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Penso che la propaganda russa in Italia stia stravincendo e che stiamo sottovalutando enormemente il problema. Oggi, in tutte le piazze, si sentivano gli stessi slogan: «No alla guerra», «No al riarmo», «Fuori l’Italia dalla guerra». Ricordiamoci che non è stato tolto un euro alla scuola per finanziare il riarmo o la guerra. Che poi, quale guerra? Quella di un Paese che si difende da un’aggressione? Di cosa stiamo parlando? Eppure si protesta proprio per questo. Nei casi più estremi si arriva persino a giustificare la violenza con queste argomentazioni. Come si può pensare che la Russia non c’entri nulla? Chi ha speso miliardi, usando anche i metodi più subdoli, per mettere certe idee nella testa delle persone? Se continuiamo così, andrà sempre peggio.

Penso che la propaganda russa in Italia stia stravincendo e che stiamo sottovalutando enormemente il problema. Oggi, in tutte le piazze, si sentivano gli stessi slogan: «No alla guerra», «No al riarmo», «Fuori l’Italia dalla guerra». Ricordiamoci che non è stato tolto un euro alla scuola per finanziare il riarmo o la guerra. Che poi, quale guerra? Quella di un Paese che si difende da un’aggressione? Di cosa stiamo parlando? Eppure si protesta proprio per questo. Nei casi più estremi si arriva persino a giustificare la violenza con queste argomentazioni. Come si può pensare che la Russia non c’entri nulla? Chi ha speso miliardi, usando anche i metodi più subdoli, per mettere certe idee nella testa delle persone? Se continuiamo così, andrà sempre peggio.

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Ecco la banalità del male di Marco Travaglio. Parlando di Kaja Kallas, liquida la deportazione della sua famiglia in Siberia come «questioni familiari di una signora estone». Le “questioni familiari” erano queste: nel marzo 1949 più di 20.000 estoni furono strappati dalle loro case nel cuore della notte, caricati su vagoni bestiame e deportati in Siberia. Tra loro c’erano la madre di Kallas, che aveva appena sei mesi, sua nonna e la sua bisnonna. Il nonno fu spedito in un campo di prigionia. Migliaia di deportati estoni non tornarono mai. Allargando lo sguardo all’intera repressione sovietica, le stime storiche parlano di circa sei milioni di persone deportate – sotto il solo Stalin –. Intere popolazioni furono sradicate e trasferite a migliaia di chilometri di distanza. Arresti politici, torture, esecuzioni, Gulag, lavoro forzato, fame e deportazioni. Il Parlamento europeo ha riconosciuto le deportazioni di massa sovietiche e il sistema dei Gulag come crimini contro l’umanità. Sono queste le «questioni familiari di una signora estone» su cui Travaglio fa dell’ironia: la memoria di un popolo occupato, deportato e represso per decenni. E c’è qualcosa di ancora più osceno nel liquidarla così oggi. Il regime di Putin sta cancellando e riscrivendo la memoria di quei crimini: Memorial, l’organizzazione nata per documentare le repressioni sovietiche, è stata dichiarata estremista e nel 2026 Putin ha nuovamente intitolato l’accademia dell’FSB a Feliks Dzeržinskij, fondatore della Čeka e uno degli artefici del Terrore rosso. Ridurre tutto questo alle «questioni familiari di una signora estone» è una forma oscena di rimozione storica.

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