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⚫️🔵Tarantino sulla seconda squadra, ormai ufficialmente realtà: "Inter Under 23 a Monza? E' una possibile destinazione. Si alleneranno a Interello. Il nome? Ancora non l'abbiamo deciso" Fcinter1908

31,948 Aufrufe • vor 1 Jahr •via X (Twitter)

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Parliamo di quello che sta facendo Chivu e gli effetti sulla squadra. Facciamo prima una panoramica di cosa, quanto e come sta cercando di cambiare la vecchia Inter elencandone le caratteristiche. I centrocampisti erano il fulcro del possesso interista, quando riuscivano a connettersi, magari con la mezzala dal lato debole che andava zona palla, i compagni erano liberi di muoversi a proprio piacimento. Questo creava catene laterali che rendeva la fase di possesso molto efficace anche con blocchi medio-bassi, ma soprattutto permetteva una riaggressione migliore essendoci tanti uomini zona palla. L'Inter era si verticale, ma più costruendo al basso/attirando la pressione. In ogni caso il possesso non era sterile, poteva essere orizzontale ma lo era più per darsi il tempo di trovare lo smarrimento giusto, lo spazio da punire. Con Chivu i centrocampisti sono lontani, perché tendono ad allargarsi o ad invadere, a seconda di dove si trova il pallone, questo tentativo di svuotare il campo per essere verticali, facendo rimanere i braccetti bloccati, espone maggiormente la squadra alle transizioni in caso di perdita del possesso con un passaggio sbagliato/duello perso dell'attaccante. Con l'Udinese si è visto tutto questo. In questa azione l'Inter è più disordinata del solito, però il concetto è quello: Susic è largo Barella è in procinto di fare lo stesso, Thuram non vince il duello e l'Inter non può accorciare sul pallone.

Marco Morsillo

127,662 Aufrufe • vor 11 Monaten

Nel trasferirmi per un po’ solo su Instagram lascio alcune riflessioni. La prima è che ancora nessuno ha il coraggio di fare una riflessione sul ruolo della stampa in questa vicenda e domandarsi perché una notizia irrilevante e pure falsa era in home ovunque. Si preferisce scaricare le colpe più genericamente sui social brutti e cattivi, social che alla fine sono il perfetto capro espiatorio del giornalismo. Seconda riflessione. Da giorni i giornali soprattutto di destra parlano di METODO ricorrente, di cattiveria costante bla bla. Si dimenticano che il debunking è stato opera di una persona che si occupa di cibo e ristorazione, che non ha mai criticato nessuno, che non manganella, è sensibile e pacifica e non “brinda con me chiedendosi chi sarà il prossimo da sputtanare” (cit. Repubblica). Quello che non si può dire, è che ha avuto due sfortune: che la povera signora si sia suicidata (spero si capisca il senso) e che è il mio fidanzato. Se ogni volta che una persona finisce sulle cronache criticata per qualche motivo si suicidasse, i giornali dovrebbero chiudere. Però può succedere sempre, lo sappiamo, e succede più spesso di quanto le cronache raccontino. E non succede perché la shitstorm è troppo grossa. Questa è una semplificazione da bar. La bidella pendolare o la professoressa che aveva la relazione con lo studente si sarebbero dovute uccidere, allora. Il suicidio si inserisce in un quadro più complesso, purtroppo- salvo casi evidenti o eclatanti- non sempre immaginabile. Le critiche possono essere una concausa, il che non vuol dire che si può offendere o denigrare. Perfino la povera Cantone aveva pregressi dolorosi. In questo caso specifico, poi, si continua a parlare di gogna e valanghe di commenti, ma è semplicemente falso. C’erano pochi commenti, oggi forse sul mio fb (in cui avevo solo condiviso il post di Lorenzo) ne vedete di più perché sono quasi tutti insulti. A noi. Ed è falso che la signora sia stata aggredita o manganellata, basta leggere la manciata di post. Per inciso, se stabiliamo che i social sono cattivi per i commenti che innescano, mi chiedo: voi li avete mai letti i commenti sotto repubblica o corriere o qualsiasi sito? Ogni volta che qualche sito dedica un articolo a me, spesso stravolgendo parole per farmi sembrare Belzebù, sotto ci sono talmente tanti insulti che se fossi fragile sarei da tempo in una clinica psichiatrica. Ad essere ottimisti. Nessuno filtra o cancella. Io, per dire, nei limiti del possibile lo faccio. Si è poi detto che il debunking non lo deve fare chi non è giornalista. Qui però il non giornalista è forse l’unico ad aver scritto una cosa vera, con parole misurate e chiamando la signora per verificare . E poi, se i social sono roba diversa dal giornalismo, come mai il giornalismo attinge tutti i giorni dai social e a mani basse? Infine. Di questa signora morta non importa nulla a nessuno. Ognuno la sta usando per banchettare alla sua tavola. La politica (che mi usa per dire “la sinistraaaaa”. Ma sinistra a chi? Quale sinistra?). I colleghi a cui stavo poco simpatica (si sono presentati tutti all’appello, nessuno che abbia almeno finto di non godere per la morte della signora). I giornali stessi, che possono continuare con la narrazione rassicurante “non siamo mica noi! È la solita cattivona di Selvaggia!”. Da cui ovviamente si prendono notizie o distanza a seconda della comodità del momento. E le tv, ci mancherebbe. Chiudo dicendo che essere associati a suicidi con questa facilità SUI GIORNALI e questa goduria generale potrebbe uccidere molto più che una critica per aver raccontato una bugia, ma alla fine se mai si ammazzasse qualcuno si potrebbe sempre dare la colpa ai social. Gli unici, in questo caso, che avevano raccontato la verità. E se l’avevano raccontata con ferocia (invito a leggere il post di Lorenzo) la domanda con cui vi lascio è: come mai, prima del tragico gesto, nessuno se ne era lamentato?

Selvaggia Lucarelli

532,937 Aufrufe • vor 2 Jahren

C’è un posto in Italia dove, se devi prendere un aereo, non devi fare il segno della croce prima di cliccare “acquista”. Non è un miracolo, è la Sardegna. Lì funziona così: vivi su un’isola, devi andare a Roma o a Milano, e sai già quanto spenderai. Non “più o meno”, non “dipende”, non “vediamo che succede martedì alle 3 di notte”. Sai. Punto. Cinquanta, sessanta, settanta euro. Anche ad agosto, a Natale, a Pasqua, quando il resto del Paese entra nella stagione delle rapine con carta di credito. E no, non è teoria. È pratica. Un residente sardo che volerà da Linate ad Alghero a Ferragosto prossimo pagherà una base tariffaria di 114 euro andata e ritorno. Tradotto: 57 euro a tratta, più tasse aeroportuali. Prezzo fisso. Sempre. Ferragosto compreso, cioè il momento in cui nel resto d’Italia i prezzi fanno yoga e si allungano fino all’inverosimile. Non è il socialismo, è semplicemente una politica pubblica fatta con un’idea chiara: la mobilità è un diritto, non una lotteria. E mentre in Sardegna il prezzo è scritto prima, altrove si scrive dopo. A matita. E la matita ce l’hanno le compagnie. Prendiamo invece un palermitano che torna a casa per Ferragosto. Gli è andata pure bene: volo non ancora pieno. Base tariffaria: 419 euro. A questa cifra vanno sottratti i 37 euro massimo andata e ritorno del ridicolo sconto siculo. Se invece aspetti che il volo si riempia, perché magari lavori, hai una vita, non puoi prenotare a febbraio per agosto, scatta la magia: da Linate a Palermo la base arriva a 323 euro, senza bagaglio. Se vuoi portarti una valigia, sali a 360, 385. Andata e ritorno? Superi tranquillamente i 770 euro più tasse. Più di New York in bassa stagione. Solo che invece di Manhattan atterri a Punta Raisi. La chiamano continuità territoriale. Nome un po’ burocratico, ma sostanza molto concreta: lo Stato, anzi, la Regione Sardegna, fa una cosa banalissima che in Italia sembra rivoluzionaria: scrive le regole prima. Stabilisce le rotte, gli orari, il numero minimo di voli e soprattutto il prezzo massimo per i residenti. Poi mette tutto a gara. Una gara vera. Le compagnie accettano quelle condizioni o stanno fuori. Fine. Tradotto: il pubblico decide, il privato esegue. E funziona così bene che adesso quella tariffa è stata estesa perfino ai parenti di primo grado dei residenti. Cioè: non solo ti garantisco il diritto a muoverti, ma riconosco che anche i legami familiari fanno parte della mobilità. Una cosa quasi commovente, in un Paese dove di solito ci si ricorda delle famiglie solo nei comizi. Poi c’è l’altra isola. La Sicilia. Dove la politica è più creativa. Nel senso artistico del termine: inventa cose che non esistono. Qui niente regole, niente tetti ai prezzi. Qui si va di bonus, sconti, trovate. Il Sicilia Express, che sembra un treno d’epoca e invece è una metafora perfetta, e gli sconti sui voli. Bellissimi. Sulla carta. Peccato che funzionino così: tu dai un contributo al cittadino, il prezzo del biglietto sale, e alla fine chi incassa è la compagnia. Il cittadino paga comunque tanto, ma con la consolazione psicologica dello “sconto”. Una specie di Black Friday pubblico: prima alzi il prezzo, poi fai lo sconto, e tutti felici. Tranne chi paga. In Sardegna hanno risolto il problema alla radice: il prezzo si decide prima. In Sicilia si è deciso di inseguirlo dopo. E il prezzo, si sa, corre più veloce della politica. Il risultato è molto semplice, quasi brutale: in Sardegna sai quanto paghi prima di partire. In Sicilia lo scopri alla fine, come quando arriva il conto al ristorante e fai finta di cercare qualcosa in tasca. È la differenza tra governare e arrangiarsi. Tra mettere regole e raccontare soluzioni. La continuità territoriale sarda non è perfetta, certo. Non protegge i non residenti, lascia il turismo in balia del mercato. Ma almeno ha un’idea di fondo: chi vive su un’isola non deve essere punito. In Sicilia, invece, si è partiti dall’annuncio. E quando parti dall’annuncio, di solito arrivi al conto.

Davide Faraone

12,213 Aufrufe • vor 3 Monaten