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Stasera vado al Forum a vedere per la prima volta live (finalmente) #FrancescoGabbani. Qui, purtroppo o x fortuna in bassissima risoluzione, la mia pacata reazione quando nel 2017 trionfò a #Sanremo sulla Mannoia con Occidentali’s Karma. Manco quando l’Italia vince i Mondiali ♥️

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C’è qualcosa di profondamente stonato in questa storia. Non tanto l’avidità, quella è antica quanto il mondo, ma la sua eleganza. La sua precisione. La sua puntualità quasi scientifica. I mercati si muovono prima delle decisioni. Qualcuno compra, qualcuno vende, qualcuno scommette miliardi con un tempismo che non è intuito, è conoscenza. Poi, qualche minuto dopo, arriva l’annuncio. E tutto diventa logico, spiegabile, inevitabile. Ma solo dopo. Prima no. Prima è un privilegio. Come funziona? In modo semplice, quasi banale. Se io so, davvero lo so, non lo immagino, che tra dieci minuti verrà annunciata una pausa in un attacco militare, posso scommettere sul fatto che i mercati saliranno. Compro futures sugli indici, cioè contratti che guadagnano se la Borsa sale. Oppure vendo petrolio prima che il prezzo scenda. Quando la notizia diventa pubblica, i mercati si muovono davvero. E io incasso. Non perché sono stato bravo, ma perché sono arrivato prima. È qui che nasce il sospetto: perché questi movimenti avvengono sistematicamente pochi minuti prima degli annunci di Donald Trump. Non ore prima, non giorni prima. Minuti. Un anticipo così preciso non è fiuto. È informazione. Si dirà: non ci sono prove. Ed è vero. Ma ci sono coincidenze che, sommate, smettono di essere casuali e diventano quantomeno imbarazzanti. E soprattutto c’è un contesto: controlli ridotti, uffici che indagavano su frodi finanziarie ridimensionati, meno occhi a guardare dove passano i soldi. Quando si spegne la luce, non è mai per caso. Fin qui, l’America. Poi c’è l’Italia, che non gioca ma paga. Perché quando qualcuno scommette sul petrolio e il prezzo si muove, quel movimento arriva fino al distributore sotto casa. Quando la finanza anticipa una crisi o una tregua, i prezzi dell’energia oscillano subito. E l’energia entra in tutto: trasporti, cibo, bollette. Così una scommessa fatta a New York diventa uno scontrino più caro a Palermo o a Milano. E mentre qualcuno guadagna sull’anticipo delle notizie, milioni di famiglie italiane vivono sull’anticipo dello stipendio che non basta. Loro giocano sui futures. Noi sui centesimi. In questo quadro, colpisce la disinvoltura con cui Giorgia Meloni continua a considerare Trump un alleato solido, quasi un modello di riferimento. È legittimo, naturalmente. Ma resta una domanda sospesa: alleato di chi? Perché se il modello è un sistema in cui pochi sembrano sapere tutto prima, e molti scoprono tutto dopo, al distributore, alla cassa, nella rata del mutuo, allora il problema non è solo politico. È morale. E alla fine la distanza è tutta qui: tra chi compra il futuro e chi prova semplicemente ad arrivarci.

Davide Faraone

10,286 просмотров • 4 месяцев назад

In foto c’è Ahmad al Amur seduto tra sua madre e sua sorella. Nel video c’è un attacco in Cisgiordania che inaugura un metodo nuovo. Alle otto e mezza il colono-tiktoker guida altri 13 uomini mascherati in una spedizione punitiva a Jinba. Aziz, il papà di Ahmad, è la vittima scelta a caso. Perché la sua casa è la prima che incontri quando arrivi da fuori. Aziz si prende una bastonata in testa e sviene. Suo figlio maggiore interviene ma gli rompono un braccio. Si affaccia Ahmad, quindicenne, si prende anche lui una botta in testa e cade a terra sanguinante. Fin qui, è una spedizione brutale, ma non è diversa da altre prima di questa. La parte più rilevante della storia viene dopo: la madre di Ahmad è in ansia, vuole portare i suoi famigliari all’ospedale. Da Jinba contattano le autorità, che sono quelle dell’amministrazione militare. Dopo, assistono a questa scena: gli aggressori montano sui pick up e risalgono fino all’insediamento. Poi scendono, fanno un breve stop alla base militare di fronte a Jinba, e da lì tornano nel villaggio palestinese. La telefonata all’esercito per chiedere aiuto partita da Jinba è stata reindirizzata ai telefonini degli aggressori, che hanno preso le auto, sono tornati a casa, hanno chiamato gli altri, sono passati dalla base militare per togliersi gli abiti civili e indossare la divisa, e sono tornati a Jinba. Tra loro c’è sempre il colono-tiktoker, la differenza è che nel primo attacco che ha guidato erano in 14 e adesso – con le uniformi – sono in 100. La sovrapposizione tra coloni e militari è un effetto collaterale della guerra a Gaza: da quando i soldati professionisti sono quasi tutti nella Striscia, i coloni di qui hanno indossato l’uniforme e sono diventati i riservisti che presidiano la Cisgiordania occupata. I coloni vestiti da soldati spaccano i televisori e i pannelli solari con un martello. Spaccano pure la campanella della piccola scuola di Jinba. Prendono i vestiti dagli armadi e li buttano nella sabbia. Radunano il cibo dalle dispense delle case, ne fanno un grande mucchio a terra, e lo mescolano con i fertilizzanti velenosi e le medicine delle pecore. Si ascolta nella puntata 754 di Stories, Chora Media

Cecilia Sala

91,775 просмотров • 1 год назад

Durante la mia visita a Bassano del Grappa — dove ho benedetto una cappella privata e amministrato cinque Cresime e una Prima Comunione — mi sono fermato a Schiavon, paese natale del Segretario di Stato Pietro Parolin. Avrei voluto visitare la Parrocchiale e il Fonte dove il Cardinale è stato battezzato, per pregare per la sua conversione. Ma la primavera conciliare ha svuotato anche la Diocesi di Vicenza, un tempo detta “la sagrestia d’Italia”: la chiesa viene aperta solo quando c’è la Messa, e di fedeli non se ne vedono praticamente più. Mi sono quindi recato al Cimitero e sostato nella cappella di famiglia di Parolin, dove riposano il nonno, il padre, deceduto quando Pietro aveva solo dieci anni, e mamma Ada, deceduta nel 2024. Un anziano signore anziano, che quotidianamente viene a passeggiare nel cimitero, mi ha raccontato alcuni ricordi legati al compaesano Parolin, soffermandosi su questo particolare: nella sua prima visita a Schiavon come Cardinale, al termine dei festeggiamenti la mamma — invitata ad esprimere le sue congratulazioni ed auguri al figlio neoeletto — disse: “Chiedo solo che rimanga prete!” Credo che Sua Eminenza farebbe bene a seguire il monito materno, dimettendosi e tornando a Schiavon a fare il parroco e a far rifiorire il Veneto, così da riparare tutto il male che inflitto alla Santa Chiesa, a cominciare dallo sciagurato Accordo Segreto tra Santa Sede e Repubblica Popolare Cinese che ha reso più feroce la persecuzione dei Cattolici fedeli, senza dimenticare la firma apposta al Rescriptum pubblicato negli Acta Apostolicæ Sedis, con il quale le eresie dottrinali di Amoris Lætitia sono state assunte come “magistero autentico”. Dum tempus est.

Arcivescovo Carlo Maria Viganò

22,201 просмотров • 3 месяцев назад

C’è un momento, nella vita di ogni governo, in cui smetti di essere alleato e diventi arredamento. Non decidi, non incidi, non disturbi: stai lì. Fai scena. Poi arriva Donald Trump, alza la voce, riscrive pure la storia, Afghanistan compreso, e scopre che gli italiani stavano “nelle retrovie”. Cinquantaquattro caduti trasformati in una nota a piè di pagina. E tu, governo italiano, che fai? Niente. Silenzio. Una compostezza da salotto buono: non si contraddice l’ospite. Oggi però il ministro Crosetto si sveglia e spiega che Trump avrebbe bisogno in America di collaboratori “più coraggiosi”, gente che gli dica quando sbaglia. Una scena quasi commovente. Peccato che l’unico posto dove questo coraggio non si sia mai visto è proprio qui, in Italia. Il coraggio degli altri. Sempre quello. Nel frattempo, mentre si distribuiscono consigli a Washington, gli italiani fanno i conti a casa. Gasolio a 2,14 euro al litro, sconti evaporati, prezzi che tornano a bussare come nel 2022. Il famoso “aiutino” del governo è durato meno di una promessa elettorale: prima alzano le accise per anni, poi le abbassano per qualche settimana e pretendono pure il grazie. Il gioco delle tre carte, ma con il pieno. E naturalmente la colpa è del mondo. Della guerra, delle tensioni, dei mercati. Tutto vero. Manca solo un dettaglio: chi quelle tensioni le alimenta, chi decide da solo, chi gioca a fare lo sceriffo globale senza avvisare nessuno. L’amico Trump. Quello da non disturbare. Quello che si può criticare solo quando i sondaggi lo mollano. Quello che domenica a braccetto con la Meloni tiferà per Orbán nelle elezioni ungheresi, lo stesso che blocca tutti i santi giorni i processi di rafforzamento dell’Unione Europea. Nel frattempo l’Europa, tra mille incertezze, prova almeno a esistere. Parla di difesa comune, di autonomia strategica. L’Italia invece resta lì, in mezzo: né dentro né fuori, né con coraggio né con dignità. Una tiepidezza così ostinata da sembrare una linea politica. E allora sì, ha ragione Crosetto: servono persone che dicano a Trump quando sbaglia. Magari iniziamo con qualcuno che trovi il coraggio di dirlo qui. In italiano. A voce alta.

Davide Faraone

21,565 просмотров • 3 месяцев назад

Qui a Londra, dove vivo, mi capita spesso di vedere degli homeless o degli artisti di strada che hanno il POS e ricevono così le offerte dei passanti, senza scambio di denaro contante, che qui quasi nessuno porta più con se. In Italia, dice l’osservatorio di una multinazionale dei pagamenti digitali, solo un consumatore su due paga digitalmente. C’è ancora della strada da fare, ma la digitalizzazione dei pagamenti è un processo inevitabile e inarrestabile. Nel mio quotidiano è già così. Da sempre non ho contanti in tasca e pago qualsiasi cosa, dalle caramelle al taxi ad acquisti più importanti, con l’orologio, nemmeno più con la carta, o a volte con il telefono. Anche i senza fissa dimora possono farlo, aprendo un conto presso una banca totalmente digitale, che richiede solo di scaricare un’app dal telefonino e di inserire pochi dati personali, senza altri dettagli né troppa burocrazia. Per fortuna anche in Italia, dice sempre l’osservatorio, cresce sensibilmente la percentuale di chi pensa che pagare digitalmente diventerà una consuetudine nel giro di qualche anno (l’82% contro il 70% del 2022). Restano aree in cui si fa fatica ad applicare questo modo di scambiarsi i soldi: gli acquisti nei piccoli negozi, per esempio, ma anche il pagamento di prestazioni occasionali, l’invio di denaro a qualcuno per le piccole spese e persino il pagamento di tasse, multe e tributi alla pubblica amministrazione. Diverse persone tendono ancora a usare le banconote e a fare la fila per pagare i bollettini o fare bonifici. Ma, nei prossimi anni, dovrebbero essere sempre meno. È un bene o un male che si vada in questa direzione? Più che altro è un dato di fatto. I pagamenti digitali sono stati inventati, si sono dimostrati efficaci, veloci e semplici e sono qui per restare. Un’invenzione non può essere disinventata. Nel mio caso, la vivo come una cosa positiva: è comodo pagare il parcheggio, senza dover cercare gli spiccioli, o acquistare qualcosa semplicemente sfiorando il cellulare.

M.Camisani-Calzolari

12,012 просмотров • 3 лет назад

La Georgetown University cancella la relatrice Francesca Albanese dall'elenco degli studiosi dell'Ateneo. Dopo la foto con Hannoun e le polemiche sulla cittadinanza onoraria a Bologna, l'università americana prende le distanze dalla diplomatica. "Quello che Israele fa da quando si è costituito è esistere come Stato militare. Con quella militarizzazione Israele ha creato un'industria". Con queste parole lo scorso 5 luglio Francesca Albanese, relatrice speciale dell'Onu per i Territori palestinesi, parlava sul Lago di Como, a Lenno, durante un evento pro-Palestina. In quell'occasione ebbe modo di conoscere proprio lui, Mohamed Hannoun, adesso accusato di essere il capo della cellula di Hamas in Italia. Fin da subito, con qualche imbarazzo, la diplomatica corse ai ripari: "Alla gente che mi chiede di fare una foto non chiedo il pedigree o se sono incensurati", dichiarò ai giornalisti. Ora, però, tocca a lei incassare una nuova presa di distanza, questa volta direttamente da Washington. L'Università di Georgetown, la più antica degli Stati Uniti, ha scelto di cancellarla dall'elenco ufficiale degli studiosi affiliati. Una decisione arrivata in seguito al rapporto di Hillel Neuer, direttore dell'organizzazione che monitora l'Onu: "Le università non devono diventare rifugi sicuri per chi abusa della propria piattaforma per diffondere odio", ha detto. Insomma, Francesca Albanese continua a incassare prese di distanza. Prima dalla sinistra, spaccata sulla sua cittadinanza onoraria a Bologna e imbarazzata per le parole con cui definì l'aggressione squadrista alla redazione della Stampa. Ora anche dal mondo accademico. Tra chi la candida al premio Nobel e chi le toglierebbe l'incarico alle Nazioni Unite, comincia a esserci anche chi preferisce far finta di non conoscerla.

🖤 🇮🇹 𝘨𝘪𝘨𝘪 𝘱𝘰𝘥𝘥𝘢 👣🐾 🇮🇹 🖤

14,308 просмотров • 7 месяцев назад

Parliamo di quello che sta facendo Chivu e gli effetti sulla squadra. Facciamo prima una panoramica di cosa, quanto e come sta cercando di cambiare la vecchia Inter elencandone le caratteristiche. I centrocampisti erano il fulcro del possesso interista, quando riuscivano a connettersi, magari con la mezzala dal lato debole che andava zona palla, i compagni erano liberi di muoversi a proprio piacimento. Questo creava catene laterali che rendeva la fase di possesso molto efficace anche con blocchi medio-bassi, ma soprattutto permetteva una riaggressione migliore essendoci tanti uomini zona palla. L'Inter era si verticale, ma più costruendo al basso/attirando la pressione. In ogni caso il possesso non era sterile, poteva essere orizzontale ma lo era più per darsi il tempo di trovare lo smarrimento giusto, lo spazio da punire. Con Chivu i centrocampisti sono lontani, perché tendono ad allargarsi o ad invadere, a seconda di dove si trova il pallone, questo tentativo di svuotare il campo per essere verticali, facendo rimanere i braccetti bloccati, espone maggiormente la squadra alle transizioni in caso di perdita del possesso con un passaggio sbagliato/duello perso dell'attaccante. Con l'Udinese si è visto tutto questo. In questa azione l'Inter è più disordinata del solito, però il concetto è quello: Susic è largo Barella è in procinto di fare lo stesso, Thuram non vince il duello e l'Inter non può accorciare sul pallone.

Marco Morsillo

127,662 просмотров • 10 месяцев назад

🚨⚽🇺🇸🇧🇪🇪🇺 È la storia delle ultime 24 ore. Ma la sensazione è che continuerà a esserlo ben oltre il triplice fischio della sfida fra Stati Uniti e Belgio in programma questa notte alle 2:00 (ora italiana) al Lumen Field di Seattle. Perché? Perché dietro la sospensione della squalifica di Folarin Balogun, l’attaccante USA espulso durante i sedicesimi di finale contro la Bosnia, emerge un intreccio di politica e potere che il mondo dello sport pare deciso a non tollerare in maniera silenziosa. Partiamo dai fatti, come sempre. E in questo caso da ciò che accade sul terreno di gioco. Palla in avanti verso Balogun: la punta USA si piazza davanti al difensore avversario, Muharemovic, per proteggere la sfera. Il giocatore bosniaco tenta l’anticipo e l’americano, nel contrasto, ricade con il piede sulla caviglia del marcatore. Di certo non c’è intenzionalità: Balogun, in quelle frazioni di secondo, non può né vedere né immaginare che sotto di lui finirà una parte del corpo dell’avversario. Al massimo può essergli contestata l’imprudenza del gesto atletico: Muharemovic è infatti riuscito a portarsi almeno con la gamba davanti alla punta statunitense, per quanto sia difficile stabilire chi dei due fosse meglio posizionato sul pallone. L’arbitro sul momento lascia correre, ma richiamato al VAR si concentra su un fermo immagine in particolare: il piede di Balogun schiaccia effettivamente la caviglia di Muharemovic. Decisione: rosso diretto per l’americano. Secondo “The Athletic”, quello registrato nel match fra gli Stati Uniti e i giustizieri dell’Italia al playoff di Zenica è un “errore di giudizio”. Il VAR, da protocollo, non avrebbe mai dovuto richiamare il fischietto: le linee guida dell’IFAB, l’organismo che scrive le regole del gioco, sono chiare nell’affermare che i replay al rallentatore dovrebbero essere usati per valutare il punto di contatto, la posizione di un fallo, se il pallone è entrato o meno. Ma quando si tratta di chiarire l’intensità di un fallo è la velocità normale, l’occhio umano dell’arbitro, a fare testo. Questo per dire che sì, la squalifica di Balogun da un ottavo di finale mondiale sarebbe stata probabilmente un’ingiustizia. Non la prima, non l’ultima, andata in scena sul rettangolo verde. Ed è proprio qui che esplode il bubbone. Per la prima volta nella storia dei Mondiali di calcio, la FIFA sceglie infatti di applicare l’articolo 27 del codice disciplinare, quello in base al quale l’organo giudiziario può decidere di sospendere, in tutto o in parte, l'esecuzione di un provvedimento disciplinare. È una specie di condizionale. Torni in gioco, ma se commetti un’altra infrazione di natura e gravità simili la “grazia” viene revocata e la sanzione “sarà applicata senza pregiudizio per eventuali sanzioni aggiuntive imposte per la nuova infrazione". Ci sono precedenti in questo senso? Uno. Cristiano Ronaldo rifila una gomitata all’irlandese O’Shea durante una partita di qualificazione ai Mondiali: scattano 3 giornate di squalifica, ma 2 vengono sospese così da non metterne a repentaglio la partecipazione ai Mondiali. È lo stesso meccanismo di cui beneficia Balogun, che sconterà sì la sua giornata di squalifica, ma la vedrà sospesa per un anno. E allora? E allora lo scandalo è tale non solo per l’importanza dell’evento, ma per il dietro le quinte che sembrerebbe aver innescato la decisione della FIFA. Secondo quanto riportato da POLITICO, già pochi minuti dopo l’espulsione di Balogun, la Casa Bianca è entrata in azione. È stato il direttore esecutivo della White House FIFA World Cup Task Force, Andrew Giuliani, a informare il presidente Trump della sanzione inflitta alla stella statunitense. Giuliani, il segretario al Commercio Howard Lutnick e alti funzionari della federazione calcistica a stelle e strisce - tutti presenti di persona alla partita contro la Bosnia - cominciano a stilare piani per contestare la decisione presa in campo dall’arbitro, pur consapevoli che i ricorsi accolti contro i cartellini rossi ai Mondiali sono estremamente rari. Nello spazio di quattro giorni, questo assunto viene smentito dalla cronaca. Giovedì, Trump telefona al presidente della FIFA, Gianni Infantino, chiedendo al dirigente calcistico, divenuto negli anni suo amico e frequente visitatore dello Studio Ovale, informazioni sui regolamenti. Infantino avrebbe ascoltato con attenzione le rimostranze di Trump, ma senza fare promesse di sorta. Nel frattempo, il team legale della U.S. Soccer prepara formalmente e presenta il ricorso alla FIFA, con Giuliani e Lutnick pronti a mettere a disposizione della causa anche avvocati della Casa Bianca per assistere nell’analisi legale, se necessario. Sempre Giuliani insieme a Scott Goodwin - un gestore di hedge fund che ha contribuito personalmente a pagare lo stipendio dell’allenatore degli Stati Uniti, Mauricio Pochettino - crea una sorta di dossier sull’arbitro brasiliano Raphael Claus, il fischietto che ha mostrato il cartellino rosso a Balogun. Persino alti funzionari governativi esaminano i precedenti dell’arbitro verdeoro: una prova di quanta attenzione sia stata destinata alla ricerca di ogni possibile argomento capace di rafforzare il ricorso. Ieri la risposta della FIFA: c’è la sospensione della squalifica di Balogun. Una scelta che la federazione ha definito indipendente e presa dalla sua commissione disciplinare composta da 18 membri, senza chiarire però se sia arrivata al termine di una votazione. Poco dopo l’annuncio, Trump e Infantino si sentono di nuovo. Il presidente USA loda la FIFA urbi et orbi per avere rimediato a una grave ingiustizia, mentre il mondo del calcio insorge. La federazione belga annuncia di stare valutando “ogni possibile opzione” per “salvaguardare i legittimi diritti di tutte le squadre partecipanti e proteggere i principi fondamentali del fair play nel nostro sport, sia in questa Coppa del Mondo FIFA sia nelle future edizioni del torneo”. Formula che di fatto anticipa la presentazione di un ricorso urgente che, a poche ore dal calcio d’inizio, sembra avere poche possibilità di essere accolto. A muoversi è anche la UEFA, l'Unione Europea delle Federazioni Calcistiche Europee, secondo cui la FIFA - con la decisione di ieri - “ha oltrepassato una linea rossa”. In un comunicato durissimo, il massimo organo calcistico del Vecchio Continente conclude: “Quando la certezza delle regole non è più garantita da chi è chiamato a custodirle, l'integrità del gioco viene messa a rischio e la credibilità della competizione risulta compromessa. Inoltre, una decisione di questo tipo crea un precedente all'interno del torneo in corso: situazioni analoghe dovranno ora ricevere lo stesso trattamento, con un inevitabile danno per la competizione”. Resta l’impressione di un’invasione di campo che fa male alla credibilità e allo spirito del gioco. Di più: lo scontro politico fra Stati Uniti ed Europa si sposta anche sul rettangolo verde. Piccola utopia: se Pochettino scegliesse deliberatamente di giocare senza Balogun farebbe probabilmente un gesto da gran signore. Se hai apprezzato questa ricostruzione, ti chiedo di sostenere il mio impegno. Puoi farlo iscrivendoti al Blog: e (se leggi da iPhone) scaricando l’app: Il Blog di Dario D'Angelo Ti ringrazio per l’attenzione.

Dario D'Angelo

162,721 просмотров • 22 дней назад

Ciao ragazzi, quella che voglio raccontarvi è una follia. Una follia che mi ha portato ad essere al Madison Square Garden ad assistere ad una delle partite più incredibili della storia: gara 4 tra Knicks e Spurs. Mi chiamo Fabio, sono di Bologna, e martedì sera ero a spasso con la mia ragazza. Sono da sempre un tifoso Knicks, e più passeggiavamo col nostro cane “Brooklyn” (siamo grandi amanti di New York), più aumentava la mia curiosità di controllare l’andamento dei prezzi folli del Madison… Mi sono detto “Se riesco a trovarli in resell sotto i 4000 dollari, lo compro”. Faccio una premessa: ho purtroppo avuto a che fare con un delicato problema di salute nella mia vita. Questo mi ha dato la possibilità di vedere il presente il futuro in modo diverso. Passano le ore e trovo un biglietto a 3900 dollari. Ho chiuso gli occhi, e l’ho comprato. Non dico nulla alla mia ragazza. Andiamo a casa e accendo il computer. Trovo un volo da Roma. Prima di dormire trovo il coraggio di dirglielo. “Ho la sveglia tra quattro ore, vado a New York a vedere gara 4…”. Gelo. Poi mi abbraccia e mi dice “Goditela”. Ed eccomi qui, testimone della più grande rimonta nella storia delle Finals, di un clima pazzesco, di una città che esplode di passione per il basket, di una due giorni che non dimenticherò mai. Ho avuto un grave problema cardiaco 5 anni fa. Ho comprato la canotta di Hart, perché il suo nome mi ricorda quel cuore che è stato croce e delizia nella mia vita. Salterò le vacanze, dovrò fare delle rinunce, ma sono felice di aver fatto questa follia. (Fabio Augeri) skysportbasket NEW YORK KNICKS Josh Hart

La Giornata Tipo

358,865 просмотров • 1 месяц назад