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🚨🚨🚨 Roma, Coisp: due poliziotti feriti, arresto convalidato ma aggressore subito libero. “Due poliziotti aggrediti e feriti con sette giorni di prognosi ciascuno, un uomo arrestato per aggressione, resistenza, oltraggio e lesioni che, poche ore dopo, nonostante la convalida dell’arresto, viene rimesso immediatamente in libertà. A questo punto la...

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Si chiama Tahla, ha 22 anni, e la sua colpa è stata quella di bussare alla porta di un sindacato. Nel 2024, nel cuore della Toscana felix, nell'Italia che si vanta di essere una Repubblica democratica fondata sul lavoro, un ragazzo viene pestato a bastonate per aver osato alzare la testa. Non fa rumore, non diventa una storia nazionale, non merita i titoloni dei giornali perché siamo assuefatti alla barbarie. Quarrata, provincia di Prato. Turni di 12-14 ore, lavoro nero, caporalato: fotografia di una modernità che si misura in fatturato ma non in diritti. Tahla viene convocato dopo aver parlato con il sindacato Sudd Cobas: "Sappiamo che sei stato al sindacato", gli dicono. Poi partono i bastoni. È la stessa zona dove appena due settimane fa altri quattro lavoratori sono stati vittime di una spedizione punitiva durante un picchetto. Non sono coincidenze: è un sistema che si nutre di paura e omertà, che prospera nell'indifferenza generale e nella retorica del "piccolo è bello" che spesso nasconde il marcio. La prognosi dice sette giorni, ma la ferita è molto più profonda: è uno sfregio alla Costituzione, è il fallimento di uno Stato che non riesce a proteggere chi lavora, è la vergogna di un Paese che si scopre ancora medievale nei rapporti di lavoro mentre si vanta di correre verso il futuro. Tahla è pakistano, e anche questo non è un dettaglio: lo sfruttamento sa bene dove colpire, sceglie le sue vittime tra chi ha meno voce, tra chi può essere più facilmente zittito. Noi intanto scivoliamo via, distratti, assuefatti, complici. In un Paese normale questa storia sarebbe uno scandalo nazionale. In Italia è solo cronaca locale. E questo, forse, è il vero scandalo. #LaSveglia per La Notizia

Giulio Cavalli

20,776 просмотров • 1 год назад

I disordini e gli attacchi alle Forze di polizia che negli ultimi due giorni si sono verificati in varie città italiane ancora una volta dimostrano l’esistenza e la pericolosità di soggetti organizzati che strumentalizzano ogni tema, fatto o episodio, perfino una dolorosa tragedia come quella del giovane Ramy, soltanto per seminare violenza. Queste aggressioni devono essere condannate da tutti, senza indecisioni o speciosi distinguo, anche per sostenere un clima di fiducia nei confronti delle nostre Forze di polizia che sono tra le migliori del mondo, che offrono standard altissimi di professionalità, che si stanno prodigando con passione e impegno e che certamente non possono essere sottoposte a giudizi sommari o aggressioni in piazza. In un Paese maturo e avanzato come il nostro dovrebbe essere parte di una cultura condivisa la consapevolezza che non fermarsi ad un alt delle Forze dell’ordine, o cercare il confronto violento con chi rappresenta lo Stato, non è solo una grave violazione della legge ma è anche un comportamento pericoloso per sé e per gli altri che mina la sicurezza dei cittadini e la convivenza civile. Chi non parte da queste considerazioni rischia irresponsabilmente di alimentare l’idea che tali condotte siano talvolta giustificabili e che possano essere messe sullo stesso piano dell’impegno di poliziotti o carabinieri spesso costretti ad operare in momenti e situazioni difficili e concitate , anche a rischio della loro stessa incolumità. Né il diritto di manifestare può mai essere usato come scusa per atti di violenza, intimidazione o per sfidare l’autorità dello Stato. A fronte di questi comportamenti ignobili e pericolosi, come Ministro dell’Interno esprimo piena solidarietà e totale sostegno alle donne e agli uomini delle Forze di polizia, sottolineando che chi si macchia di queste azioni vergognose, a partire da quelle poste in essere nelle ultime occasioni, sarà perseguito con la massima determinazione.

Matteo Piantedosi

89,197 просмотров • 1 год назад

La Global Sumud Flotilla è stata intercettata dall’esercito israeliano Gli abbordaggi richiederanno ancora tempo, ma tutti gli equipaggi sono in posizione, pronti a favorire le operazioni. Non è un imprevisto, era previsto: da mesi si sono esercitati anche per questo. Perché non sono esagitati, non sono avventurieri in gita: sono donne e uomini che rappresentano la parte migliore di questo mondo, quella che crede nel valore delle missioni civili e della non violenza. La Global Sumud Flotilla aveva due obiettivi dichiarati. Il primo: aprire gli occhi del mondo su Gaza, sottolineando la complicità dei governi che da anni tollerano e sostengono il blocco mentre si consuma un genocidio. Questo obiettivo è stato raggiunto. Oggi nessuno può più dire di non sapere, nessuno può più nascondersi dietro il silenzio. Gaza è diventata il termometro dell’umanità e della democrazia: lo specchio di un mondo in cui la forza piega la legge e il diritto internazionale viene trattato come un ostacolo. Il secondo obiettivo era aprire un canale umanitario permanente. Questo, per ora, è fallito a metà. Il mondo sa che Gaza ha fame, che Gaza ha bisogno di cure, e ha ascoltato i governi — come quello italiano — mentire, balbettare di corridoi umanitari che esistono solo nelle dichiarazioni, che non sfamano e non curano. È bene dirlo con chiarezza: quella della Global Sumud Flotilla è una missione politica. Non c’è nulla di più politico che liberare gli oppressi, salvare i bambini, sfamare gli affamati. La politica non è fatta solo di palazzi e di trattative: è anche decidere di stare dalla parte della vita. La missione in mare è finita. Ma la missione continua a terra, con chi non si arrende e con chi chiede di bloccare tutto finché i governi non saranno costretti a guardare Gaza negli occhi. Perché la verità, stanotte, è passata comunque. #LaSveglia per La Notizia

Giulio Cavalli

16,946 просмотров • 11 месяцев назад

“Quei poliziotti non erano malvagi. Non erano incompetenti. Erano terrorizzati. Terrorizzati di essere visti come razzisti”. UK. L’insegnante e attivista Katharine Birbalsingh riflette sulla morte di Henry Nowak, il ragazzo accoltellato da un giovane di origine indiana e lasciato di fatto morire dai poliziotti intervenuti. Il suo discorso è una delle riflessioni più profonde sulla società occidentale divorata dal senso di colpa e dal politically correct: “L'aggressore di Henry Novak era un uomo di colore, quindi l'istinto più profondo della polizia di proteggere la vittima è stato sopraffatto dalla loro paura più forte, essere accusati di razzismo. La polizia non è speciale. Sono ciò che alcuni dei nostri giovani sono diventati così consumati dal senso di colpa bianco che faranno cose folli, irrazionali e disumane piuttosto che rischiare di essere visti come razzisti. Il motivo per cui la generazione più giovane vede le cose come le vede è perché è stata insegnata a vedere le persone in due campi, quelli che sono oppressi e quelli che sono oppressori L'uomo che ha ucciso Henry Novak apparteneva alla classe degli oppressi, quindi il compito della polizia era proteggerlo, non l'uomo morente a terra. Questa non è crudeltà o incompetenza. Questo è il senso di colpa bianco, e siamo noi quelli che l'hanno insegnato ai nostri figli. Noi, i Boomers, i Gen X, i Millennials più anziani, siamo responsabili per non aver insegnato ai nostri figli la differenza tra giusto e sbagliato”.

Leonardo Panetta

28,406 просмотров • 2 месяцев назад

GROSSO IMBARAZZO PER IL NO. Il presidente del Comitato del No dell’Anm, Enrico Grosso, è stato beccato in un fuorionda di un incontro sul referendum mentre discute con il presidente del Tribunale di Aosta, Giuseppe Marra, di una causa ancora da decidere e in cui è coinvolto. Si tratta di un caso molto delicato che tra poco più di un mese, il 22 aprile, arriverà sulla scrivania del Tribunale e che potrebbe portare addirittura alla decadenza dell’attuale presidente della regione, Renzo Testolin, e di tutta la sua giunta. Peccato che Grosso abbia scritto un parere pro-vertiate proprio sulla candidabilità del governatore (e del suo vice). Marra accenna alla vicenda giudiziaria: c’è “un contenzioso”, dice, spiegando di aver letto l’atto introduttivo del ricorso. Poi aggiunge una frase che scatena immediatamente la polemica: “Si è rivolto a te quindi, sono contento, cioè sono fiducioso perché obiettivamente è una causa molto…”. Grosso replica: “Secondo me ci sono dubbi sulla giurisdizione”. Il presidente del tribunale prosegue raccontando che la questione è stata già esaminata con la giudice relatrice, facendo riferimento alla differenza tra decadenza e diritto soggettivo. Il costituzionalista torinese osserva che proprio la decadenza è il cuore della domanda giudiziaria e aggiunge che la Regione sarà difesa da un collega “abbastanza noto, bravo”, che avrebbe intenzione di sollevare proprio quella questione. “Ce la studiamo, certo”, conclude Marra. Il dialogo dura pochi minuti, ma basta per accendere la miccia. Il video, inizialmente disponibile sul canale YouTube dell’università, già in serata non è più visibile. A sollevare pubblicamente il caso è Chiara Minelli, capogruppo di Avs nel Consiglio regionale valdostano e tra i promotori del ricorso contro l’elezione di Testolin. “Sono rimasta letteralmente basita nel sentire il dialogo che c’è stato al tavolo della conferenza”, attacca. “Si parlava di una materia che non c’entrava nulla con il referendum sulla magistratura. È inaccettabile e molto grave che ci sia stato un confronto su una questione così delicata in cui il presidente del tribunale dovrebbe avere un atteggiamento di totale imparzialità”. E poi la stoccata sulla sparizione del filmato: “Oggi sul sito dell’università il video della conferenza – casualmente? – non è più disponibile”. Sia per Marra che per Grosso si pone un evidente problema di opportunità.

Ermes Antonucci

232,546 просмотров • 6 месяцев назад

Per leggermi ci metterete più di ventuno secondi, ma ne varrà la pena (spero). Almeno non vi sporcherà la coscienza. Li riconosco anche quando non dicono una parola. Li vedo camminare per strada, con quell’aria tranquilla, come se niente potesse toccarli. Sorridono, chiacchierano, fingono di essere ciò che vorrebbero, ma basta osservarli con la giusta attenzione per capire che quella calma è finta, tenuta insieme da un filo sottile, pronto a spezzarsi da un momento all’altro. Quel filo è il male. C’è sempre, in ognuno di loro. Non sempre fa rumore, non sempre si mostra. A volte è solo una scelta non fatta, una verità taciuta, una bugia detta per convenienza. Chi ci ha avuto a che fare, in qualunque modo, non se n’è più liberato. Il male resta, si deposita come polvere, e a poco a poco diventa parte di te. Ti tiene fermo, ti congela in un presente che non passa mai. Così provano a scappare. C’è chi si nasconde dietro una toga, chi dietro un abito talare, chi dietro un sorriso pulito. Tutti cercano di cancellare l’odore del sangue, di coprire la colpa con un filtro emotivo. Ma il tempo non pulisce niente, e quel giorno - quello in cui tutto è cominciato - non è mai davvero finito. Continua a tornare, come un rumore di passi alle tue spalle che non smette di seguirti. Oggi quei ragazzi hanno quarant’anni, ma sembrano ancora ragazzini spaventati, rannicchiati dietro le madri. Forse perché anche le madri sanno. Forse perché anche loro hanno scelto di tacere. #Garlasco non è solo un paese. È un ritratto del male, un quadro dipinto col sangue e la vanità umana. C’è l’artista che confonde la bellezza femminile con la depravazione, e il carabiniere che ha venduto l’anima e l'onore in una stanza d’albergo. E in fondo non importa come andrà a finire: la condanna è già scritta. Si sono giudicati da soli, molto prima che qualcuno potesse farlo per loro. E allora capisci che la libertà è un’illusione. Perché non servono sbarre per essere prigionieri. Le celle più strette sono quelle costruite nella propria coscienza. E l’ergastolo più lungo è vivere sapendo di aver guardato il male - e di non aver fatto nulla per fermarlo. Ci sono persone che hanno un talento naturale per il male. Non lo imparano, non lo cercano: lo hanno nel sangue. Per loro il male non è un errore, ma una forma di coerenza. Non sempre si divertono a far soffrire, non è quello il punto. È più come un impulso, qualcosa che scatta quando la luce diventa troppo forte, e loro devono spegnerla. È allora che mostrano chi sono davvero. E non c’è pentimento che tenga, perché il male, per loro, è un linguaggio. Lo parlano con disinvoltura, come se fosse l’unico modo che conoscono per comunicare col mondo. Possono nasconderlo dietro una facciata rispettabile, una famiglia, una carriera. Ma alla fine riaffiora sempre. E non serve nemmeno agire per farlo. A volte basta stare fermi. Lasciare che un’ingiustizia accada, che un innocente paghi, che una verità resti sepolta. È una forma di male più silenziosa, più accettabile - ma non meno letale. Il male di cui parlo non grida. Sussurra. Si infila nei gesti quotidiani, nelle omissioni, nelle mezze verità. È quel male che ti fa credere di aver scelto bene, quando in realtà hai scelto solo te stesso.

John Doe

37,587 просмотров • 11 месяцев назад