" occupato (Mariupol-Berdiansk-Melitopol), alimenta le retrovie del fronte. Tuttavia, i treni portano i materiali solo fino ai grandi depositi nodali. Da lì, il trasporto "dell'ultimo miglio" verso la linea di contatto deve avvenire comunque su gomma. Inoltre, la rete ferroviaria nel sud dell'Ucraina è ormai costantemente bersagliata dai droni, che hanno reso anche quella via non più sicura. Il soffocamento logistico delle forze di occupazione di Kherson sta dunque subendo una brusca accelerazione, esponendo la stessa Crimea, annessa illegalmente dal 2014 e nel cui territorio sono in corso attacchi sistematici contro i costosissimi sistemi di difesa, al pericolo di incursioni di sabotatori o di piccole pattuglie di militari, pronti ad azioni fulminee e spettacolari dall’alto valore propagandistico che finirebbero per ridicolizzare l’immagine dell’imbattibilità della Russia, già fortemente compromessa. Comunque la si veda, questa guerra, al di là dell’immensa tragedia che rappresenta per i popoli che sono coinvolti, è destinata a finire nei manuali di strategia militare, sui quali si racconterà come una superpotenza militare sia stata umiliata da una nazione con un quarto della sua popolazione e un decimo del suo PIL grazie a inventiva, resilienza e determinazione.

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Sono sufficientemente amico dell’Ucraina per non rischiare di essere frainteso quando scrivo di essere tra i tanti che non concordano con la rimozione di Mykhailo Fedorov dal Ministero della difesa. Ho profondo rispetto per le dinamiche politiche interne di un paese sovrano, ma ritengo che questa mossa, compiuta nell’ambito di un rimpasto probabilmente necessario, rischi di causare più problemi di quanti ne risolva e di risultare incomprensibile al popolo, che, infatti, si sta già mobilitando. Si sa che all’origine dell’avvicendamento c’è lo scontro tra lo stesso Fedorov ed il Comandante in capo Oleksandr Syrsky e che gran parte delle questioni ruotano attorno alle commesse della Difesa, a loro volta collegate a due diverse concezioni della guerra. Facendo tesoro della sua esperienza da Ministro per l’Innovazione tecnologica, Fedorov ha premuto per un approccio asimmetrico e digitale. La sua filosofia parte dalla constatazione che con il costo di un singolo proiettile d'artiglieria tradizionale si possono acquistare 10 droni FPV ad alta precisione. Ha quindi spinto massicciamente per deviare fondi verso la produzione domestica di droni, guerra elettronica (EW) e software di tracciamento dati. Ha anche creato un "marketplace" digitale (DOT-Chain) dove le brigate al fronte possono ordinare direttamente i droni di cui hanno bisogno in base all'efficacia reale registrata sul campo (attraverso piattaforme di tracciamento dati come DELTA). Questo elimina la burocrazia centrale e premia i produttori ucraini più innovativi, un sistema che ha stimolato lo sviluppo tecnologico, fatto nascere centinaia di start-up e assicurato all’Ucraina un primato assoluto nel settore. Syrsky e lo Stato Maggiore ritengono che, per quanto utili, i droni non possano sostituire la potenza di fuoco pesante e la tenuta della linea di fronte che solo l'artiglieria convenzionale e i sistemi missilistici pesanti possono garantire. Va da sé che Fedorov, centralizzando presso il Ministero gli acquisti, ha sottratto ricchi appalti ad imprese storicamente vicine all’apparato militare, ma ha anche puntato tutto sulla trasparenza dei conti e sulla tracciabilità dei flussi, sbloccando fondi per 60 miliardi di grivne e diventando per questo estremamente popolare sia in patria che tra gli alleati. Fedorov era la migliore garanzia sia per i governi nazionali sia per l’UE del corretto impiego dei fondi per la difesa. Come ho scritto in un recente post, pubblicando questa stessa foto, Fedorov ha riscritto le regole della guerra. E aggiungo che è diventato anche per questo uno dei volti internazionali di un’Ucraina che vuole guardare avanti, al futuro, all’innovazione, alla trasparenza e al merito. Ha semmai commesso l’errore di sottovalutare il peso ineludibile che in un paese in guerra hanno le forze armate. Qualcosa si sta muovendo. Già ieri sera sparuti gruppi di manifestanti sono scesi in strada per contestare la scelta di Zelensky, come in una democrazia sana è giusto che accada e personalmente mi auguro di rivedere le piazze piene di gente con cartelli in mano che ricordino sempre a chi governa che il potere appartiene al popolo e che nell’interesse del popolo ogni decisione deve essere presa. Chiudo questo post con WE WILL WIN. Non perché sia necessariamente in tema, ma perché è quello che, come si vede da questo breve video, Fedorov ha scritto sulla mia bandiera. #SlavaUkraïni

Sono sufficientemente amico dell’Ucraina per non rischiare di essere frainteso quando scrivo di essere tra i tanti che non concordano con la rimozione di Mykhailo Fedorov dal Ministero della difesa. Ho profondo rispetto per le dinamiche politiche interne di un paese sovrano, ma ritengo che questa mossa, compiuta nell’ambito di un rimpasto probabilmente necessario, rischi di causare più problemi di quanti ne risolva e di risultare incomprensibile al popolo, che, infatti, si sta già mobilitando. Si sa che all’origine dell’avvicendamento c’è lo scontro tra lo stesso Fedorov ed il Comandante in capo Oleksandr Syrsky e che gran parte delle questioni ruotano attorno alle commesse della Difesa, a loro volta collegate a due diverse concezioni della guerra. Facendo tesoro della sua esperienza da Ministro per l’Innovazione tecnologica, Fedorov ha premuto per un approccio asimmetrico e digitale. La sua filosofia parte dalla constatazione che con il costo di un singolo proiettile d'artiglieria tradizionale si possono acquistare 10 droni FPV ad alta precisione. Ha quindi spinto massicciamente per deviare fondi verso la produzione domestica di droni, guerra elettronica (EW) e software di tracciamento dati. Ha anche creato un "marketplace" digitale (DOT-Chain) dove le brigate al fronte possono ordinare direttamente i droni di cui hanno bisogno in base all'efficacia reale registrata sul campo (attraverso piattaforme di tracciamento dati come DELTA). Questo elimina la burocrazia centrale e premia i produttori ucraini più innovativi, un sistema che ha stimolato lo sviluppo tecnologico, fatto nascere centinaia di start-up e assicurato all’Ucraina un primato assoluto nel settore. Syrsky e lo Stato Maggiore ritengono che, per quanto utili, i droni non possano sostituire la potenza di fuoco pesante e la tenuta della linea di fronte che solo l'artiglieria convenzionale e i sistemi missilistici pesanti possono garantire. Va da sé che Fedorov, centralizzando presso il Ministero gli acquisti, ha sottratto ricchi appalti ad imprese storicamente vicine all’apparato militare, ma ha anche puntato tutto sulla trasparenza dei conti e sulla tracciabilità dei flussi, sbloccando fondi per 60 miliardi di grivne e diventando per questo estremamente popolare sia in patria che tra gli alleati. Fedorov era la migliore garanzia sia per i governi nazionali sia per l’UE del corretto impiego dei fondi per la difesa. Come ho scritto in un recente post, pubblicando questa stessa foto, Fedorov ha riscritto le regole della guerra. E aggiungo che è diventato anche per questo uno dei volti internazionali di un’Ucraina che vuole guardare avanti, al futuro, all’innovazione, alla trasparenza e al merito. Ha semmai commesso l’errore di sottovalutare il peso ineludibile che in un paese in guerra hanno le forze armate. Qualcosa si sta muovendo. Già ieri sera sparuti gruppi di manifestanti sono scesi in strada per contestare la scelta di Zelensky, come in una democrazia sana è giusto che accada e personalmente mi auguro di rivedere le piazze piene di gente con cartelli in mano che ricordino sempre a chi governa che il potere appartiene al popolo e che nell’interesse del popolo ogni decisione deve essere presa. Chiudo questo post con WE WILL WIN. Non perché sia necessariamente in tema, ma perché è quello che, come si vede da questo breve video, Fedorov ha scritto sulla mia bandiera. #SlavaUkraïni

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L’operazione speciale procede spedita. Di questo passo infatti la Russia completerà la conquista del Donbas nel marzo del 2040 al modico costo di 6.574.000 perdite tra morti e feriti. Trovo sempre interessante leggere dai commenti e dai post dei vari fan del regime fascista russo (dicevano i latini che de gustibus non disputandum est) tanto trionfalismo per la conquista, peraltro non vera, di Kostiantynivka, come se l’umanità intera dovesse trarre un vantaggio collettivo dal fatto che una dittatura assassina causi milioni di morti e commetta crimini indicibili pur di sottrarre illegalmente territorio ad uno stato sovrano. Le dissonanze cognitive ed i traumi psicologici di questa frustrata porzione della società non sono il mio campo. Lo è invece capire cosa non sia chiaro di quello che sta realmente avvenendo in Ucraina. Il Cremlino ha infatti diffuso un video senza data e senza luogo di un briefing tra un Putin dall’espressione torva ed evidentemente preoccupato ed i vertici militari. Un incontro spacciato per una visita al fronte, ma che a giudicare dall’allestimento impeccabile, dalle luci cinematografiche, l’audio pulito e la strumentazione utilizzata si è svolto in uno dei vari teatri di posa che, secondo varie inchieste giornalistiche, sono stati allestiti nelle residenze dello zar o alla periferia di Mosca proprio per queste scenette. Il capo di Stato maggiore Gerasimov durante il briefing mostra le mappe del “progressi” delle truppe russe, illustrando una linea del fronte irrealistica e derisa dagli stessi Z-blogger russi. Le differenze rispetto alla linea reale sono macroscopiche, discostandosi talvolta anche di decine di km (alcune immagini le ho prese da un post di Parabellum (Mirko Campochiari)), ma tracciate utilizzando la tecnica degli sbandieratori, fotografando cioè dei poveracci spediti di nascosto dietro la linea del fronte a sventolare una bandiera russa per far credere che il tale villaggio sia stato preso, salvo poi essere eliminati o catturati dagli ucraini. A Kostiantynivka le battaglie sono in realtà ancora in corso e secondo i milblogger russi continueranno per settimane. Perché da un lato il Cremlino ha bisogno di una vittoria anche di Pirro che provi l’inarrestabile avanzata del secondo esercito più forte in Ucraina. Dall’altro l’esigenza di Kyiv non è quella di difendere macerie ma di dissanguare l’avversario, facendo pagare a caro prezzo ogni passo. Prova ne è il fatto che la conquista di Kostiantynivka sia in realtà un ripiego rispetto ai progetti originali. Sebbene ora venga spacciata come obiettivo, doveva essere semplicemente la tappa intermedia di una cavalcata. Nelle direttive strategiche dello Stato Maggiore russo, la città doveva essere presa di slancio attraverso una massiccia manovra a tenaglia da nord, con una spinta che doveva arrivare da Izjum e Lyman, scendendo verso Sloviansk e Kramatorsk. Da sud l'avanzata doveva risalire da Avdiivka e Marinka per tagliare le linee di rifornimento ucraine. Puntare tutto su Kostiantynivka è la prova del fallimento di questi piani e non di una vittoria. Il fronte in quella zona peraltro avanza di 50 metri al giorno. Nell’area di Pokrovsk si arriva a 70. Nel mese di giugno il guadagno reale è stato, secondo i calcoli di ISW di 30,42 km quadrati, facendo quindi salire a 1.298 le perdite per ogni km quadrato occupato. Per completare la presa del Donetsk ne mancano ancora 5.065. A conti fatti, con questo ritmo ci vorranno 14 anni e il sacrificio di un terzo dell’intera popolazione russa compresa tra i 18 e i 40 anni. E parliamo, lo ribadisco, del costo di ciò che resta da conquistare di una sola regione. Sempre ammesso, ovviamente, che la situazione non peggiori. Perché la tecnologia dei droni ucraini corre assai più velocemente di quella russa, le catene logistiche compromesse ed enormemente allungate per non esporre depositi di munizioni e carburanti stanno causando un drammatico rallentamento della capacità offensiva delle forze di Mosca. Inoltre dopo Kostiantynivka ci sono le alture fortificate che proteggono l'agglomerato urbano di Kramatorsk e Sloviansk. Senza il controllo delle grandi arterie stradali che scendono da nord, una linea di rifornimento russa allungata fino a Kostiantynivka rimarrebbe costantemente esposta al fuoco dell'artiglieria e ai droni ucraini posizionati sulle colline circostanti. Continuare a mostrare ossessivamente piccole vittorie tattiche da parte dei soliti noti serve solo a nascondere un sempre più clamoroso fallimento strategico, che si aggiunge a quello economico, di credibilità internazionale e politico. Un fallimento che nemmeno le espressioni facciali di un bugiardo seriale come Putin possono più nascondere.

L’operazione speciale procede spedita. Di questo passo infatti la Russia completerà la conquista del Donbas nel marzo del 2040 al modico costo di 6.574.000 perdite tra morti e feriti. Trovo sempre interessante leggere dai commenti e dai post dei vari fan del regime fascista russo (dicevano i latini che de gustibus non disputandum est) tanto trionfalismo per la conquista, peraltro non vera, di Kostiantynivka, come se l’umanità intera dovesse trarre un vantaggio collettivo dal fatto che una dittatura assassina causi milioni di morti e commetta crimini indicibili pur di sottrarre illegalmente territorio ad uno stato sovrano. Le dissonanze cognitive ed i traumi psicologici di questa frustrata porzione della società non sono il mio campo. Lo è invece capire cosa non sia chiaro di quello che sta realmente avvenendo in Ucraina. Il Cremlino ha infatti diffuso un video senza data e senza luogo di un briefing tra un Putin dall’espressione torva ed evidentemente preoccupato ed i vertici militari. Un incontro spacciato per una visita al fronte, ma che a giudicare dall’allestimento impeccabile, dalle luci cinematografiche, l’audio pulito e la strumentazione utilizzata si è svolto in uno dei vari teatri di posa che, secondo varie inchieste giornalistiche, sono stati allestiti nelle residenze dello zar o alla periferia di Mosca proprio per queste scenette. Il capo di Stato maggiore Gerasimov durante il briefing mostra le mappe del “progressi” delle truppe russe, illustrando una linea del fronte irrealistica e derisa dagli stessi Z-blogger russi. Le differenze rispetto alla linea reale sono macroscopiche, discostandosi talvolta anche di decine di km (alcune immagini le ho prese da un post di Parabellum (Mirko Campochiari)), ma tracciate utilizzando la tecnica degli sbandieratori, fotografando cioè dei poveracci spediti di nascosto dietro la linea del fronte a sventolare una bandiera russa per far credere che il tale villaggio sia stato preso, salvo poi essere eliminati o catturati dagli ucraini. A Kostiantynivka le battaglie sono in realtà ancora in corso e secondo i milblogger russi continueranno per settimane. Perché da un lato il Cremlino ha bisogno di una vittoria anche di Pirro che provi l’inarrestabile avanzata del secondo esercito più forte in Ucraina. Dall’altro l’esigenza di Kyiv non è quella di difendere macerie ma di dissanguare l’avversario, facendo pagare a caro prezzo ogni passo. Prova ne è il fatto che la conquista di Kostiantynivka sia in realtà un ripiego rispetto ai progetti originali. Sebbene ora venga spacciata come obiettivo, doveva essere semplicemente la tappa intermedia di una cavalcata. Nelle direttive strategiche dello Stato Maggiore russo, la città doveva essere presa di slancio attraverso una massiccia manovra a tenaglia da nord, con una spinta che doveva arrivare da Izjum e Lyman, scendendo verso Sloviansk e Kramatorsk. Da sud l'avanzata doveva risalire da Avdiivka e Marinka per tagliare le linee di rifornimento ucraine. Puntare tutto su Kostiantynivka è la prova del fallimento di questi piani e non di una vittoria. Il fronte in quella zona peraltro avanza di 50 metri al giorno. Nell’area di Pokrovsk si arriva a 70. Nel mese di giugno il guadagno reale è stato, secondo i calcoli di ISW di 30,42 km quadrati, facendo quindi salire a 1.298 le perdite per ogni km quadrato occupato. Per completare la presa del Donetsk ne mancano ancora 5.065. A conti fatti, con questo ritmo ci vorranno 14 anni e il sacrificio di un terzo dell’intera popolazione russa compresa tra i 18 e i 40 anni. E parliamo, lo ribadisco, del costo di ciò che resta da conquistare di una sola regione. Sempre ammesso, ovviamente, che la situazione non peggiori. Perché la tecnologia dei droni ucraini corre assai più velocemente di quella russa, le catene logistiche compromesse ed enormemente allungate per non esporre depositi di munizioni e carburanti stanno causando un drammatico rallentamento della capacità offensiva delle forze di Mosca. Inoltre dopo Kostiantynivka ci sono le alture fortificate che proteggono l'agglomerato urbano di Kramatorsk e Sloviansk. Senza il controllo delle grandi arterie stradali che scendono da nord, una linea di rifornimento russa allungata fino a Kostiantynivka rimarrebbe costantemente esposta al fuoco dell'artiglieria e ai droni ucraini posizionati sulle colline circostanti. Continuare a mostrare ossessivamente piccole vittorie tattiche da parte dei soliti noti serve solo a nascondere un sempre più clamoroso fallimento strategico, che si aggiunge a quello economico, di credibilità internazionale e politico. Un fallimento che nemmeno le espressioni facciali di un bugiardo seriale come Putin possono più nascondere.

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Gli attacchi ucraini di queste settimane stanno trasformando la Crimea in un luogo invivibile. La penisola si trova attualmente divisa in fasce di gravità, con blackout che non sono più semplici interruzioni temporanee, ma veri e propri distacchi strutturali (nel video la centrale di Balaklava, dopo l’attacco di ieri). Nei distretti settentrionali e centrali, in particolare a Dzhankoi (snodo logistico e ferroviario vitale per le truppe russe), Armyansk e Krasnoperekopsk, intere comunità sono rimaste completamente senza elettricità per oltre sette giorni consecutivi. Nelle località balneari come Alushta, Yevpatoria e villaggi limitrofi, l'energia elettrica viene erogata secondo un severissimo piano di razionamento rotativo: solo 2 ore di luce a fronte di 10-12 ore di blackout continuo. A Sebastopoli (550.000 abitanti) e Simferopoli, i blackout interessano la quasi totalità della popolazione civile, con turnazioni di 2 ore di elettricità seguite da 6 ore di distacco programmato. La corrente viene garantita in modo prioritario solo ai comandi militari, ai sistemi di difesa aerea e ad alcune strutture governative ed ospedaliere. Il collasso prolungato della rete elettrica ha innescato un effetto a catena estremamente pesante sulla vita quotidiana e sulle attività economiche. Innanzitutto la crisi idrica ed emergenza sanitaria: Il fermo delle stazioni di pompaggio elettriche ha interrotto l'erogazione dell'acqua corrente in molti distretti (come quello di Rozdolne). Nei villaggi rurali del nord, l'acqua potabile distribuita con le autobotti ha raggiunto prezzi esorbitanti a causa del costo del carburante per i trasporti. Senza ripetitori alimentati, ampie porzioni della penisola sono isolate, prive di segnale telefonico e connessione internet. Gli sportelli bancomat (ATM) sono fuori servizio e i distributori di carburante faticano a erogare benzina, costringendo i negozi rimasti aperti (grazie a piccoli generatori d'emergenza) ad accettare esclusivamente pagamenti in contanti. Le spiagge di Feodosia, Sudak e Yalta sono deserte. La mancanza di servizi essenziali, aria condizionata e acqua ha spinto i turisti russi a cancellare le prenotazioni e molti coloni a tentare di lasciare la penisola, creando lunghe code di auto verso il ponte di Kerch. Ovviamente la mancanza di energia, acqua, comunicazioni e carburanti causa problemi insormontabili di approvvigionamento anche alle forze armate ed ai sistemi di difesa della penisola, la quale, secondo molti analisti, è destinata a svuotarsi e a rendere costosissima ed insostenibile la sua difesa ad oltranza da parte della Russia.

Gli attacchi ucraini di queste settimane stanno trasformando la Crimea in un luogo invivibile. La penisola si trova attualmente divisa in fasce di gravità, con blackout che non sono più semplici interruzioni temporanee, ma veri e propri distacchi strutturali (nel video la centrale di Balaklava, dopo l’attacco di ieri). Nei distretti settentrionali e centrali, in particolare a Dzhankoi (snodo logistico e ferroviario vitale per le truppe russe), Armyansk e Krasnoperekopsk, intere comunità sono rimaste completamente senza elettricità per oltre sette giorni consecutivi. Nelle località balneari come Alushta, Yevpatoria e villaggi limitrofi, l'energia elettrica viene erogata secondo un severissimo piano di razionamento rotativo: solo 2 ore di luce a fronte di 10-12 ore di blackout continuo. A Sebastopoli (550.000 abitanti) e Simferopoli, i blackout interessano la quasi totalità della popolazione civile, con turnazioni di 2 ore di elettricità seguite da 6 ore di distacco programmato. La corrente viene garantita in modo prioritario solo ai comandi militari, ai sistemi di difesa aerea e ad alcune strutture governative ed ospedaliere. Il collasso prolungato della rete elettrica ha innescato un effetto a catena estremamente pesante sulla vita quotidiana e sulle attività economiche. Innanzitutto la crisi idrica ed emergenza sanitaria: Il fermo delle stazioni di pompaggio elettriche ha interrotto l'erogazione dell'acqua corrente in molti distretti (come quello di Rozdolne). Nei villaggi rurali del nord, l'acqua potabile distribuita con le autobotti ha raggiunto prezzi esorbitanti a causa del costo del carburante per i trasporti. Senza ripetitori alimentati, ampie porzioni della penisola sono isolate, prive di segnale telefonico e connessione internet. Gli sportelli bancomat (ATM) sono fuori servizio e i distributori di carburante faticano a erogare benzina, costringendo i negozi rimasti aperti (grazie a piccoli generatori d'emergenza) ad accettare esclusivamente pagamenti in contanti. Le spiagge di Feodosia, Sudak e Yalta sono deserte. La mancanza di servizi essenziali, aria condizionata e acqua ha spinto i turisti russi a cancellare le prenotazioni e molti coloni a tentare di lasciare la penisola, creando lunghe code di auto verso il ponte di Kerch. Ovviamente la mancanza di energia, acqua, comunicazioni e carburanti causa problemi insormontabili di approvvigionamento anche alle forze armate ed ai sistemi di difesa della penisola, la quale, secondo molti analisti, è destinata a svuotarsi e a rendere costosissima ed insostenibile la sua difesa ad oltranza da parte della Russia.

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La fuga dalla Crimea si sta concretizzando a giudicare dalle code formatesi ieri in uscita, in direzione del ponte di Kerch. Il transito però viene costantemente interrotto a causa dei rischi di attacchi con droni e Neptune. Anche il traffico ferroviario è in tilt e i treni cancellati hanno scatenato panico e proteste. Sulla penisola nel frattempo stanotte sono proseguiti gli attacchi a depositi di carburante e infrastrutture ferroviarie. Colpita anche una base del FSB vicino ad Armiansk, nel nord della Crimea, e quasi certamente un sistema di difesa Pantsir-S1, nei pressi della centrale Tavričeskaja. Oltre al blocco completo della vendita di carburante, da ieri sono iniziati anche i blackout programmati (con tanto di invito alla popolazione a ridurre i consumi) e a Sebastopoli è stato istituito un temporaneo coprifuoco. Prosegue anche il lavoro della resistenza, che sta offrendo aiuto a quanti avessero deciso di disertare a seguito delle migliaia di chiamate per la mobilitazione arrivate ai crimeani, mentre continuano a pubblicare sui canali gli stratagemmi disperati utilizzati dai russi per tentare di camuffare le poche cisterne superstiti. Nella foto se ne vedono due sulle quali è stato scritto “latte”. Su una di queste è stato anche montato un telaio che, una volta ricoperto, possa far sembrare il mezzo un normale camion. Nelle aree del sud occupato, si segnala soprattutto un massiccio attacco su Berdyansk, uno dei principali snodi logistici del corridoio terrestre che collega i territori sottratti all’Ucraina nella fascia meridionale.

La fuga dalla Crimea si sta concretizzando a giudicare dalle code formatesi ieri in uscita, in direzione del ponte di Kerch. Il transito però viene costantemente interrotto a causa dei rischi di attacchi con droni e Neptune. Anche il traffico ferroviario è in tilt e i treni cancellati hanno scatenato panico e proteste. Sulla penisola nel frattempo stanotte sono proseguiti gli attacchi a depositi di carburante e infrastrutture ferroviarie. Colpita anche una base del FSB vicino ad Armiansk, nel nord della Crimea, e quasi certamente un sistema di difesa Pantsir-S1, nei pressi della centrale Tavričeskaja. Oltre al blocco completo della vendita di carburante, da ieri sono iniziati anche i blackout programmati (con tanto di invito alla popolazione a ridurre i consumi) e a Sebastopoli è stato istituito un temporaneo coprifuoco. Prosegue anche il lavoro della resistenza, che sta offrendo aiuto a quanti avessero deciso di disertare a seguito delle migliaia di chiamate per la mobilitazione arrivate ai crimeani, mentre continuano a pubblicare sui canali gli stratagemmi disperati utilizzati dai russi per tentare di camuffare le poche cisterne superstiti. Nella foto se ne vedono due sulle quali è stato scritto “latte”. Su una di queste è stato anche montato un telaio che, una volta ricoperto, possa far sembrare il mezzo un normale camion. Nelle aree del sud occupato, si segnala soprattutto un massiccio attacco su Berdyansk, uno dei principali snodi logistici del corridoio terrestre che collega i territori sottratti all’Ucraina nella fascia meridionale.

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Nottata intensissima in Crimea. Secondo i canali di monitoraggio gli allarmi hanno cominciato a risuonare poco dopo le 23, orario in cui il transito sul ponte di Kerch è stato bloccato. Alle 23:50 i residenti del nodo ferroviario di Džankoj hanno segnalato raffiche di armi da fuoco e forti esplosioni. I satelliti confermano un incendio vicino al villaggio di Izumrudne, nei pressi del ponte che attraversa il Canale della Crimea Settentrionale. Tra l’1:43 e l’1:57 l'attenzione si è concentrata sulla punta orientale della penisola, nella zona di Kerch. Un'esplosione violentissima ha scosso la zona del monte Mitridat. Poco dopo, si è sentito il ronzio dei droni e i residenti hanno filmato il tracciato delle contraeree e l'azione frenetica dei "gruppi mobili di fuoco" che sparavano verso il cielo nel tentativo di intercettare i vettori. Tra le 2 e le tre sono stati colpiti il distretto di Sovetskij (dove è saltata la corrente elettrica per circa 15 minuti e dove si registra un incendio alla sottostazione elettrica "NS-2", vitale per il funzionamento delle pompe idriche), Feodosia (dove dei droni hanno attaccato diversi punti intorno alla città) e di nuovo Kerch (con un ulteriore impatto sul terminal petrolifero TES-Terminal-1, che in realtà stava ancora bruciando a causa di un precedente attacco). Poco dopo, nel vicino villaggio di Glazovka, la contraerea russa ha abbattuto un drone che è precipitato in una zona residenziale. Poco prima delle 5 sono state avvertite forti esplosioni quasi simultaneamente ai due lati opposti della penisola, svegliando gli abitanti di Ščelkino (vicino a una centrale nucleare mai completata) e Krasnoperekopsk, nel nord. Sotto tiro anche l’altra sponda dello stretto di Kerch, il terminal di Kavkaz, dove sono stati colpiti diversi traghetti. Fiamme si sono registrate pure alla stazione ferroviaria "Južnaja", sempre a Kerch, snodo cruciale per la movimentazione dei convogli militari russi. Colpiti inoltre i costosissimi sistemi di difesa S-300 ed S-400 dispiegati nella zona. Gli ucraini hanno potuto osservare anche come l’imbuto di traffico civile creatosi nella zona abbia paralizzato di fatto i mezzi militari. Pochi minuti fa è arrivata anche la conferma del danneggiamento della centrale termoelettrica di Kerch, dove un serbatoio ha preso fuoco causando una scia di fumo lunga 47 km. Più a nord, ad Arabat e Henichesk, altri incendi hanno colpito diverse aree di concentrazione delle truppe russe dislocate lungo la striscia di terra che collega la Crimea alla terraferma. Altri droni hanno attaccato la costa occidentale, puntando a saturare le difese e mappare frequenze radar. Tutto lascia presagire che gli assalti continueranno a crescere per numero ed intensità col chiaro scopo di trasformare la celebre riviera dell’impero putiniano, l’Eden illecitamente occupato 12 anni fa, in un inferno in terra. Una gigantesca, inospitale e spopolata base militare sotto costante assedio.

Nottata intensissima in Crimea. Secondo i canali di monitoraggio gli allarmi hanno cominciato a risuonare poco dopo le 23, orario in cui il transito sul ponte di Kerch è stato bloccato. Alle 23:50 i residenti del nodo ferroviario di Džankoj hanno segnalato raffiche di armi da fuoco e forti esplosioni. I satelliti confermano un incendio vicino al villaggio di Izumrudne, nei pressi del ponte che attraversa il Canale della Crimea Settentrionale. Tra l’1:43 e l’1:57 l'attenzione si è concentrata sulla punta orientale della penisola, nella zona di Kerch. Un'esplosione violentissima ha scosso la zona del monte Mitridat. Poco dopo, si è sentito il ronzio dei droni e i residenti hanno filmato il tracciato delle contraeree e l'azione frenetica dei "gruppi mobili di fuoco" che sparavano verso il cielo nel tentativo di intercettare i vettori. Tra le 2 e le tre sono stati colpiti il distretto di Sovetskij (dove è saltata la corrente elettrica per circa 15 minuti e dove si registra un incendio alla sottostazione elettrica "NS-2", vitale per il funzionamento delle pompe idriche), Feodosia (dove dei droni hanno attaccato diversi punti intorno alla città) e di nuovo Kerch (con un ulteriore impatto sul terminal petrolifero TES-Terminal-1, che in realtà stava ancora bruciando a causa di un precedente attacco). Poco dopo, nel vicino villaggio di Glazovka, la contraerea russa ha abbattuto un drone che è precipitato in una zona residenziale. Poco prima delle 5 sono state avvertite forti esplosioni quasi simultaneamente ai due lati opposti della penisola, svegliando gli abitanti di Ščelkino (vicino a una centrale nucleare mai completata) e Krasnoperekopsk, nel nord. Sotto tiro anche l’altra sponda dello stretto di Kerch, il terminal di Kavkaz, dove sono stati colpiti diversi traghetti. Fiamme si sono registrate pure alla stazione ferroviaria "Južnaja", sempre a Kerch, snodo cruciale per la movimentazione dei convogli militari russi. Colpiti inoltre i costosissimi sistemi di difesa S-300 ed S-400 dispiegati nella zona. Gli ucraini hanno potuto osservare anche come l’imbuto di traffico civile creatosi nella zona abbia paralizzato di fatto i mezzi militari. Pochi minuti fa è arrivata anche la conferma del danneggiamento della centrale termoelettrica di Kerch, dove un serbatoio ha preso fuoco causando una scia di fumo lunga 47 km. Più a nord, ad Arabat e Henichesk, altri incendi hanno colpito diverse aree di concentrazione delle truppe russe dislocate lungo la striscia di terra che collega la Crimea alla terraferma. Altri droni hanno attaccato la costa occidentale, puntando a saturare le difese e mappare frequenze radar. Tutto lascia presagire che gli assalti continueranno a crescere per numero ed intensità col chiaro scopo di trasformare la celebre riviera dell’impero putiniano, l’Eden illecitamente occupato 12 anni fa, in un inferno in terra. Una gigantesca, inospitale e spopolata base militare sotto costante assedio.

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Un nuovo criminale attacco di frustrazione su Kyiv ha colpito abitazioni civili e causato almeno 7 morti e 24 feriti. Ma il bilancio potrebbe peggiorare perché a Podil un edificio è parzialmente crollato e potrebbero esserci ancora residenti intrappolati sotto le macerie. L’attacco è stato condotto con missili Kalibr e Zircon. I primi sono stati tutti abbattuti (come avvenuto in praticamente tutti gli ultimi lanci contro l’Ucraina), ma gli altri, essendo ipersonici, hanno bucato le difese. Numerosi anche i droni kamikaze, il cui impatto è abbattimento ha provocato diversi incendi. Il regime fascista di Putin deve essere fermato o questo potrà succedere a chiunque altro, come purtroppo la storia ci ha già insegnato.

Un nuovo criminale attacco di frustrazione su Kyiv ha colpito abitazioni civili e causato almeno 7 morti e 24 feriti. Ma il bilancio potrebbe peggiorare perché a Podil un edificio è parzialmente crollato e potrebbero esserci ancora residenti intrappolati sotto le macerie. L’attacco è stato condotto con missili Kalibr e Zircon. I primi sono stati tutti abbattuti (come avvenuto in praticamente tutti gli ultimi lanci contro l’Ucraina), ma gli altri, essendo ipersonici, hanno bucato le difese. Numerosi anche i droni kamikaze, il cui impatto è abbattimento ha provocato diversi incendi. Il regime fascista di Putin deve essere fermato o questo potrà succedere a chiunque altro, come purtroppo la storia ci ha già insegnato.

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Le sanzioni ucraine questa notte hanno raggiunto la raffineria di Slavyansk-na-Kubani, in Kuban, regione di Krasnodar. L’impianto, che serve l’intera area circostante e rifornisce la Crimea occupata, era già stato preso di mira in passato. Il colpo inferto questa notte ha però causato danni importanti. La colonna di fumo sprigionatasi dalle fiamme è lunga oltre 100 km. In Crimea è stata invece colpita la centrale di Saki. I residenti della zona hanno riferito di ben 16 esplosioni ravvicinate che hanno interessato serbatoi di stoccaggio e parti elettriche. Molte basi della costa occidentale, inclusi i radar e i sistemi di guerra elettronica legati all’aeroporto militare di Novofedorovka (Saki), dipendono da questa rete. I tecnici segnalano che l'incendio sta provocando un collasso delle linee di trasmissione da 110 kV, isolando elettricamente un intero quadrante costiero. L’impianto produceva anche acqua calda per tutta la zona. Il doppio colpo non fa che complicare ulteriormente la situazione, già compromesssa, della penisola, dove ieri era ripresa parzialmente la vendita di benzina in alcuni distributori, grazie ad una quarantina di cisterne che hanno potuto attraversare il ponte di Kerch, approfittando dell’intenso traffico di civili in uscita, che avrebbe impedito ai droni ucraini di attaccarli. Poco più di un pannicello caldo, per una regione nella quale vivono 2,4 milioni di persone.

Le sanzioni ucraine questa notte hanno raggiunto la raffineria di Slavyansk-na-Kubani, in Kuban, regione di Krasnodar. L’impianto, che serve l’intera area circostante e rifornisce la Crimea occupata, era già stato preso di mira in passato. Il colpo inferto questa notte ha però causato danni importanti. La colonna di fumo sprigionatasi dalle fiamme è lunga oltre 100 km. In Crimea è stata invece colpita la centrale di Saki. I residenti della zona hanno riferito di ben 16 esplosioni ravvicinate che hanno interessato serbatoi di stoccaggio e parti elettriche. Molte basi della costa occidentale, inclusi i radar e i sistemi di guerra elettronica legati all’aeroporto militare di Novofedorovka (Saki), dipendono da questa rete. I tecnici segnalano che l'incendio sta provocando un collasso delle linee di trasmissione da 110 kV, isolando elettricamente un intero quadrante costiero. L’impianto produceva anche acqua calda per tutta la zona. Il doppio colpo non fa che complicare ulteriormente la situazione, già compromesssa, della penisola, dove ieri era ripresa parzialmente la vendita di benzina in alcuni distributori, grazie ad una quarantina di cisterne che hanno potuto attraversare il ponte di Kerch, approfittando dell’intenso traffico di civili in uscita, che avrebbe impedito ai droni ucraini di attaccarli. Poco più di un pannicello caldo, per una regione nella quale vivono 2,4 milioni di persone.

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Mosca stamattina. La raffineria colpita dai droni ucraini soddisfa circa il 40% del fabbisogno di benzina della capitale e il 50% del fabbisogno di diesel. L'azienda è il principale fornitore di carburante per gli aeroporti della capitale e la sua produzione alimenta un veicolo su tre a Mosca. The war is back home 😎

Mosca stamattina. La raffineria colpita dai droni ucraini soddisfa circa il 40% del fabbisogno di benzina della capitale e il 50% del fabbisogno di diesel. L'azienda è il principale fornitore di carburante per gli aeroporti della capitale e la sua produzione alimenta un veicolo su tre a Mosca. The war is back home 😎

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«I dittatori e gli autocrati vogliono che tu diventi di nuovo presidente, perché capiscono perfettamente che è facile manipolarti con le lusinghe e le adulazioni». Lo aveva detto Kamala Harris durante un dibattito con Trump durante la campagna elettorale del 2024.

«I dittatori e gli autocrati vogliono che tu diventi di nuovo presidente, perché capiscono perfettamente che è facile manipolarti con le lusinghe e le adulazioni». Lo aveva detto Kamala Harris durante un dibattito con Trump durante la campagna elettorale del 2024.

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Commuovente. Un piccolo ucraino parla alla sua sorellina degli allarmi aerei. “Hai paura degli allarmi aerei? È tutto a posto. Papà è con te, mamma è con te, io sono con te e i nonni sono con te. Non temere, è solo un rumore sgradevole. Finirà presto”. (United 24) ❤️

Commuovente. Un piccolo ucraino parla alla sua sorellina degli allarmi aerei. “Hai paura degli allarmi aerei? È tutto a posto. Papà è con te, mamma è con te, io sono con te e i nonni sono con te. Non temere, è solo un rumore sgradevole. Finirà presto”. (United 24) ❤️

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Gli Z-blogger militari si lamentano perché l’Ucraina ha ormai preso il controllo di fuoco sulla M-14, la strada Taganrog-Dzhankoy, che corre lungo la costa del Mar d'Azov passando per Mariupol-Berdyansk-Melitopol-Genichesk fino alla Crimea, quella che garantisce quindi rifornimenti alle forze di invasione anche nelle zone occupate di Kherson e Zaporizhzhia. Secondo propagandisti come Alexey Zhivov e Vladimir Romanov, che hanno anche mostrato le carcasse di mezzi distrutti, l’arteria strategica, distante 160-200 km dal fronte, sarebbe ormai presa di mira stabilmente con droni americani, grazie alla rete starlink. Un nuovo incubo per Mosca, visto che perdere il controllo della M-14 complicherebbe enormemente la logistica soprattutto militare, dal momento che di lì transitano mezzi, munizioni, truppe e ricambi delle difese aeree. La stessa Crimea diventerebbe a quel punto raggiungibile solo attraverso il ponte di Kerch, diventato obiettivo prioritario per Kyiv e ovviamente indifendibile sul lungo periodo, visto il costante miglioramento della balistica ucraina, le performance piuttosto scarse mostrate dalla difesa russa e i colpi inferti ai radar dei sistemi S-500 che proteggono proprio la Crimea. Bloccare le vie di rifornimento via terra e rendere inservibile il ponte di Kerch vorrebbe dire isolare del tutto i 2/3 della totalità dei territori occupati.

Gli Z-blogger militari si lamentano perché l’Ucraina ha ormai preso il controllo di fuoco sulla M-14, la strada Taganrog-Dzhankoy, che corre lungo la costa del Mar d'Azov passando per Mariupol-Berdyansk-Melitopol-Genichesk fino alla Crimea, quella che garantisce quindi rifornimenti alle forze di invasione anche nelle zone occupate di Kherson e Zaporizhzhia. Secondo propagandisti come Alexey Zhivov e Vladimir Romanov, che hanno anche mostrato le carcasse di mezzi distrutti, l’arteria strategica, distante 160-200 km dal fronte, sarebbe ormai presa di mira stabilmente con droni americani, grazie alla rete starlink. Un nuovo incubo per Mosca, visto che perdere il controllo della M-14 complicherebbe enormemente la logistica soprattutto militare, dal momento che di lì transitano mezzi, munizioni, truppe e ricambi delle difese aeree. La stessa Crimea diventerebbe a quel punto raggiungibile solo attraverso il ponte di Kerch, diventato obiettivo prioritario per Kyiv e ovviamente indifendibile sul lungo periodo, visto il costante miglioramento della balistica ucraina, le performance piuttosto scarse mostrate dalla difesa russa e i colpi inferti ai radar dei sistemi S-500 che proteggono proprio la Crimea. Bloccare le vie di rifornimento via terra e rendere inservibile il ponte di Kerch vorrebbe dire isolare del tutto i 2/3 della totalità dei territori occupati.

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E oggi a Roma al fianco del popolo iraniano non poteva che esserci anche l’Ucraina e chi come noi lotta anche per la loro libertà

E oggi a Roma al fianco del popolo iraniano non poteva che esserci anche l’Ucraina e chi come noi lotta anche per la loro libertà

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Gli attacchi di queste ore non hanno risparmiato nemmeno il centro. Queste immagini le ho fatte ora a Maidan. Poco fa sopra le nostre teste è appena passato un missile. Siamo ancora nei rifugi 🤞

Gli attacchi di queste ore non hanno risparmiato nemmeno il centro. Queste immagini le ho fatte ora a Maidan. Poco fa sopra le nostre teste è appena passato un missile. Siamo ancora nei rifugi 🤞

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Seguo lo sport il giusto. Ma dopo la gag di Infantino alla prima riunione del Board of Peace e le ultime prese di posizione dei comitati olimpico e paralimpico, provo tanta vergogna. Soprattutto per i milioni di sportivi che si allenano per anni con sacrificio, per poi scoprirsi solo ingranaggi secondari di un immenso meccanismo economico e di influenza, nel quale la politica conta più del talento e in cui ammazzare gli atleti altrui o distruggere gli impianti nei quali si allenano è ormai un modo legittimo per competere.

Seguo lo sport il giusto. Ma dopo la gag di Infantino alla prima riunione del Board of Peace e le ultime prese di posizione dei comitati olimpico e paralimpico, provo tanta vergogna. Soprattutto per i milioni di sportivi che si allenano per anni con sacrificio, per poi scoprirsi solo ingranaggi secondari di un immenso meccanismo economico e di influenza, nel quale la politica conta più del talento e in cui ammazzare gli atleti altrui o distruggere gli impianti nei quali si allenano è ormai un modo legittimo per competere.

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Le forze ucraine hanno liberato gli insediamenti di Aleksievka e Orestopil, nella direzione di Aleksandrivka. E intanto la base petrolifera "Alfa Oil" nella regione di Volgograd, che è stata attaccata dai droni ucraini ieri notte, continua a bruciare…

Le forze ucraine hanno liberato gli insediamenti di Aleksievka e Orestopil, nella direzione di Aleksandrivka. E intanto la base petrolifera "Alfa Oil" nella regione di Volgograd, che è stata attaccata dai droni ucraini ieri notte, continua a bruciare…

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La strategia ucraina di strangolamento delle filiere logistiche russe sta drasticamente accelerando. Tra i colpi messi a segno questa notte, alcuni sono di straordinaria rilevanza strategica e meritano di essere raccontati. Nel giro di poche ore, sono stati distrutti ben cinque impianti radar in Crimea (Capo Tarkhankut, Severne, Snezhnoye, Portove e Steregushche, località quest’ultima dove è stato distrutto anche l’impianto missilistico OSA, che doveva difenderla), i quali formano una catena continua che sorveglia l'angolo nord-occidentale della penisola, proprio lo specchio di mare che guarda verso l'estuario del Dnipro e Odessa, e che rappresentavano gli occhi della Flotta del Mar Nero e dell'aviazione russa per la caccia ai droni aerei e marini. Al di là del colossale danno economico ed operativo (per la costruzione e la taratura di strumenti di questo tipo possono essere necessari persino anni, tanto più per un paese sotto sanzioni, che ha oggettive difficoltà a reperire la componentistica occidentale necessaria) ora si rischiano conseguenze pesanti per l’intera penisola. Innanzitutto, senza questi 5 radar, la Russia ha perso la capacità di avvistare a lungo raggio i droni di superficie ucraini (Magura V5, Sea Baby), esponendo di fatto tutto il fianco occidentale della Crimea ad attacchi (e potenziali sbarchi) che a questo punto non possono più essere scoperti per tempo. In secondo luogo, con il colpo a Capo Tarkhankut si sono resi inutilizzabili i sistemi missilistici costieri Bastion, che tengono anche sotto tiro città come Odessa, lanciando i pericolosi missili supersonici Oniks. Ma soprattutto il danneggiamento dei radar di Portove e Steregushche, che monitoravano le rotte aeree a bassa quota, comporta la creazione di un "corridoio cieco" nel nord della Crimea. Attraverso questa falla, i droni kamikaze a lungo raggio e i missili ucraini possono volare indisturbati e a bassissima quota per colpire i ponti d'emergenza o i treni merci diretti al mega-hub di Dzhankoi, senza che le batterie contraeree interne ricevano il preavviso radar. Vista la sequenza serrata di questi giorni, non è escluso che quest’ultimo colpo sia finalizzato a neutralizzare le ultime difese rimaste a protezione dell’unico collegamento ancora pienamente funzionante tra la penisola e la parte occupata di Kherson, la linea ferroviaria, senza la quale il traffico pesante sarebbe del tutto interrotto. Tuttavia le cattive notizie per la Russia arrivano anche da Donetsk. Le forze ucraine hanno preso di mira e pesantemente danneggiato il ponte sul fiume Hruzkyi Yelanchyk a Novoazovsk, la "porta d'ingresso" dell'intero corridoio terrestre russo, a pochissimi chilometri dal confine sovrano della Federazione Russa. Novoazovsk si trova infatti sulla direttrice dell'autostrada M14, l'arteria vitale che i russi utilizzano per far entrare i convogli pesanti su gomma da Rostov sul Don verso Mariupol, Berdiansk e, infine, Melitopol e Kherson. Il ponte sul fiume Hruzkyi Yelanchyk era stato ristrutturato e potenziato dai russi nel 2024 proprio per aumentare la portata dei carichi logistici pesanti e sostenere lo sforzo bellico nel sud. I rapporti sul campo e le immagini satellitari confermano che l'attacco della notte scorsa ha centrato in pieno i camion militari russi che lo stavano attraversando. Il ponte è ora ridotto a una sola corsia agibile, forzando le autorità di occupazione a vietare il transito ai TIR pesanti e a deviare il traffico su strade secondarie e sterrate, allungando drasticamente i tempi di percorrenza. Il fatto che queste azioni di questa portata vengano compiute in pochi giorni o addirittura in poche ore, senza dare alla Russia il tempo di adottare contromisure e seguendo un’unica strategia, rivela la straordinaria capacità di adattamento e di coordinamento delle forze armate ucraine, tanto più rispetto a quelle di Mosca, storicamente afflitte da rigidità e burocrazia e costrette dall’approccio repressivo ad edulcorare i rapporti, impedendo ai vertici militari di conoscere la reale situazione sul campo. Ma soprattutto le capacità raggiunte dai droni ucraini stanno vanificando del tutto i vantaggi che la Russia contava di capitalizzare sul campo: la superiorità demografica, non più sufficiente - vista l’impietosa sproporzione di vittime tra le due parti - e la vastità delle aree conquistate, spacciate spesso anche dai propagandisti nostrani come il metro con cui misurare il trionfo di Putin, ma che, ora che nulla lì è più al sicuro, rischiano invece di diventare un insostenibile Vietnam che, per chi ha scommesso tutto sulla vittoria totale, equivale alla peggiore delle sconfitte.

Marco Setaccioli

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C’è un’ostinazione quasi terapeutica nel giornalismo televisivo militante. Una coazione a ripetere che spinge professionisti scaltri e di lungo corso a schiantarsi regolarmente contro lo stesso identico muro. Lilli Gruber, l'altra sera, ha compiuto un’impresa memorabile, che prima di lei era riuscita solo a Michele Santoro con Silvio Berlusconi nella celebre serata di Servizio Pubblico del 2013. Ovvero trasformare la vittima volontariamente presentatasi al patibolo nel sopravvissuto che ha sconfitto il boia. Il copione non cambia, cambiano solo gli interpreti. Ieri era il Cavaliere che spolverava la sedia a Travaglio, oggi è Vannacci che ripete a manetta le sue bestialità, incassando soddisfatto l'irritata indignazione delle due intervistatrici, a dimostrazione di quanto il fango del populismo più abietto nel quale l'ospite le ha trascinate non faccia proprio al caso loro. Una scelta di campo voluta, quando si parla di Gruber, per trasformare il prevedibile ennesimo atto di bullismo televisivo della maestrina bolzanese in benzina elettorale. Perché Otto e Mezzo è la perfetta fabbrica del martire. Con Lilli "la rossa", sempre pronta a dispensare sorrisi mentre scambia battute affabili con ospiti graditi e ed intervistare solo se stessa quando sono invece sgraditi. Non un arbitro o una detective alla coraggiosa ricerca della verità, ma una irriducibile fustigatrice delle "destre" come le chiama lei, pronunciando quella parola con fiero orrore. Quando poi il match diventa, come l'altra sera, un "uno contro tutti" in cui chi è in vantaggio numerico non resiste all'istinto di accerchiare l’ospite provocatore, ecco che la conduttrice dalla perenne posa a tre quarti finisce per cedere alla smania di far apparire carnefice delle diversità qualcuno che si autocelebra già di suo come difensore della "normalità". Come se cercare di mettere in difficoltà un personaggio come Vannacci appellandosi ai valori della Costituzione, ai concetti di rispetto, di inclusione, di convivenza civile non fosse chiaramente un esercizio di ingenuità disarmante. Chi imposta la propria intera proposta politica sul deliberato e orgoglioso ribaltamento di quei valori non può essere "inchiodato" dalla loro evocazione. Per quale motivo si sia spinta su un binario morto non lo sapremo mai. Persino i più ingenui sanno che non c'è assedio televisivo che non abbia alla fine premiato l'assediato e non esiste al mondo un solo branco di predatori che abbia mai raccolto maggiore solidarietà di una preda, tanto più una che si presenta di sua sponte e con serafica calma nella tana del lupo. Il punto è che sovranismi e populismi prediligono la lotta nel fango. Si rivolgono a fette di elettori che la politica mainstream non è interessata a coinvolgere, sono pronti a sdoganare omofobia, sessismo, razzismo. Celebrano il diritto di pensare a sé e diseganre la collettività, antepongono senza vergogna la convenienza alla convivenza, si nutrono di istinto, rabbia e indignazione perché razionalità e pensiero critico rivelerebbero che nulla di ciò che hanno da proporre è realmente utile e realizzabile. Se qualcuno crede che l'esperienza basti per vincere una siffatta sfida da dietro una cattedra, dando lezioni di moralità a chi va fiero della propria amoralità, e finché la televisione finto-perbenista tratterà la destra radicale o i populismi come anomalie antropologiche da deridere o censurare moralmente anziché come pericoli sistemici da analizzare e smantellare, continuerà a fare da ufficio stampa involontario ai propri peggiori incubi.

Marco Setaccioli

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Consentitemi questa riflessione del lunedì mattina, a proposito delle infinite sequenze di video stranianti postati da giovani russi (per lo più ragazze) in lacrime per le chilometriche file ai distributori, ma che non dicono una sola parola sui missili e i droni che il loro paese spedisce contro case scuole e ospedali ucraini, che è poi la causa di ciò che stanno vivendo. La disperazione per l’auto a secco o le vacanze in Crimea rovinate che provocano lacrime, ma non un briciolo di analisi su come si sia arrivati a vedere colonne di fumo in città, alla chiusura dei social, al rigido controllo di internet, sono il sintomo del successo della propaganda di regime, che in un quarto di secolo di putinismo ha cresciuto intere generazioni di automi, addestrati a ricercare il benessere materiale, e ad ignorare il prezzo reale che loro stessi ed altri pagano per assicurarselo. Nelle lacrime di questi ragazzi c’è rabbia, talvolta paura, ma non c’è traccia di colpa, per ragioni storiche che il regime di Putin ha sfruttato per consolidarsi e conquistare il potere. La più importante di queste è che è mancato nella storia russa un processo di identificazione della colpa, che molti storici riassumono come l'assenza di una "Norimberga russa", la quale avrebbe comportato una vera Vergangenheitsbewältigung (il termine tedesco che indica il "superamento/elaborazione del passato"). Nel 1945, la Germania nazista è stata occupata, rasa al suolo, divisa e costretta a guardare in faccia i propri crimini. Il processo di denazificazione non è stato immediato né perfetto, ma l'umiliazione militare e morale totale ha costretto i tedeschi a ridefinire la propria identità nazionale in opposizione al nazismo. Nel 1991, in Russia, non è successo nulla di tutto ciò. L'Unione Sovietica è crollata su se stessa per implosione economica e strutturale. Ma non ci sono state truppe straniere a Mosca, non ci sono stati processi pubblici per i crimini del gulag o dello stalinismo, e gli archivi del KGB sono stati aperti solo parzialmente per poi essere rapidamente richiusi. Il Cremlino stesso ha gradualmente riscritto i libri di storia, rispolverato simboli del passato, messo al bando ong come Memorial, che cercavano di tenere viva la memoria dei crimini sovietici perché si evitasse di commetterli ancora. Il risultato è che per la popolazione, il crollo dell'URSS non è stato vissuto come la liberazione da un regime oppressivo, ma come una catastrofe geopolitica e sociale che ha portato povertà, caos e perdita di status. La fine della Guerra Fredda è stata percepita come un "incidente della storia" o, peggio, come un tradimento interno e occidentale, e non come il fallimento intrinseco di un modello imperiale e autoritario. Mancando l'elaborazione della colpa storica, lo spazio psicologico lasciato vuoto dal crollo dell'ideologia comunista è stato riempito dal risentimento. Negli ultimi vent'anni, la propaganda del regime ha fatto leva esattamente su questa "volontà di rivalsa sociale", incanalata contro l'Occidente, rappresentato come l’entità che ha umiliato e calpestato il paese approfittando di un suo momento di fragilità. Un approccio revanscista che ha permesso a Putin di stabilire una continuità tra l'impero zarista, l'URSS e la Russia odierna per costruire il mito della "Grande Russia" vittoriosa e perennemente assediata da nemici esterni. Per sostenere questo impianto, il regime ha sostanzialmente esonerato in questi anni il popolo dalla politica. La conduzione dello Stato dipende da una classe dirigente autoproclamatasi tale che ha col popolo un patto sociale, il quale prevede la rinuncia collettiva ai diritti politici, in cambio di relativo benessere. Lo sgomento e le lacrime nascono dal fatto che quel patto è per la prima volta entrato in crisi e le promesse vengono infrante. Il nesso di causa-effetto ("non c'è benzina PERCHÉ stiamo aggredendo un altro Stato e siamo isolati dal mondo") viene attivamente rimosso o ribaltato, incolpando le sanzioni "ingiuste" dell'Occidente cattivo, alimentando ulteriormente quel circolo vizioso di vittimismo e vendetta storica. Sostengo, come altri, che la Russia non abbia mai fatto i conti con i propri mostri del passato e, che finché quel passaggio doloroso ma necessario non avverrà, la tentazione di rifugiarsi nel mito dell'impero e della forza rimarrà purtroppo la bussola di gran parte di quel popolo. Senza un’umiliazione netta, un processo pubblico che immortali e fissi nella storia le colpe di oggi e di ieri, quei giovani in lacrime continueranno a sentirsi non responsabili delle loro disgrazie. E a ritenere che il modello costruito da Vladimir Putin sia la soluzione e non il problema.

Marco Setaccioli

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